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diretto da Romano Luperini

Verso il referendum nel degrado politico e mediatico. Perché votare NO

Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia si avvicina e a un mese dalla consultazione non c’è giorno in cui non si abbia l’impressione che le cose non potrebbero andare peggio. Salvo poi andare effettivamente peggio il giorno dopo. A certificare lo stato di degrado e imbarbarimento a cui è giunto il dibattito pubblico è stato il 18 febbraio scorso il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, il quale ha deciso di presiedere la riunione ordinaria del Consiglio superiore della Magistratura, mosso, come egli stesso ha dichiarato nel suo breve discorso, dalla necessità di ribadire «il rispetto che occorre nutrire e manifestare» nei confronti dell’istituzione. Un gesto altamente simbolico (è sempre Mattarella a sottolinearne infatti l’eccezionalità, quale unicum nei suoi undici anni di presidenza) che nella storia repubblicana ha diversi precedenti, sempre caduti in momenti di particolare conflittualità tra politica e magistratura. Così anche in questo caso. La scelta del presidente della Repubblica, infatti, viene a seguito delle dichiarazioni del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, il quale si era riferito alla magistratura definendola «un sistema para-mafioso». Ma se in altre epoche della storia repubblicana il portato simbolico della presa di posizione del presidente della Repubblica poteva ancora essere percepito e sortire quindi qualche effetto, quello che oggi colpisce è la rapidità con la quale l’intervento di Mattarella è stato fagocitato e sostanzialmente neutralizzato dalla maggioranza di governo, grazie a un sistema di informazione connivente. Basti citare la (magistrale a proposito) edizione serale del Tg5 proprio del 18 febbraio, che un attimo dopo aver reso conto delle parole del Capo dello Stato, ha proposto un servizio su due noti casi di errori giudiziari, quelli di Beniamino Zuncheddu e Angelo Massaro. A seguire, quasi due minuti di comizio della premier, Giorgia Meloni, che ha attaccato la procura di Palermo per aver disposto un risarcimento di 76.000 euro alla ong Sea Watch per i sei mesi di fermo amministrativo comminati all’imbarcazione con la quale Carola Rakete nel giugno del 2019, senza autorizzazione, aveva tratto in salvo nel porto di Lampedusa 42 migranti, urtando nella manovra una imbarcazione della Guardia di Finanza. Il fermo, a causa delle mancate risposte della prefettura ai ricorsi della ong, è stato giudicato illegittimo. Tuttavia, divagando completamente dal merito della questione, nell’intervento trasmesso dal Tg5 Meloni si chiede se compito della magistratura sia quello di far rispettare la legge o quello di premiare chi si vanta di non rispettare la legge, con riferimento alle dichiarazioni della ong, che aveva successivamente commentato in modo positivo la sentenza sul risarcimento. Il giorno prima la lavata di testa era toccata ai magistrati che avevano disposto un altro risarcimento, stavolta di settecento euro, nei confronti del migrante algerino tradotto, a quanto pare illegittimamente, nel centro di detenzione di Gjadër in Albania. Ma non c’è solo il tema dell’immigrazione nei sistematici attacchi alla magistratura, divenuti quotidiani dall’indizione del referendum. Come accennato per i casi di Zuncheddu e Massaro, la strategia comunicativa non risparmia macabramente nemmeno la cronaca nera. Si ricorderà che i giorni della definizione della data del referendum erano più o meno quelli in cui si riapriva il caso Garlasco. E mentre il ministro Nordio improvvidamente dichiarava che a un certo punto certi casi devono essere lasciati alla storia, stigmatizzando di fatto la decisione dei magistrati di riaprire le indagini, si cominciava addirittura a ventilare che la riforma della giustizia servirà anche a questo, a evitare casi giudiziari come quelli di Garlasco. Si ricorderà poi la vicenda della famiglia nel bosco, per la quale sono stati per settimane bersagliati i giudici che hanno disposto la collocazione dei tre bambini in una struttura protetta. Incidentalmente non si era mancato di definire assolutamente fuori misura la condanna per il gioielliere Mario Roggero, che aveva rincorso e ucciso a colpi di pistola, a distanza ravvicinata, i rapinatori che si erano introdotti nel suo negozio. A nulla era valsa la pubblicazione delle motivazioni della sentenza dei magistrati. Nelle scorse settimane sotto i riflettori sono finiti i disordini di Torino, a margine del corteo a sostegno del centro sociale sgombrato Askatasuna, e in particolare le successive decisioni dei magistrati, colpevoli di non aver tenuto in carcere i manifestanti fermati per l’aggressione a un poliziotto. Da questa sequela di colpe, e l’enumerazione potrebbe proseguire a lungo, emerge l’immagine di una magistratura che agisce capricciosamente, o peggio dolosamente, come se le sue decisioni non fossero sostenute dal diritto. Una «magistratura politicizzata», il cui scopo altro non è se non quello di ostacolare l’azione del governo e di favorire l’illegalità, come tutti i giorni sentiamo ripetere. E non esiste più argine a questo farneticare, al quale il sistema massmediatico fa al tempo stesso da nutrimento e da cassa di rinonanza. La cronaca e l’ossessività morbosa con cui viene trattata (ad esempio, la scena del poliziotto colpito con un martello da un manifestante a Torino è stata mandata a ripetizione, tipo cura Ludovico, per un tempo esorbitante dalla trasmissione “4 di sera” condotta da Paolo Del Debbio) preparano il materiale emotivo — rabbia, indignazione — che deve sostenere i fendenti contro la magistratura, mentre contestualmente va in scena l’isteria dei talk show politici da dove è da lungo tempo scomparsa, e non casualmente, ogni argomentazione di merito. Mentre i politici si accapigliano con la bava alla bocca, inutilmente si attende un intervento chiarificatore, a spiegare cosa effettivamente succederà se la riforma supererà lo scoglio del referendum. Pleonastico dire che, anche laddove ci trovassimo in un paese in cui davvero la magistratura agisse pregiudizialmente, la riforma non risolverebbe il problema, dato che si occupa di tutt’altro. Come noto, infatti, il principale argomento dei suoi detrattori è che essa sia finalizzata a minare dalle fondamenta l’indipendenza del potere giudiziario. Argomento che, purtroppo, in un dibattito degenerato, rischia di essere derubricato come uno «slogan». Così il ministro Nordio ha definito gli argomenti del “no” in recenti dichiarazioni. In effetti, la riforma non dispone nessun meccanismo che stabilisca una dipendenza diretta tra il potere esecutivo e quello giudiziario (e ci mancherebbe pure). Va da sé, quindi, che se non spiegata si stenti a credere che quello denunciato sia un pericolo reale e non effettivamente uno slogan. Eppure il pericolo esiste e proviene dalla contestuale combinazione di più fattori. Il nuovo articolo 104 della Costituzione prevede lo spacchettamento dell’attuale Consiglio superiore della Magistratura in due distinti consigli, quello della magistratura giudicante e quello della magistratura requirente, che opereranno in piena autonomia, secondo il principio della separazione delle carriere. La divisione inciderà non solo su aspetti pratici e organizzativi legati alla gestione delle carriere, di cui si occuperanno i due Csm distintamente, ma interverrà di conseguenza anche sulla condivisione di quella cultura giuridica che, pur nell’esercizio di funzioni diverse, magistrati e giudici oggi hanno appunto in comune. A questo si aggiunge il sistema previsto per la definizione dei due consigli. Un terzo dei rappresentanti di ciascun consiglio, la cosiddetta componente laica, sarà sorteggiato «da un elenco di professori ordinari di università in materie giuridiche e di avvocati con almeno quindici anni di esercizio, che il Parlamento in seduta comune, entro sei mesi dall’insediamento, compila mediante elezione». La componente laica risentirà quindi inevitabilmente del peso della maggioranza parlamentare, che certo non accoglierà nell’elenco membri non graditi. Ora, anche oggi la maggioranza di governo incide sulla definizione della componente laica, dato che questa è eletta dal Parlameno, tuttavia quello che cambia con la riforma, oltre all’introduzione del meccanismo del sorteggio da un elenco di cui non si conoscono le caratteristiche, è anche il fatto che il peso della maggioranza parlamentare si sentirà di più in un contesto generale nel quale sarà venuta meno l’unitarietà degli organismi di autogoverno, per questo indeboliti. Ma non è ancora tutto. Avvolta nella totale incertezza è la procedura che riguarda la selezione dei restanti due terzi dei membri dei due nuovi Csm, la cosiddetta componente togata. In questo caso il testo del nuovo articolo costituzionale stabilisce che i membri saranno estratti a sorte «tra i magistrati giudicanti e i magistrati requirenti, nel numero e secondo le procedure previsti dalla legge». La riforma rimanda quindi la definizione della procedura a una successiva legge ordinaria. Chi sarà chiamato in questo caso a comporre la rosa dei magistrati eleggibili? Quale organismo, dotato di sufficiente terzietà, potrà essere incaricato di un compito così delicato? Dove lo si andrà a pescare? Non sarà un caso, infatti, se le madri e i padri costituenti avevano previsto per la scelta dei componenti del Csm l’elezione da parte di tutti i magistrati appartenenti alle varie categorie. Il meccanismo elettivo era evidentemente considerato l’unico in grado di garantire l’indipendenza dell’organismo di autogoverno della magistratura. Ora, potrebbe mai essere una commissione parlamentare ad hoc a definire la rosa degli eleggibili? In questo caso sarebbe condizionata dalla maggioranza politica. Peggio ancora se si affidasse il compito al Ministero della Giustizia. E nemmeno sarebbe sinonimo di garanzia investire un organismo interno alla stessa magistratura, perché ci sarebbe sempre il problema di chi stabilirebbe i criteri per la sua definizione. Insomma, in questo quadro di incertezza il rischio di un’ingerenza forte dell’esecutivo è estremamente concreto, altro che slogan. Talmente concreto che quotidianamente la maggioranza di governo (magari perché teme anche il giudizio politico implicito negli esiti del referendum) spende grandissime energie nel tentativo di occultarlo e di dissimulare intenzioni tutt’altro che rassicuranti. Ecco, forse per questi motivi il 22 e 23 marzo conviene andare a votare, e votare “no”.   

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