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diretto da Romano Luperini

Fermiamo la scuola: la protesta degli insegnanti dell’Alto Adige

Come probabilmente molti sapranno, in provincia di Bolzano le scuole sono separate per gruppi linguistici, c’è la scuola tedesca, c’è quella italiana e c’è quella ladina, ciascuna con la propria Intendenza, più o meno quello che una volta era il Provveditorato agli Studi, e ciascuna con un proprio assessore. L’unica cosa che accomuna le tre scuole è il contratto collettivo, che è unico, ed ha una parte statale e una provinciale, ma l’amministrazione, dal 1998 e con successive integrazioni, è interamente demandata alla Provincia Autonoma di Bolzano, che stabilisce orario di lavoro, obblighi di servizio aggiuntivi e trattamento economico.

Nel corso dell’ultima trattativa per il rinnovo contrattuale del triennio 2023-2025, che aveva tra gli obiettivi fondamentali il recupero dell’inflazione (che in provincia di Bolzano è del 17%), gli insegnanti di lingua tedesca della Val Pusteria e della Val Venosta hanno avviato una forma di protesta, diffusasi presto in quasi tutte le altre scuole, che prevede il rifiuto di svolgere qualunque attività extracurricolare non obbligatoria (viaggi di istruzione, uscite didattiche, progetti vari, inviti a scuola, laboratori teatrali, ecc.), in attesa di un adeguamento dello stipendio all’alto costo della vita dell’Alto Adige e anche in relazione a tutte le ore di attività non contabilizzate e retribuite in alcun modo, ovvero quelle legate a tali attività. Nelle scuole in lingua tedesca mancano insegnanti, perché i giovani che vanno a studiare in Austria e vogliono svolgere questa professione rimangono lì, dove guadagnano più del doppio degli insegnanti italiani.

Con l’inizio del corrente anno scolastico la protesta si è estesa a quasi tutte le scuole in lingua italiana, soprattutto quelle di secondo grado, dove, però, accanto al tema economico, è diventata centrale anche un’ampia riflessione sul ruolo dell’insegnante nella scuola e nella società d’oggi.

Nel corso degli ultimi vent’anni la scuola è stata caratterizzata dalla presenza di numerose attività extracurricolari, che hanno finito per ridurre le ore di insegnamento, rendendo sempre più marginale la lezione in classe, le discipline e il ruolo stesso dell’insegnante. Si è pensato di risolvere qualunque problema sociale introducendo una qualche attività formativa a scuola, che progressivamente ha preso il posto della famiglia. Ma allo stesso tempo l’insegnante è considerato, talvolta proprio dalle famiglie, come colui che lavora solo la mattina e trascorre lunghissimi periodi di vacanza, insomma un lavoratore fannullone e privilegiato. Solitamente gli insegnanti si lamentano di tutto ciò, ma lo fanno nei corridoi della scuola, senza trasformare il disappunto in una reazione.

Ecco, la nostra protesta sta dimostrando che gli insegnanti possono prendere in mano il proprio destino, poiché sono loro, insieme a studentesse e studenti, i veri protagonisti della scuola. La scuola è un luogo democratico, dove si discute, ci si confronta e si decide a maggioranza, anche se spesso nel Collegio docenti, ovvero nell’organo che governa l’attività didattica, si dibatte poco, si vota e poi ci si lamenta di ciò che col proprio voto è stato deliberato.

Nessuna delle attività extracurricolari sospese con la nostra protesta è obbligatoria e dunque non stiamo facendo nulla di illecito, se non richiamare, con una modalità evidentemente eclatante, l’attenzione della società e delle istituzioni sulla complessità del nostro lavoro. Non vuole essere una protesta contro qualcuno, men che meno contro studenti e genitori, gli insegnanti, infatti, non hanno avversari o nemici, e non vogliono danneggiare nessuno. Senza le attività extracurricolari, le lezioni in classe si stanno svolgendo regolarmente e col massimo impegno da parte nostra; dunque gli studenti non perderanno nulla della preparazione necessaria per la loro istruzione e la loro crescita. Le attività già finanziate e quelle che il PTOF ha ritenuto obbligatorie, ad esempio quelle legate all’educazione civica o i percorsi per l’orientamento e il lavoro, saranno realizzate.

Negli ultimi vent’anni sono cresciute esponenzialmente le attività extracurricolari, infatti alla scuola si chiede di svolgere qualunque attività utile alla crescita e alla formazione di bambini e adolescenti, anche quelle che non le competono: dall’educazione stradale ai corsi sulla sicurezza, dai corsi di primo soccorso agli incontri con la polizia postale. Una scuola-mondo, come se gli adolescenti non potessero avere esperienze dirette e diverse con la realtà, imparando anche per altre vie. Se è vero che sono i consigli di classe a scegliere le attività extrascolastiche, è anche vero che si fa sempre più fatica a respingere proposte calate dall’alto che, oltre a interrompere continuamente l’attività didattica, richiedono un lavoro aggiuntivo da parte degli insegnanti. Accanto a ciò enti, associazioni, istituzioni propongono continuamente attività, alcune delle quali talvolta di grande interesse culturale, civile e umano, ma che richiedono un lavoro di preparazione, aggiungendo così ore di lavoro che nei fatti vengono svolte per pura passione e semplice volontariato. Ecco, ora chiediamo che esse siano riconosciute, aumentando i nostri stipendi e anche i fondi per gli straordinari. In ogni caso, quando la protesta sarà terminata, gli insegnanti non hanno più intenzione di approvare tutta questa mole di attività extracurricolari: esse saranno ridimensionate sulla base dell’effettiva qualità, della coerenza con i percorsi scolastici, dell’efficacia didattica e formativa, rimettendo al centro il docente, che ha le competenze per deciderne modalità e utilità. La scuola non è un supermercato dove ciascuno colloca i propri prodotti o uno spazio dove avere pubblico per la realizzazione di attività esterne.

Accanto a tutto ciò chiediamo di arginare l’insostenibile e costante aumento di burocrazia, con continui documenti, griglie e certificazioni che ci viene chiesto di compilare. Molta di questa attività è assolutamente inutile e talvolta insensata. I coordinatori di classe, che hanno il compito di raccogliere e sistemare gran parte di tale documentazione, sono gravati da un carico di lavoro davvero eccessivo. I casi di burnout tra gli insegnanti sono sempre più diffusi, e minano alla radice l’efficacia didattica. Se il benessere e la motivazione degli studenti sono diventati sempre più centrali nel discorso sulla scuola, di quelli dell’insegnante sembra non importare niente a nessuno

Gli insegnanti della provincia di Bolzano sono quelli che lavorano di più di qualunque altra regione d’Italia, essendo gli unici, infatti, con un orario di cattedra di 20 ore, a cui si aggiungono fino a due ore alla settimana di supplenze obbligatorie a pagamento. Inoltre, a differenza del resto d’Italia, dove le ore funzionali previste sono al massimo 80, in Alto Adige possono arrivare fino 220: colloqui con le famiglie, riunioni pomeridiane, collegi docenti, consigli di classe, scrutini, riunioni di dipartimento, riunioni per compilare PEI e PDP, corsi di aggiornamento obbligatori, commissioni varie. Gli insegnanti hanno necessità di preparare con calma e concentrazione le loro lezioni, di correggere i compiti per casa e le verifiche svolte in classe, di studiare e aggiornarsi, poiché lo ritengono il vero perno della propria professione, pena lo scadimento dell’attività didattica. Quindi il monte ore di lavoro è davvero enorme, diversi insegnanti lavorano anche la sera e nei week-end, senza che tutto ciò venga minimamente riconosciuto. Ci sono scuole in cui le lezioni terminano alle 17.30 e le riunioni si protraggono fino alle 19.30-19.45.

Oltre a tutto ciò, naturalmente gli insegnanti chiedono aumenti di stipendio in linea con l’alto costo della vita in Alto Adige, che di fatto li rende i più bassi d’Italia. Negli ultimi vent’anni i nostri stipendi, anche grazie al perverso meccanismo di compensazione che riduce l’indennità provinciale quando ci sono aumenti statali, sono rimasti bloccati e il loro potere d’acquisto è significativamente diminuito. Il problema della scarsa disponibilità di insegnanti, particolarmente lamentato nella scuola di lingua tedesca, comincia a farsi strada anche in quelle di lingua italiana, poiché, a causa dell’altissimo costo della vita e degli affitti, molti docenti chiedono il trasferimento appena possibile.

Di fronte a tali richieste l’amministrazione ha reagito con una chiusura totale, addirittura proponendo ai sindacati di sottoscrivere una lettera di intenti in cui s’impegnano a far cessare le proteste in corso, pena l’interruzione delle trattative per il prossimo rinnovo contrattuale e la minaccia di destinare ad altri settori lavorativi le somme preventivate per la scuola. Al momento parrebbe che nessun sindacato sia intenzionato a firmare questa insolita e francamente minacciosa lettera, anche perché sono i consigli di classe a decidere se e quali progetti, percorsi o attività non obbligatorie inserire nella loro programmazione. E, come si diceva prima, tale decisione è assolutamente legittima. La preoccupazione di chi governa la scuola sembra più concentrata verso tutto ciò che arriva dall’esterno e dall’indotto economico che essa ha prodotto negli anni, e gli insegnanti sono ridotti a un mero accidente che al più crea disturbo. Oltre ad augurarci che la Giunta provinciale ascolti gli insegnanti e prenda in considerazione sia il malessere denunciato sia le richieste avanzate, ci auguriamo la nostra pausa di riflessione si estenda a tutta la scuola italiana, da Palermo a Bolzano. Se si vuole un profondo cambiamento che non sia una sterile e talvolta autolesionistica lamentela gli insegnanti devono agire, diventando protagonisti attivi della scuola e non meri esecutori di decisioni molto spesso non condivise.

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