Chloé Zhao, una regista millennial di confine
Candidata con il suo ultimo film, Hamnet – Nel nome del figlio, a otto premi Oscar (inclusi Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attrice protagonista), Chloé Zhao ha attraversato la stagione cinematografica 2025-2026 ottenendo riconoscimenti e nomination importanti. Già premiata agli Oscar nel 2021 per Nomadland — Miglior Film e Miglior Regia, oltre alla statuetta a Frances McDormand — torna ora al centro dell’attenzione critica internazionale. Ma chi è Chloé Zhao e da dove nasce il suo sguardo? La sua filmografia può essere letta come l’espressione di una sensibilità transnazionale tipica della generazione millennial, capace di tradurre elementi della tradizione culturale asiatica in un linguaggio cinematografico profondamente occidentale.
Millennial occidentale e millennial asiatica
Zhao Ting, Pechino 31 marzo 1982, è una regista, sceneggiatrice, produttrice cinematografica e montatrice cinese, naturalizzata statunitense. L’immagine che accompagna il suo profilo online è quella di una giovane donna esile, leggermente spettinata, informale nell’abbigliamento. Sorridente, il capo è appena inclinato di lato; ha un piercing al naso e una catenina con un piccolo fiore, nulla che sembri un gioiello importante. Tutto denota semplicità, normalità. Una millennial[1]. Ha vissuto in Cina fino ai quindici anni, nell’era post maoista di Deng Xiaoping (1978–1992) e Jiang Zemin (1989–2002): la fase di transizione verso il mercato, il capitalismo di Stato politicamente e ideologicamente chiuso. La Cina pragmatica in cui “arricchirsi è glorioso”. La Cina che apre possibilità materiali ma confonde le coordinate simboliche e identitarie. La sua famiglia, con padre dirigente di un’acciaieria statale e madre infermiera, poteva essere considerata un modello del socialismo urbano, rispettabile e relativamente privilegiata. Quali differenze potevano esistere, nella generazione millennial, tra i giovani occidentali e quelli cresciuti nella Cina post-maoista? Dovere, gratitudine, responsabilità collettiva, alta competizione e una forte interiorizzazione delle emozioni sono valori spesso associati a questo contesto sociale e culturale. In un sistema politico in cui lo spazio delle libertà democratiche è limitato e lo Stato rimane un’entità onnipresente, la critica può essere solo indiretta: prevalgono il silenzio e l’autocontrollo in ogni discorso pubblico. Ciò non implica tuttavia un’impermeabilità al modello occidentale, percepito come più libero e flessibile, fondato sull’idea che la vita possa essere il risultato di una scelta personale. Che queste ragioni abbiano motivato Zhao Ting, a quindici anni, a frequentare un collegio di Londra non emerge chiaramente dalle interviste, diffuse del resto a partire dagli Oscar del 2021. Tuttavia fin da ragazza, ha mostrato quella forte curiosità per la cultura occidentale che avrebbe poi guidato le sue scelte formative e creative.
Il cambio di nome: ibridazione ed emancipazione
Zhao Ting cambia nome. Non diversamente da molte altre ragazze cinesi che approdano in Occidente, diventa Chloé Zhao, così come altre sono diventate Valentina, Sandra o simili, in un gesto che può apparire una radicale volontà di occidentalizzazione. Il nome cinese di solito resta sul piano legale e probabilmente per la famiglia; ma certo il cambio può essere letto come un primo atto di emancipazione o anche di ibridazione identitaria. Londra, Los Angeles, l’Università delle arti liberali nel Massachusetts (un baccalaureato in Scienze politiche) e infine la Tisch School of the Arts di New York, dove studia cinema. Da qui inizia la sua carriera, nelle forme già note.
Il cinema di Chloé Zhao
Che tipo di cinema realizza Chloé Zhao? Quale ponte stabilisce (o non stabilisce) tra Occidente e mondo asiatico? Intanto nel suo cinema manca il retaggio politico esplicito, quella critica aperta e talvolta radicale, che ha animato una parte significativa del cinema occidentale, soprattutto europeo. Il suo è piuttosto un cinema intimista, che mostra l’influenza poetica, filosofica e contemplativa di Terrence Malick e Werner Herzog: l’attenzione verso la natura, immensa, misteriosa e talvolta ostile, ritratta a confine tra documentario e visione; l’interesse per i personaggi marginali; l’attrazione per temi fortemente sentiti dalla generazione millennial[2].
Nomadland: precarietà come condizione ontologica
Un esempio è Nomadland (2020),film pluripremiato e vincitore dei tre Oscar già menzionati. Il progetto è fortemente voluto da Frances McDormand che, interessata agli aspetti socio politici del libro di Jessica Bruder, Nomadland – Un racconto d’inchiesta (2017), sceglie di adattarlo e affidarlo alla regia di Chloé Zhao. Tuttavia, l’aspetto politico della crisi statunitense (a partire dalla recessione del 2008) che ha privato tanta gente dell’alloggio e del lavoro, o anche la precarietà e lo sfruttamento da parte di colossi come Amazon, vanno sullo sfondo. Ciò che interessa alla regista sono le “storie umane, che hanno un qualcosa di universale”[3]: la difficoltà di mettere radici, il desiderio di comunità autentiche, l’attenzione all’ambiente. La precarietà diventa così una dimensione ontologica più che un’analisi politica. Il nomadismo, centrale in Nomadland, è assunto come soluzione tipicamente “millennial”: non una rivoluzione, ma una sottrazione, una via di fuga silenziosa dalla pressione delle aspettative sociali.
Una poetica coerente: Eternals e la continuità tematica
In Nomadland emergono aspetti che sono costanti nel cinema di Chloé Zhao, fin dall’esordio del 2015 con Songs My Brothers Taught Me, vicenda familiare (di due fratelli), ambientata ai margini del sistema statunitense e girata in una riserva Sioux del South Dakota, seguito da The Rider – Il sogno di un cowboy (2017), storia di un mandriano conosciuto durante le riprese del film precedente. Dopo Nomadland, arriva la cosiddetta parentesi Marvel: Eternals (2021), tanto che il successivo Hamnet è considerato un ritorno alle origini della sua poetica. Ma Eternals è veramente un corpo estraneo nella filmografia della regista? Gli Eterni sono esseri immortali, straordinari guerrieri dai poteri magici, collocati in una dimensione mitica e un tempo distopico, in lotta con i “devianti” per salvare la terra. La parte più strettamente Marvel è spesso giudicata debole, quella ritenuta più riuscita coincide invece proprio con i tratti tipici della poetica di Chloé Zhao: paesaggi naturali emozionanti, realtà sociali marginali: una protagonista sorda, una coppia omosessuale. Per questo film la regista richiama esplicitamente le suggestioni di The Tree of life, diretto da Terrence Malick: poiché, afferma: “parla di eventi cosmici e grandi idee”, “ricorda l’importanza della memoria”. E continua: “il cinema è un veicolo per preservare la memoria collettiva e comprendere l’imperfezione (avidità, potere, violenza)”. Questa dunque è stata l’occasione in cui mettere in scena “la lotta per rimanere umani”, in quanto “vale sempre la pena salvare, in ogni caso, l’umanità”[4].
Hamnet: catarsi e sottrazione, il compimento della poetica di Chloé Zhao
Zhao dichiara: «Dirigere è ogni volta un viaggio personale e di scoperta. Leggo Jung, ritengo che il nostro scopo principale nella vita sia l’individuazione, ossia diventare ciò che siamo veramente. Per me è una questione di sopravvivenza, una terapia: ho bisogno di trasformare le mie esperienze attraverso l’arte e vedere come si metabolizzano e interagiscono con il mondo. Questo mi aiuta a sentire una certa connessione»[5]. E ancora: “Mi piacerebbe che un gruppo di sconosciuti si ritrovasse in un cinema, piangesse insieme e sentisse il suo cuore aprirsi”[6]. Memoria, identità, perdita e riconciliazione sono la cifra di Hamnet. Un film profondamente sensoriale, in cui gli attori sulla pellicola dialogano direttamente con lo spettatore in sala, esattamente come, nella potente e catartica sequenza della rappresentazione dell’Amleto, dal palcoscenico del Globe i personaggi creano un ponte emotivo con la platea. Rigenerazione e riscatto collettivo che appartiene al teatro ma che anche il cinema di Chloé Zhao riesce a rievocare. Come sempre accade nel suo cinema, la regista dirige con maggiore efficacia gli attori meno celebrati, soprattutto i non professionisti piuttosto che le star[7]. “Uno dei miei superpoteri” dichiara Chloé Zhao “è ‘sparire’… restando in quella zona grigia tra il sapere e il non sapere. Tutto ciò che voglio è la loro presenza, che siano in grado di essere autentici un momento dopo l’altro, di trasmettere ciò che potrebbe provare William Shakespeare, ma anche ciò che prova Paul Mescal in un determinato momento. E lo stesso vale per Jessie Buckley e Agnes: voglio entrambe le cose. E credo che siano riusciti a fonderle insieme magnificamente”[8]. In Hamnet, infatti, la forza di fascinazione del film sprigiona dalla relazione tra i due protagonisti, Will e Agnes, interpretati grazie ad una sapiente regia in sottrazione. In una scena toccante, il volto cosparso di biacca, lo sguardo rivolto alla propria coscienza e il dolore inciso negli occhi, un magnetico Paul Mescal incarna William e racconta la morte del figlio Hamnet, sentendola su di sé attimo dopo attimo, trasformando il racconto in esperienza fisica condivisa. Agnes da sotto il palco tende le mani verso di lui, insieme a tutta la platea, ristabilendo in quell’istante la sintonia spezzata.
Uno sguardo asiatico, un linguaggio occidentale
Diversamente da altri registi di origine asiatica, come il molto apprezzato Jia Zhangke, che nel recente Generazione romantica(2024) assume la trasformazione della Cina come materia centrale del racconto e fa del cinema un dispositivo di memoria e di testimonianza storica, Chloé Zhao rimane lontana dal condannare o dal celebrare apertamente la Cina come entità nazionale. Il suo cinema mantiene tuttavia uno sguardo profondamente “asiatico” sulla materia narrata e incarna una condizione millennial transnazionale. Della cultura orientale conserva la sensibilità per il quotidiano e i marginali, la ricerca di armonia con la natura tipica del taoismo, l’idea buddista dell’impermanenza e del dolore come componenti costitutive dell’esistenza. Questi elementi vengono tradotti in un linguaggio cinematografico occidentale, costruendo un ponte tra due immaginari raramente in dialogo. Da un lato, quello di una Cina che in Generazione romantica emerge nelle storture prodotte proprio dal mutamento sociale, economico e politico; dall’altro, quello di un mondo colto nella sua dimensione globale e restituito attraverso «musica e suono, fotografia e scenografia, per creare un paesaggio esterno che rispecchi quello interiore»[9].
[1] Non sono molti i registi Millennials che hanno ottenuto riconoscimenti. Questi i principali, considerando la fascia d’età intorno ai 40 anni (che include i nati tra la fine degli anni ’70 e la metà degli anni ’80), che hanno vinto l’Oscar alla miglior regia, negli ultimi anni:
- Damien Chazelle (32 anni): Vincitore nel 2017 per La La Land. Oggi ha 41 anni.
- Daniel Kwan e Daniel Scheinert (35 e 34 anni): Noti come “The Daniels”, hanno vinto nel 2023 per Everything Everywhere All at Once.
- Barry Jenkins (37 anni): Ha vinto l’Oscar per il miglior film (e la sceneggiatura) con Moonlight nel 2017, pur perdendo quello per la regia proprio contro Chazelle.
- Chloé Zhao (39 anni): Vincitrice nel 2021 per Nomadland, diventando la prima donna di colore a ricevere questo premio.
- Sam Mendes (34 anni): Ha vinto nel 2000 per American Beauty.
[2] Giornali, riviste e produzioni culturali (film, serie TV, romanzi), studi sociologici e indagini statistiche descrivono i Millennials (nati tra circa tra il 1981 e 1996) come una generazione segnata da instabilità economica ma forte consapevolezza sociale, molto attenta a benessere personale, diritti e sostenibilità
[3] Intervista alla Biennale di Venezia 2020 – RayPlay
[4] ETERNALS | Chloé Zhao & Victoria Alonso Interview .. YouTube·HotCorn·25 ott 2021
[5] https://www.vogue.it/article/chloe-zhao-regista-hamnet-intervista
[6] Chloé Zhao: Con Hamnet raccontiamo il potere catartico del …YouTube·Il Messaggero·4 feb 2026
[7] Come dimostra il confronto con la “plastificatissima Angelina Jolie … e l’imbalsamato Richard Madden” di Eternals. Andrea Fornasiero in https://www.mymovies.it/film/2021/the-eternals/
[8] https://movieplayer.it/articoli/hamnet-nel-nome-del-figlio-intervista-chloe-zhao_37069/
[9] https://movieplayer.it/articoli/hamnet-nel-nome-del-figlio-intervista-chloe-zhao_37069/
Articoli correlati
No related posts.
-
L’interpretazione e noi
-
Dentro l’embrione di un papavero è nascosta la legge dell’amore -
Primo Levi controtempo -
Tantum potest religio. Note di lettura sulla ‘Capinera’ di Verga -
Quello che possiamo sapere: ce la caveremo anche stavolta? -
-
La scrittura e noi
-
Inchiesta sulla letteratura Working class / 12 – Angelo Ferracuti -
Dire (quasi) le stesse cose a fumetti. Il nome della Rosa di Milo Manara -
Inchiesta sulla letteratura Working class / 11 – Valentina Baronti -
Frugare nelle tasche -
-
La scuola e noi
-
Dentro e contro la «nuova Scuola capitalista» -
Scuola neoliberale: pars construens e pars destruens. Una replica -
La scuola neoliberale: contro, ma come? -
Il nome della “cosa”: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus -
-
Il presente e noi
-
Chloé Zhao, una regista millennial di confine -
Cattiva maestra -
Apocalypse Now. Sulla nuova ‘riforma’ dei tecnici -
Franco Battiato. Un lungo viaggio, breve e divisivo -
Commenti recenti
- Davide Racca su Scuola neoliberale: pars construens e pars destruens. Una replicaAvevo visto utilizzare la dicotomia pars destruens / pars construens da Rossella Latempa nell’introduzione al…
- Martina Bastianello su Scuola neoliberale: pars construens e pars destruens. Una replicaLeggendo l’intervento di Davide Racca “La scuola neoliberale: contro, ma come?” avevo inizialmente pensato: “Finalmente…
- stefano Rossetti su Cattiva maestraBuongiorno. Grazie per il suo commento, che non ha nessuna attinenza con il contenuto dell’articolo,…
- Francesco su Scuola neoliberale: pars construens e pars destruens. Una replicaIl corpo docente non cistutuusce una entità omogenea: esso riproduce al proprio interno le stesse…
- cristiano corsini su QUASI DISCRETO = 6/7 = 6.75 = VA BENINO?Gentile Rinaldo, la ringrazio per il suo invito e per la franchezza del suo sfogo….
Colophon
Direttore
Romano Luperini
Redazione
Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato
Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Lascia un commento