Inchiesta sulla letteratura Working class / 10 – Francesco Targhetta
L’inchiesta sulla letteratura working class dedicata alle narratrici e ai narratori prosegue con Francesco Targhetta, autore di libri di poesia (Fiaschi e La colpa al capitalismo) e di un romanzo in versi (Perciò veniamo bene nelle fotografie) e di uno in prosa (Le vite potenziali. Targhetta insegna in un liceo
Da qualche anno si è affermata anche in Italia l’espressione letteratura working class per designare i testi che mettono al centro l’autorappresentazione di lavoratori a basso reddito, di figli di operai nonché di esponenti della classe lavoratrice precaria dei servizi, delle pulizie, della ristorazione, della logistica, della cura alle persone anziane. Non è un pranzo di gala (2022) di Alberto Prunetti, curatore tra l’altro della collana “Working Class” per Alegre, è il saggio che ha contribuito in modo decisivo ad aprire un dibattito in questo senso.
La categoria in questione riabilita le nozioni di classe e di conflitto, da lungo tempo rimosse, e si distingue dal generalizzato interesse che l’editoria e l’accademia hanno rivolto alle tematiche del lavoro. Con questa inchiesta vogliamo dunque aprire uno spazio di riflessione dedicato a coloro che, a vario titolo, potrebbero rientrare nei campi di scrittore/scrittrice “di classe operaia“ o di letteratura working class.
D. Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
R. Ho approfondito poco il dibattito attorno alla categoria “working class”, ma mi è capitato in un paio di circostanze di confrontarmi con persone che lo hanno fatto e che hanno letto i miei libri; riferirò dunque il loro parere. Che è, in sintesi, questo: può rientrare in quel filone una parte della mia opera, soprattutto alcune poesie (come Visita alla fabbrica di lampadine, da Fiaschi) e Perciò veniamo bene nelle fotografie. Non, invece, Le vite potenziali. A me, di questa categoria e del suo uso, non convince soprattutto l’idea che vada adottata solo laddove ci sia un’autorappresentazione: non capisco come si possa applicare un’etichetta letteraria anche sulla base della professione svolta dagli autori e dalle autrici o dai loro genitori, insomma sulla base della loro classe di origine o appartenenza. Se un romanzo su un rider è scritto da un rider è “working class”, mentre se è scritto da un docente o da un avvocato no? Non è la mia idea di letteratura o di riflessione critica sulla letteratura, nel senso che la legittimazione letteraria, ai miei occhi, è legata alla natura stilistica di un’opera, non alla biografia di chi l’ha scritta. Immagino che dagli studi che si stanno facendo in questa direzione possano comunque uscire stimoli interessanti, ma spero che non si perda di vista l’idea che a contare è come un libro è stato scritto, dove quel come significa con quale lingua, con quali scelte formali, con quale struttura, e non in quali condizioni socio-economiche (che conta, ma non su un piano letterario).
D. Come scrittore/scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
R. Ammetto di non aver mai percepito quello della scrittura come un lavoro, e in fondo è stata una scelta, forse legata a un istintivo moto di insofferenza verso una parola tanto ingombrante, soprattutto nella terra in cui sono nato e cresciuto, dove rappresenta il dovere, il riferimento, il modello da seguire, la prescrizione ineludibile su cui essere valutati come individui. Ho preferito dunque non mettere sotto quel cappello l’attività letteraria, che ho sempre tenuto ben separata dal lavoro salariato, nel mio caso l’insegnamento, e vivere la scrittura con grande libertà: scrivo soltanto quando ho voglia di farlo, senza legami contrattuali con gli editori, senza agente letterario, senza alcuna scadenza. E onestamente l’ho sempre fatto divertendomi o traendone una forma di piacere: la “fatica”, semmai, subentra quando si tratta di rimettere mano a quanto si è scritto, ed è la fatica del pigro. Certo, non è facile conciliare l’attività di scrittura con il lavoro da insegnante, soprattutto per quanto riguarda la gestione del tempo e delle energie nervose, ma per fortuna d’estate queste due risorse tornano ed è in quei mesi che riapro i file e mi rimetto all’opera. Ma non mi dispiace lasciar decantare a lungo quanto scrivo, né far trascorrere molti anni tra un libro e l’altro.
D. Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
R. In generale non credo che esista una forma più adatta di altre per descrivere il mondo del lavoro oggi. Se è vero che impostazioni narrative più frammentarie o stili più sperimentali possono rendere meglio di altri il carattere schizoide e imprevedibile (e dunque altamente spaesante) della galassia lavorativa contemporanea (penso a Pausa caffè di Giorgio Falco, il quale poi è tornato sugli stessi temi attraverso generi e stili diversi), è altrettanto vero che qualche chance di metterne in luce le dinamiche le ha anche un impianto narrativo più tradizionale. È quanto ho cercato di fare con Le vite potenziali, che è costruito con un apparato piuttosto canonico, anche se meno frequentato negli ultimi decenni (penso al narratore esterno onnisciente). Diciamo che ultimamente, a prescindere dal contenuto di un libro, mi sembra che si frequentino sempre di più forme miste, contaminate, ibride, ed è la dimensione in cui mi trovo più a mio agio, soprattutto negli interstizi tra poesia e prosa.
D. Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
R. Sicuramente sulla mia scrittura hanno influito di più autori italiani, in virtù delle mie letture durante gli anni di formazione accademica. Come poeti posso citare Gozzano, Pagliarani e in generale tutti coloro che hanno cercato di allargare lo spettro di quanto può entrare in poesia; come prosatori Bianciardi, la cui Vita agra è stata una lettura per me decisiva, e poi Berto, nonché tutta la galassia di quella che si chiamava (o si chiama ancora) “letteratura industriale”. Gli autori stranieri ho iniziato a leggerli più tardi e credo che abbiano lasciato segni minori su quanto ho scritto, con l’eccezione dell’Houellebecq di Estensione del dominio della lotta.
D. L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
R. Non ho la percezione di essere un “transfuga di classe”, per più di una ragione. La prima è che nella mia famiglia, composta, oltre che da mio fratello, da un padre operaio e una madre casalinga (poi merciaia, quando iniziai le scuole medie), c’era più vergogna di classe che orgoglio. Quando alle elementari scrissi su un compito per casa che mio padre faceva l’operaio, mia madre mi chiese di correggere con “impiegato”; il tradimento di classe, se è lecito parlarne in questi termini, era già in atto nei miei genitori. La seconda ragione è che la mia famiglia di quattro persone, con il solo stipendio di mio padre, si poteva permettere negli anni ’80 un tenore di vita più alto di quello che posso permettermi oggi, senza figli, con lo stipendio da insegnante.
D. Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
R. La prima è una domanda a cui è molto difficile rispondere, ma non posso negare di essermela posta più volte. Scrivere è stato forse un modo per cercare una mia strada, diversa da quella delle persone che avevo attorno, e uno spazio di libertà. Amo scrivere da sempre, da quando ero alle elementari, e prima l’ho fatto per la festa della mamma, poi per i miei compagni di liceo, poi per la band in cui suonavo, poi per imitare i libri che mi piacevano, poi per superare una delusione d’amore, poi per sfogare la mia rabbia contro il mondo in cui avevo accettato di entrare e contro il posto in cui mi ero rassegnato a vivere, e dunque per sfogare la rabbia contro me stesso – ma in fondo si scrive sempre per capire, per venire a capo di qualcosa di sé e del mondo, e la speranza, poi, se quanto si è scritto viene pubblicato, è che qualcun altro possa trovare in quelle parole una nuova domanda da farsi, un modo diverso di considerare le cose. Quanto all’attrazione vittimaria, qualche traccia c’era, direi, nel romanzo in versi; c’entrava, però, la mia fascinazione crepuscolare, non l’industria editoriale, che allora ignoravo del tutto e sulle cui dinamiche preferisco tuttora non aggiornarmi. Ora, dopo quattro anni in cui non ho buttato giù una riga, sto scrivendo qualcosa fuori da ogni contatto, e direi anche logica, editoriale. Vedremo che ne sarà.
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