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diretto da Romano Luperini

Decodificare il potenziale simbolico delle storie, nel primo biennio della scuola superiore

Classe prima: i miti del mese

Gli studenti di prima superiore in genere conservano un buon ricordo dell’epica studiata alle scuole medie; proprio per questo, anche i miei alunni di I A sono entusiasti quando propongo loro un percorso sul mito che ci accompagni in questo anno scolastico. Per loro, infatti, la parola “mito” evoca bellissimi racconti; alcuni si spingono a citare film o cartoni animati, altri hanno letto romanzi contemporanei ispirati alle storie della mitologia. Mentre parliamo, chiedo agli alunni di riferirmi qualche trama e incappo nella prima difficoltà: i più non sanno raccontare, si inceppano in periodi lunghi, faticosi, involuti. I compagni sbadigliano, le storie restano nell’opacità.

Ancor più difficile, poi, per i ragazzi, intuire come un mito nasca e quale concentrato di forza racchiuda. Alle mie richieste in tal senso, gli studenti mi dicono che i miti sono nati per interpretare fenomeni naturali altrimenti incomprensibili. Accetto questo punto di vista, ma aggiungo che non si tratta solo di tentativi ermeneutici legati ad una fase pre-scientifica della civiltà: i miti, infatti, sono chiavi talmente potenti, che spesso hanno suggerito strumenti di lettura anche in epoca post-scientifica. Per farmi capire con un esempio, racconto le vicende di Edipo e spiego alla classe, sebbene in modo semplice, cosa ne abbia fatto la psicanalisi nel Novecento. Perché un mito davvero non è solo una narrazione di fatti, una favola affascinante e remota. Piuttosto, come dice Calvino in Cibernetica e fantasmi,

è la parte nascosta d’ogni storia, la parte sotterranea, la zona non ancora esplorata perché ancora mancano le parole per arrivare fin là. […] Il mito vive di silenzio oltre che di parola; un mito taciuto fa sentire la sua presenza nel narrare profano, nelle parole quotidiane; è un vuoto di linguaggio che aspira le parole nel suo vortice e dà alla fiaba una forma.

Insomma, ci sarebbe nei miti un punto oscuro che dà senso alla parte emersa. Se è così, queste storie meritano di essere interrogate più a fondo, alla ricerca del rimosso, del tabù taciuto per interdizione collettiva, che si troverebbe al di là – al di sotto – dell’orizzonte degli eventi. Saremo così al cuore dell’operazione letteraria, la cui funzione consisterebbe, sempre secondo il Calvino cibernetico, nel forzare e oltrepassare le barriere imposte a ciò che “non si poteva dire” e che ora, proprio grazie alla parola letteraria, diventa narrabile.

Tengo per me la spiegazione di Calvino e passo all’azione. Utilizzo dunque un’ora mensile per far raccontare ai ragazzi alcuni episodi della mitologia, non solo perché possano conoscerli, ma anche per far parlare il più possibile gli alunni a voce alta. Li ascolto ripetere, li aiuto a riformulare il discorso, faccio esercitare più di un ragazzo su aspetti o parti diverse della stessa storia.

Nell’assegnare il lavoro del mese, su cui ciascuno si documenterà in autonomia con le fonti che di volta in volta riterrà opportune, scelgo proprio personaggi che mi permettano di sottolineare la forza interpretativa degli antichi miti, in virtù di riletture moderne che consegnerò agli studenti come commento dei loro racconti.

Ecco lo schema delle storie e il modo in cui le ho utilizzate:

 MITO ASSEGNATOTEMI DISCUSSI IN CLASSE E ATTIVITA’ CORRELATE
settembreEdipoBrevi cenni al complesso di Edipo.
ottobreMiti del labirintoLe rovine del palazzo di Cnosso a Creta. La persistenza dell’immagine del labirinto nella cultura occidentale. Lettura: J. L. Borges, da L’Aleph, La casa di Asterione (presente nella nostra antologia).
novembrePrometeoPrometeo come archetipo della sfida al limite imposto all’uomo. Frankenstein, moderno Prometeo. Spettacolo teatrale: Frankenstein junior, programmato proprio a fine mese in uno dei teatri cittadini.
dicembreEco e NarcisoIl concetto di narcisismo e la sua diffusione nella società. Discussione.
gennaioPersefone e DemetraTemi della perdita e della rinascita. Temi del distacco e della resilienza. Discussione sul necessario equilibrio tra luci e ombre, morte e vita, maschile e femminile.
febbraioSisifoIl mito come allegoria della vita umana nell’interpretazione di Camus. Discussione.
marzoGli Argonauti, GiasoneIl viaggio come incontro con l‘altro; il concetto di barbaro e lo scontro di civiltà. Il mito come espressione dell’infanzia. Il Giasone della Medea di Pasolini: visione della parte iniziale del film con la crescita di Giasone e il cambiamento dell’immagine di Chirone agli occhi del suo allievo. A seguire, visione delle scene in cui Giasone incontra l’Oriente.
aprileMedeaMedea come prototipo delle donne che uccidono i figli. Lettura di articoli di giornale che utilizzano il mito di Medea per commentare fatti di attualità.

Dialoghi con Leucò

Intanto, l’anno è passato e mi appresto ad assegnare alla classe le letture estive: decido di far rileggere gli stessi miti che ora i ragazzi conoscono, nella speciale ed affascinante versione di Cesare Pavese, quella dei Dialoghi con Leucò. Consapevole della difficoltà dell’opera per studenti che sono ancora al biennio e non conoscono Pavese, mi limito a selezionare per loro solo quei dialoghi che sono ispirati a storie già note: I ciechi, I due, La strada, La rupe, L’isola, Le streghe, Gli Argonauti.

Sebbene si tratti solo di sette brevi testi, quando ci rivediamo a settembre gli studenti sono preoccupati: non sono sicuri di aver capito ciò che hanno letto e soprattutto temono che non riusciranno a ricordare i dettagli durante la verifica. Rassicuro la classe e la invito a portare il libro il giorno della prova. La verifica, perciò, viene svolta con il libro aperto, e prevede domande di comprensione guidata del testo, che hanno lo scopo di permettere agli studenti di riaccostarsi ai dialoghetti pavesiani con in mano delle chiavi, umili strumenti ermeneutici che aiutino a vedere quello che c’è da vedere. Per questo, altrettanto importante è la restituzione della prova una volta corretta, perché per ciascun dialogo e per ciascuna delle attività proposte, ho ora a disposizione un ampio ventaglio di approcci interpretativi, che rileggiamo e confrontiamo, usando ciò che gli studenti hanno scritto non tanto per valutare chi ha ragione e chi no, ma per considerare tutte le ipotesi possibili, e andare più a fondo nella comprensione dei testi.

Alla fine della giornata dedicata alla revisione, poi, cerchiamo di capire se le sette storie pavesiane non siano altro in realtà che altrettanti modi per raccontare la stessa cosa. È emerso infatti che nei testi analizzati ci sono parole chiave ricorrenti: vi si parla spesso di destino, di dolore, di tempo e memoria; vi compaiono inoltre le coppie oppositive giovane-vecchio; mortale-immortale.

«Ripeness is all»

Siamo dunque pronti per l’interpretazione dei macrotemi dei Dialoghi. Sono i ragazzi stessi che me la suggeriscono appena propongo l’attività: essere giovani è non capire fino in fondo il senso delle cose, non avere ricordi, affrontare la vita con leggerezza e crudeltà; invecchiare significa invece toccare il cuore del mistero del mondo, avere pietà, sapienza; uomini e dèi sono soggetti al destino fin nella più intima illusione di libertà.

E siamo già, come si vede, nel cuore della poetica pavesiana. Mi posso allora concedere di presentare brevemente la figura di Pavese alla classe, facendo intuire anche l’importanza dei Dialoghi con Leucò nella vicenda umana dell’autore. Ma per ora, basta. Ci sarà tempo per ritornare su Pavese quando avremo più strumenti a disposizione per comprendere.

Classe seconda: Orfeo ed Euridice

Poiché siamo in classe seconda ed è ormai il mese di ottobre, è ora di cimentarci nell’analisi del testo poetico, prevista per questa annualità. Fedele al percorso compiuto, introdurrò questa nuova fase del nostro lavoro raccontando un mito. Non più il mito del mese: questo sarà il mito dell’anno. E stavolta sarò io a raccontarlo. Faccio però innanzitutto una premessa, presentando il passaggio dall’ αὐλός alla lira, con la quale si libera la bocca del musico-poeta permettendogli di cantare: siamo agli albori mitici della poesia lirica, ed è il momento giusto per introdurre la storia di Orfeo, che di quello strumento, a lui donato da Apollo, fu indiscusso signore. La propongo alla classe integrando la versione delle Georgiche di Virgilio con quella delle Metamorfosi di Ovidio: in entrambe il giovane protagonista compie con la sua lira innumerevoli prodigi: vince le Sirene durante la spedizione degli Argonauti, di cui fa parte, incanta uomini e dei, conquista con la musica divina la bellissima Euridice, che diverrà sua sposa. In breve, però, la sposa novella viene a mancare, morsa al tallone da un serpente; allora Orfeo usa il suo strumento per soggiogare le forze infernali e ottiene di portare indietro Euridice, a patto di non voltarsi mai durante la risalita dalle profondità degli Inferi: un divieto che Orfeo, proprio quando è ormai prossimo alla luce, non riesce a rispettare. Avendo perso per la seconda volta l’amata, Orfeo è distrutto dal dolore. Rifiuta qualsiasi consolazione, finché le Menadi, seguaci di Dioniso, irritate dalla sua rinuncia alla bellezza della vita, lo uccidono e lo fanno a pezzi. (Virgilio, Georgiche, libro IV; Ovidio, Metamorfosi, capp. X e XI)

La versione di Rilke: una Euridice smemorata

Nelle lezioni successive, ci dedichiamo ad alcune delle riletture moderne del mito. Partiamo da Orfeo, Euridice, Ermes, testo del 1904, tratto dalla raccolta Nuove poesie di Rainer Maria Rilke. Il poeta coglie la coppia di sposi nel momento della risalita; Orfeo ha già ottenuto dagli dèi tartarei la riconsegna di Euridice. La sposa lo segue ad una certa distanza, scortata da Ermes che la tiene per mano. Leggiamo la poesia a voce alta, nella traduzione bellissima di Giaime Pintor. Abbiamo scelto come sottofondo un pezzo di Gabriel Fauré, Après un rêve, che ben si accompagna all’atmosfera sognante del poeta tedesco. Terminata la lettura, analizziamo il paesaggio infernale evocato dall’autore:

V’erano rocce
e boschi informi. Ponti sopra il vuoto
e quell’immenso grigio, cieco stagno
che premeva sul fondo come un cielo
di pioggia sui paesaggi della terra.
Fra i prati tenue e piena di promesse

correva come un lungo segno bianco
l’incerta traccia della sola strada.

E quell’unica strada era la loro.

Poi i personaggi e le loro motivazioni. Orfeo bruciato dall’impazienza: per lui il poeta sceglie il campo semantico della nutrizione, ma è una fame rabbiosa e implacabile quella che lo spinge avanti nello spazio, teso all’obiettivo, e intanto dimentico della lira, naturale propaggine della sua mano:

Avanti l’uomo nel mantello azzurro
agile, con lo sguardo volto innanzi
muto e impaziente. Il passo divorava
la strada a grandi morsi. Gravi, rigide
cadevano le mani dalla veste
e ignoravano ormai la lieve lira
cresciuta alla sinistra come un cespo
di rose in mezzo ai rami dell’ulivo.

E pochi versi più avanti, il ritratto di Euridice: «malcerta, mite nella sua pazienza», ella avanza vacillante, quasi inciampando nelle bende funebri. A sorpresa, però, – grande emozione a questo punto nella classe – Rilke disegna un’Euridice che manca il progetto di Orfeo: entrata nella morte, vi ha ritrovato una rinnovata verginità, e non può più condividere il sogno dello sposo, materia ormai lontana, precipitata in un denso pozzo di buio senza ricordi, nel quale lo stesso contatto della mano di Ermes diventa brivido ripugnante, sopportato come una violenza. Infatti la donna

non pensava all’uomo che era innanzi,
non al cammino che saliva ai vivi.
Era in se stessa, e il suo dono di morte
le dava una pienezza.
Come un frutto di dolce oscurità
ella era piena della grande morte
e così nuova da non più comprendere.

Era entrata a una nuova adolescenza
e intoccabile: il suo sesso era chiuso
come i fiori di sera, […]

anche il contatto stranamente tenue
della mano del dio, sua lieve guida,
la turbava per troppa intimità.


Euridice è ormai così lontana nella morte, che non capisce la preoccupazione di Ermes quando egli le annuncia che Orfeo si è voltato. Anzi, sembra non sapere più chi sia Orfeo.

Nonostante l’esiguità dei passi qui riportati, non è difficile intuire la reazione della classe. Mai i ragazzi avrebbero immaginato, nel loro ardore di adolescenti, l’assenza emotiva della sposa: comprendono perfettamente la fretta di Orfeo; invece, sono scossi e un po’ indignati dalla trasognata mancanza di partecipazione della donna. Francesco mi segue sul corridoio a fine lezione, e mi chiede come è la letteratura del quinto, se già quella del secondo è così bella. Sorrido. Oggi la lezione ha centrato il suo bersaglio.

L’inconsolabile di Pavese

È giunto ormai il momento di tornare ai Dialoghi con Leucò, perché anch’essi hanno la loro versione del mito orfico, nel dialogo intitolato L’inconsolabile. Non è tra i compiti dell’estate; ci riaccostiamo quindi con un misto tra curiosità e voglia di sfidare un nuovo testo, proveniente da un libro che all’inizio è apparso così problematico. La lettura viene accompagnata dall’ascolto di Chopin – Nocturne op.9 No.2. A dialogare, quando tutto è ormai accaduto, sono Orfeo e Bacca. È infatti con una delle sue future carnefici che Orfeo si confida raccontando il suo viaggio negli Inferi alla ricerca della sposa perduta. La narrazione segue, fino ad un certo punto, lo schema consueto: «ORFEO: È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo.».

Ad un tratto, però, arriva nel racconto la confessione inattesa:

Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela.

Orfeo, dunque, si chiede se davvero, riportando Euridice alla luce, potrà riavere con lei la vita di prima, ora che la donna, e lui stesso, conoscono il freddo del regno dei morti. E allora capisce: non è la sposa ciò che realmente egli cercava scendendo negli Inferi. Lui cercava se stesso, un modo per riattingere il felice passato, «una stagione della vita che non può più far ritorno»; compreso questo, ridicola risulta allora l’idea di una sua disubbidienza involontaria all’ordine di non voltarsi. Orfeo si è voltato apposta, per porre fine a un gesto insensato, che non avrebbe potuto avere sviluppi di felicità dopo il ritorno della donna. Per lei la stagione del sole, della pienezza luminosa del vivere, era ormai conclusa, e mai più avrebbe potuto rendere a Orfeo la gioia del passato. Nemmeno il poeta può nulla contro il destino, nemmeno l’amore lo può: «un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. […] Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte».

La consapevole scelta di Orfeo, di abbandonare Euridice al suo destino infernale, sconvolge gli alunni; specialmente le ragazze reagiscono in modo simile a Bacca nel dialogo pavesiano: «Molte di noi ti seguono perché ti sanno innamorato e infelice». Quello che c’era di attraente nella figura di Orfeo, la sua romantica fedeltà alla donna amata anche oltre la morte, ora si è dissolto, tramutandosi in un cinico, egoistico attaccamento alla vita da parte di lui. Il dibattito in classe nasce da sé: qualcuno trova sensata la versione di Pavese, qualcuno difende la versione tradizionale. Potrebbe sembrare una questione di poco conto, ma stiamo parlando ancora una volta di amore e di morte, e di come la poesia possa o non possa aiutarci a governare i grandi temi dell’esistenza.

Altri punti di vista e la transizione verso l’analisi del testo poetico

Abbiamo dedicato al mito di Orfeo un’ora a settimana; benché questo ci sia servito a introdurre la nascita della poesia lirica, che è la forma testuale di cui ci occuperemo quest’anno, è ormai tempo di dedicarci alle più tradizionali lezioni strumentali di analisi del testo poetico. È vero, ci sono altri autori (Bufalino, Calvino, Rushdie, Quasimodo, Milosz) che hanno proposto varianti interessanti del mito, ma non abbiamo ora, realisticamente, la possibilità di affrontarli. E inoltre so per esperienza che gli studenti non amano restare a lungo su tematiche che sembrano tutte simili tra loro. Prima di lasciare Orfeo ed Euridice, però, voglio utilizzarli ancora una volta, proprio come ponte verso l’aspetto tecnico dell’analisi. Faccio dunque ascoltare dalla LIM l’Euridice di Roberto Vecchioni. Ed è ancora sulla LIM che poi, proiettate le parole della canzone, procedo a far intuire alcuni segreti della musicalità di questo testo. Già i primi versi mi permettono di parlare del computo sillabico, delle regole per individuare la lunghezza metrica del verso (la canzone offre soprattutto versi piani, ma anche qualche sdrucciolo e tronco) e infine di dialefe e sinalefe. Inutile dire che prima di lasciarci, dedichiamo una sezione della nostra mattinata anche al significato del testo che abbiamo ascoltato, e ci chiediamo se l’Euridice di Vecchioni si discosti o meno da quella della tradizione.

L’unità didattica su Montale

Qualche mese più tardi, conclusa l’analisi del testo poetico, abbiamo ancora il tempo di applicare ad un poeta in particolare le tecniche analitiche acquisite. Scelgo la raccolta Satura di Montale. Abbiamo un antico filo che ci lega a quel testo, perché lo scorso anno, leggendo l’episodio della prova del letto a cui Penelope sottopone Odisseo, lo abbiamo confrontato con Avevamo studiato per l’aldilà, tratto appunto dalla tarda raccolta montaliana (l’esperienza didattica è raccontata qui: https://laletteraturaenoi.it/2024/11/04/omero-e-noi/). Rileggiamo dunque la poesia già nota, analizzandola ora con i nuovi strumenti. Poi, di settimana in settimana, ad essa accostiamo altri testi (Non c’è un unico tempo, Non ho mai capito se io fossi, Ho sceso, dandoti il braccio, L’alluvione ha sommerso il pack dei mobili) che ci permettano di conoscere un po’ meglio la silloge del 1971. Tocchiamo così temi tipicamente montaliani: l’apertura verso la scienza contemporanea, la natura illusoria delle realtà che vediamo, il rapporto con Mosca, la Firenze degli anni Trenta e il clima culturale, in cui il salotto di Drusilla Tanzi divenne un importante punto di riferimento per gli intellettuali dell’area solariana e non solo. Alla fine dell’unità didattica (e siamo ormai a maggio) l’ultima verifica di analisi del testo è dedicata a una poesia che gli studenti non conoscono, ma che ha molte affinità rispetto ai testi letti, Caro piccolo insetto. Ci siamo allontanati molto da Orfeo ed Euridice, ma quando Leonardo scrive che Montale è un Orfeo al contrario, comprendo che il lavoro svolto a inizio d’anno non è stato invano. Qual è il senso dell’intuizione di Leonardo? Partiamo dal testo della poesia:

Caro piccolo insetto

che chiamavano mosca non so perché,

stasera quasi al buio

mentre leggevo il Deuteroisaia

sei ricomparsa accanto a me,

ma non avevi occhiali,

non potevi vedermi

né potevo io senza quel luccichìo

riconoscere te nella foschia.

Drusilla (soprannominata Mosca dagli amici e dallo stesso Montale) è morta, il poeta in un opaco crepuscolo la vede ricomparire, ma la mancanza degli occhiali impedisce a entrambi i consorti di validare l’incontro, dando loro una reale occasione di contatto. Come in Avevamo studiato per l’aldilà, anche in questo testo sfugge ai due sposi il contatto ultraterreno e fallisce il potere della poesia di vincere la morte, quel potere che la tradizione classica, da Orazio a Foscolo, aveva sancito in modo indelebile. Come dice Leonardo, la poesia non può tenere a bada le divinità dell’oltretomba, e la lira non ha più alcun potere sulla morte.

Ritorno a Pavese

Come obiettivo per le vacanze, mi pongo quello di cominciare un percorso nuovo sul mito che possa accompagnarci nel triennio: vorrei infatti che i miei studenti riflettessero su un altro significato della parola “mito”, inteso non tanto come una storia proveniente da un antico repertorio narrativo, ma, in senso storico-antropologico, come la consacrazione assoluta di un gesto archetipico, nato nella notte dei tempi. È la definizione proposta da Pavese nel saggio Feria d’agosto, risalente al 1946:

Il mito è […] una norma, lo schema di un fatto avvenuto una volta per tutte, e trae il suo valore da questa unicità assoluta che lo solleva fuori del tempo e lo consacra rivelazione. Per questo esso avviene sempre alle origini, come nell’infanzia: è fuori dal tempo. Un uomo apparso un giorno, chi sa quando, sulle tue colline, che avesse chiesto dei salici e intrecciato un cavagno e poi fosse sparito, sarebbe il genuino e più semplice eroe incivilitore.

Assegno per le vacanze tra secondo e terzo la lettura di Paesi tuoi. Il resto del lavoro è una pagina ancora da scrivere…

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