Quando il pesce grande mangia il pesce piccolo. Su “Libercomunismo” di Emiliano Brancaccio
I. La tendenza alla centralizzazione del Capitale
Libercomunismo. Scienza dell’utopia (Feltrinelli, 2026) di Emiliano Brancaccio è un piccolo libro di economia politica, esito di un grande lavoro di ricerca collettiva, che condivide con i lettori una sfida, sconvolgente per almeno tre ragioni: 1) svela scientificamente la gravità della nostra catastrofe; 2) impiega uno stile saggistico, figurale ed efficace, capace di dar conto con chiarezza delle sue acquisizioni; 3) indica il compito, concretamente utopico, che ci sta davanti.
Queste tre ragioni forti del libro sono inattuali nel nostro presente, erede del pensiero debole. Per mezzo secolo l’economia “neoclassica” è stata patrimonio teorico del Capitale e l’intero sistema accademico ha propugnato il dogma delle invalicabili virtù del mercato: impossibile e indesiderabile del resto oltrepassarle, secondo il senso comune, dato il fallimento del “socialismo reale”. Se in questi decenni il capitalismo è stato considerato benefico e insuperabile, e se perfino i centri sociali sono stati intesi come un’intuizione del marketing, il termine comunismo ha potuto di contro diventare il significante di un cadavere, un’attardata, nostalgica e ridicola utopia.
Il primo sintomo che Brancaccio sospettosamente analizza sta sotto gli occhi di tutti: si tratta della “odierna ostinazione a dichiarare morto il comunismo per poi continuamente percuoterlo e ammazzarlo di nuovo” (p. 12). Ci si può chiedere: perché sprecare tanto denaro e tante parole per infamare un defunto inoffensivo? Da Berlusconi a Trump, la retorica politica recente è stata un susseguirsi di ingiurie rivolte ai “comunisti”, perciò il “persistente terrore del potere verso l’ipotetica minaccia comunista esige una spiegazione più scientifica” (p. 14).
Questa risposta non tarda a prendere forma nei tre brevi capitoli Tendenza, Centralizzazione, Inefficienza (pp. 15-40) dove viene comprovata empiricamente un’intuizione di Marx: la competizione tra capitali genera vincitori e vinti e, alla lunga, i vincitori fagocitano i vinti. Da questa dinamica, raffigurata con l’allegoria di Bruegel il Vecchio Pesce grosso mangia pesce piccolo, conseguono due paradossi: la competizione sfocia nel suo opposto, vale a dire nel monopolio di pochissimi ricchi; d’altro canto, questo processo di accumulazione “esocapitalista” (p. 41), sfruttatore della natura e del lavoro, è talmente intenso, veloce e soverchiante che non passa più, come prevedevano i teorici dell’economia, attraverso i prezzi.
Il binomio “scienza” e “utopia” del titolo è l’ossatura metodologica del libro perché quella di Brancaccio è una visionarietà pragmatica e materialista: egli alterna squarci in distopici alla forza dei suoi numeri, verificati con tecniche di analisi “di network”, desunte dalla fisica. Con questi strumenti di calcolo, che Marx non possedeva, si indagano le ramificazioni e i circuiti finanziari mondiali e si scopre che oggi oltre l’ottanta per cento del capitale azionario è sotto il controllo del meno dell’uno per cento degli azionisti mondiali.Si tratta di un risultato violento e catastrofico: ma soprattutto si tratta della scoperta oggettiva di una tendenza generale dei processi economici che li rende prevedibili, conoscibili e criticabili proprio là dove per mezzo secolo gli economisti à la page (come del resto i filosofi postmoderni) hanno viceversa negato ogni conoscibilità e trasformabilità del mondo. Davanti alla potenza di questi dati restano sconcertati gli stessi “cardinali” dell’economia, accreditati dal Fondo monetario e dalla Banca mondiale: come il premio Nobel Daron Acemoglu, professore del MIT, accanito antimarxista e “nemico epistemologico delle tendenze” oggi costretto invece ad ammettere che esiste una tendenza alla centralizzazione e che questa “sta mettendo la democrazia sotto assedio”. (p. 35)
II. Il ritorno della guerra
In effetti, il tempo storico in cui siamo entrati, l’epoca del grande capitale centralizzato, sembra preferire l’autoritarismo e l'”oltrefascismo” alla democrazia liberale. Il “ceto medio” (celebrato in Italia fin dalla “marcia” dei 40.000 quadri Fiat del 1980) si assottiglia sempre più, cedendo la sua ricchezza diffusa al club esclusivo degli ultraricchi (p. 65) e, depauperato, s’imbarbarisce e invoca la protezione di un “qualche condottiero (…) che intimi agli immigrati di levarsi di torno, alle donne di ripiegare nel focolare domestico”: gli indici formulati dalla Economist Intelligence (p. 79) mostrano una rapida recessione della democrazia a livello mondiale. Insomma: parallelamente all’accentramento inusitato dei capitali anche il potere politico si accentra a sua volta in poche mani e diventa allergico alle assemblee e alle mediazioni parlamentari.
Ma le circostanze che rendono del tutto attuale il “memento Lenin”, cioè la geniale – e ignorata – diagnosi di primo Novecento sugli esiti imperialisti della concorrenza fra capitali, sono quelle inerenti il ritorno della guerra: la crescita record dell’indebitamento americano genera il frenetico terrore di un’inversione verso Oriente della freccia della centralizzazione. Grazie ai dati sul debito accanto a quelli sulle spese militari, si può toccare con mano la crisi egemonica dell’impero: la guida americana dell’ordine mondiale è messa per la prima volta in discussione e ciò dà inizio al conflitto supremo della nostra epoca: un’America indebitata, aggressiva e protezionista contro una Cina creditrice e paradossalmente liberista (p. 111). Al contempo l’Europa si riarma, passando da una “resilienza” apparentemente mite e green agli investimenti massicci nell’industria di morte: e ogni aumento dell’1% della spesa militare comporta una riduzione dello 0,62% della spesa sanitaria pubblica. Tutte le spiegazioni “geopolitiche” delle guerre odierne finiscono in tal modo col coprire maldestramente queste ragioni strutturali: la stessa guerra in Ucraina (o in Iran) altro non sono che “pretesti locali per uno scontro globale sull’ordine capitalistico del pianeta” (p. 112). E “per capire il movente ultimo dei massacri compiuti dal governo Netanyahu occorre rispettare la medesima regola moderna: bisogna seguire il denaro” (p. 113) dato che Israele è la forza armata prioritaria che gli Stati uniti oppongono, in Medio oriente, al flusso commerciale cinese.
III. Libertà individuale e piano collettivo
L’avanzare di questa tendenza, tuttavia, destabilizza a fondo il funzionamento generale del sistema capitalistico, come mostrano ancora una volta i dati verificabili: la connessione, esplicitata in un grafico, fra centralizzazione del capitale e declino del tasso di profitto (p. 154). La centralizzazione, la crisi ecologica, il riarmo e la guerra sono in questo libro i fattori-chiave che, producendo squilibrio e barbarie crescente, fanno convergere perfino alcuni economisti liberali sulla necessità di una qualche pianificazione collettiva, fin qui bandita dal neoliberismo. Sta insomma diventando evidente– dopo decenni in cui ogni sia pur timida ipotesi socialista è stata oggetto di derisione – che “la soluzione di un tale disastro può risiedere solo in una pratica cooperativa” (p. 118).
Ma con quali tattiche e strategie si può mettere in atto questa prassi tanto urgente di pianificazione in un contesto così accanitamente “anticomunista”?
L’ utopia scientifica di Brancaccio è lapidaria: consiste nell’affermare l’estrema attualità della più negata e vilipesa fra le tutte le sinergie, quella fra comunismo e libertà. La possibilità di rendere dicibile e auspicabile una tale “bestemmia” consegue, ancora una volta, dalla stessa tendenza del capitale, securitaria, liberticida e guerrafondaia: più il capitale tende a centralizzarsi più gli individui vengono deprivati di decisione e di socialità, fino al punto (grazie all’uso del digitale come strumento di controllo e di dominio) di essere “cerebralmente demansionati” (p. 121). In un simile contesto, il “capitalismo liberaldemocratico” (come del resto, a scuola, la retorica pedagogica che convive allegramente con quella aziendale del “capitale umano”) è oggi ormai una vera e proprie contraddizione in termini e chi ha a cuore davvero la libertà dell’individuo, esito storico delle rivoluzioni borghesi, si troverà a dover lottare per “il blocco della libertà di movimento dei capitali e per il governo politico degli squilibri internazionali”.
Dopo aver pronunciato il più scandaloso e il più coraggioso degli auspici (“Per un tale compito occorre un’intelligenza collettiva”, “serve creare una nuova forma del partito”, p. 127) nei conclusivi Appunti per un manifesto, più vicini alla prassi, lo stile di Brancaccio si caratterizza per una intrinseca letterarietà, evidente nelle citazioni da Dante e da Shakespeare. Questo intreccio tra scienza e utopia, tra figuralità e critica conoscitiva, che ricorda la struttura mirabile dello stile letterario di Marx (“gioiosa eutanasia”, “folle girotondo finanziario”, “arcano rivelatore”…), si fa tanto più saldo e arguto quanto più ciò che viene argomentato sembra temerario. Gli Appunti finali, infatti, si aprono così: “Lasci ogni speranza il coltivatore dell’ottusa e rassicurante illusione di una democrazia liberale capitalista destinata a durare in eterno (p. 157); e, punto dopo punto, divengono lapidari: “L’ecologia di mercato è fallita (…) l’ambientalismo del futuro è comunista oppure non è” (p. 163). La conclusione, in tal modo, chiude il cerchio aperto dalla Premessa, in nome dell’auspicata unità fra pianificazione collettiva e libertà individuale: il “libercomunismo“, appunto. Vale a dire l’eredità di ciò che, per un secolo, ha mosso donne e uomini a una dura lotta di classe le cui intime ragioni, come i morti della poesia di Vittorio Sereni, nell’odierna catastrofe parleranno. Si delinea così, senza alcuna nostalgia, il compito immane che attende la “futura forma del partito”: “per vendicare le promesse tradite bisogna non negare ma raccogliere e trarre spregiudicata sintesi dalle rispettive eredità. Dai liberali, l’obiettivo moncato della libertà individuale. Dagli stalinisti, l’ambizione traviata del piano collettivo” (p. 9).
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