Il racconto che ricuce
Centottantasette paginette brevi; e noi non la faremo tanto lunga: Il libro delle tasche del cileno Gonzalo Maier (Sellerio 2025; Traduzione di Vincenzo Barca; I ed. in Cile: 2016) è semplicemente irresistibile, come acquisire la licenza assoluta di frugare indisturbati nelle tasche di chiunque, senza correre pericoli, senza incorrere in sanzioni; anzi: ricevendone un premio. Il premio è in ciascuno dei trentotto oggetti reperiti, preziosi anche quando sono dozzinali come un pettinino (pp.13-15), pesanti di significato anche quando sono leggeri leggeri come un volantino pubblicitario (pp.25-27). A tenerli insieme è il racconto; e apparentemente nient’altro. Trentotto brevi storie generate da ognuno di questi oggetti, che rischierebbero di scivolare fuori dalle tasche, di andare perduti per sempre, se il racconto non li raccogliesse rimettendoli in circolo. Il movimento della narrazione è proprio circolare, non nel senso dell’eterno ritorno dell’identico, ma del raccontare in cerchio, come si faceva una volta, spostando le sedie dall’interno delle case all’aperto dei cortili nelle sere calde d’estate. Ogni oggetto, infatti, potrebbe essere raccontato all’infinito da chiunque ne abbia messo in tasca uno, perché di ogni oggetto il proprietario potrebbe raccontare la sua stessa vicenda di possesso e utilizzo, di affetto o repulsione, di gratitudine o indifferenza («Biglietto da visita. Passo: non ne ho mai posseduto uno.», p.127). Ma forse, chi prenda in mano questi oggetti e li soppesi e ne misuri la distanza/vicinanza alla propria esperienza esistenziale si accorgerà che qualcos’altro li lega. Sollevato appena il velo di un’ironia che provvidenzialmente impedisce ad ogni oggetto di diventare feticcio (o, ancor meno, sacro), si scorge il disegno sottile di una ricerca di senso a volte scanzonata, a volte dolorosa, sempre pudica ed emozionata; e un po’ dispiace che quel disegno non assuma mai le tinte robuste di un romanzo, scegliendo piuttosto i colori lievi di un acquerello. Ma anche tra quelle sorrise paginette brevi è possibile scovare piccoli tesori.
Il tesoro dei pirati
Due esempi soltanto, espliciti; e poi si vorrebbe lasciare al lettore di cercare da sé dove scavare per trovare il suo tesoro, se in un «Portafogli» (pp.69-71) o nella «Lista della spesa» (pp.48-50). Vediamo il primo esempio, non così ovvio come potrebbe sembrare dal titolo: «La mappa del tesoro» (pp.16-24), un brevissimo racconto che è anche tra i più magnifici elogi di Emilio Salgari che vi capiterà di leggere mai (e che purtroppo ci tocca di stralciare, anche per non rovinarvi il piacere di leggerlo da voi):
Nella tasca del costume da bagno io nascondevo una mappa ed ero pronto a usarla. Avevo nove o dieci anni e i romanzi di pirati che avevano per protagonista Sandokan, il temibile marinaio che solcava le acque malesi, mi avevano completamente mandato in tilt il cervello, ma questo lo capisco ora, che sono in grado di valutare il danno. (…) A tutt’ora non riesco a immaginare un altro modo di leggere Sandokan se non con il cuore che batte a mille (…) per colpa di quest’uomo [Salgari, ndR], la pirateria divenne per me uno stile di vita (…). Ero convinto che solo i codardi si sottomettono alle leggi dei potenti e che l’unica maniera onesta di vivere era pulirsi la bocca con l’avambraccio e issare la bandiera della pirateria. (…) Rimasero, è vero, i suoi libri, ma soprattutto la certezza che, indipendentemente dalla data sul calendario e dal luogo sulla carta geografica, il coraggio è sempre possibile. Che è solo una questione di volontà. (…)
Il secondo esempio, «La chiavetta USB» (pp.106-110) ci racconta di un narratore ormai dottorando, e dunque cresciuto per l’anagrafe e impegnato in letture-altre, che però sembra portare ancora la bandana della Tigre della Malesia:
Era un rettangolino bianco e feci l’unica cosa che ci si poteva fare: riempirlo. Avrei potuto cercare il film del momento o il disco dell’estate, ma su e-Mule, un vecchio programma di condivisione file, scrissi il nome di uno scrittore argentino che, in quell’inizio di secolo, avevo molta voglia di leggere.(…) Poi continuai con romanzi polizieschi e libri di filosofia e addirittura, non so ancora perché, di teoria della letteratura. La mia prima tesina, devo confessarlo, fu sponsorizzata dai tre svedesi che gestivano The Pirate Bay e da un gruppo di argentini che copiavano – e rendevano fruibili – tutti i classici di filosofia che gli passavano per le mani. In effetti, conosco pochi studenti di materie umanistiche, almeno della mia generazione, che non abbiano letto Barthes, Foucault o Arendt – nominate chi volete – da file scaricati da internet e poi scambiati come fossero pietre preziose. Magari esagero un po’, ma è stato così che molti abbiamo imparato a leggere. (…) Inutile dire che ho imparato tante cose a scuola, all’università e certamente giocando a calcio con i miei amici. (…) ma ciò che mi ha insegnato a guardare il mondo come lo guardo adesso mi è giunto attraverso quei rettangolini di plastica che passavano di mano in mano e che, tornando dal bar, introducevo goffamente nel computer di casa con la speranza, che dentro, dopo aver scavato un po’, fosse sepolto il vero tesoro dei pirati.
Anche noi, come pirati coraggiosi – coraggiosi, come Sandokan, per volontà di coraggio – abbiamo il dovere di frugare nelle tasche dei nostri abiti come fossero i recessi della nostra memoria e della nostra coscienza, individuale e collettiva. Per cavarne tesori; o anche meno: per vivere meglio.
Una dichiarazione d’amore per la letteratura
A rendere migliore la vita – la vita veicolata dagli oggetti – è l’investimento letterario che il narratore fa su ognuno di essi. Una lunghissima, deliziosa dichiarazione d’amore per la letteratura attraversa tutto il libro, discreta, serissima e sorniona. Non bisogna confonderla con la letterarietà: mai il narratore instaura parallelismi con oggetti consacrati dalla letteratura di tutti i tempi; né pretende di abusare del diritto alla mitopoiesi, trasformando mitologicamente ogni oggetto in amuleto o talismano. Si tratta piuttosto di un atto di fede nei confronti delle narrazioni. Esse non sono capaci di salvare la vita:
Un laboratorio letterario o un corso di scrittura creativa insegnano a commentare testi, a leggere, e se sei uno scrittore in erba, a far sì che i tuoi personaggi non risultino inconsistenti. È una partita persa in partenza e per ciò stesso lodevole. Immagino che insegnino anche a redigere manoscritti e a candidarsi a qualche residenza per scrittori, a cercare agenzie che ti rappresentino e a tante altre cose di cui non ho la minima cognizione. Al contrario, mi sembra che trascurino la questione più importante nella formazione di uno scrittore contemporaneo e ancor di più se si tratta di uno scrittore latinoamericano: la sopravvivenza. (Speranza, pp.84-85)
Sono però capaci di salvare gli oggetti, e gli esseri umani con loro, dalla marea che li fa tutti uguali e indistinti, e di farne materiali di riciclo, come facessero parte di un programma di illuminata ecologia dell’esistenza. Grazie alle narrazioni, niente si crea e niente si distrugge, ma tutto può essere recuperato, reinventato, riutilizzato:
Dopotutto, quando si compra un libro, si paga per una promessa o un’illusione come qualunque altra, e quella dei libri è sempre la stessa: che avremo tempo, che prima o poi i problemi scompariranno come per magia e ci sveglieremo sdraiati su un’amaca, ancora giovani, belli, abbronzati, con la vita davanti e un romanzo tra le mani. Alla fine, mi dico, compriamo libri per sfidare le leggi della fisica e confermare che, quanto più alta è la pila che abbiamo in casa, più tempo avremo per leggere tutto. (Libri, pp.116-117)
E questo non riguarda solo gli oggetti che, oltre a sformare più di altri le tasche, più di altri ci rimandano alla letteratura, cioè i Libri: li riguarda veramente tutti, «Il numeretto della fila» (espressione massima della «ufficiocrazia» e chiave d’accesso ad «una cultura complessa che raggiunge il parossismo della legalità» pp.100-105) come «Un numero di telefono su un foglietto» (lasciapassare per avventure estreme, pp.128-131), fino ad arrivare alla «Tessera della biblioteca» luogo consacrato da innumerevoli film, soprattutto made in U.S.A., da «un’aura romantica e idealizzata», dove «i libri non odorano mai di umidità e polvere, ma di feromoni» (p.167) e dove professori ed editori «vivono quotidianamente a contatto con l’arte o con la letteratura, ma sempre nella prospettiva del mercato» (capitoletto interamente caustico ed esilarante, pp.164-173). D’altra parte
Il cinema è una forma di istruzione, mi dico, e se il mondo crede che i professori di letteratura siano individui affascinanti e sexy, non sarò io a dire il contrario (p.173)
Figuriamoci noi di questa redazione, che tutti e tutte letteratura insegniamo.
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