Il mestiere del traduttore/6 – Alessandra Sarchi: Tradurre Annie Proulx
Tradurre Annie Proulx è stata una delle prove più difficili della mia vita di studiosa e scrittrice: il suo uso della lingua inglese mi faceva sentire inadeguata a ogni pagina, e il mondo che racconta nel primo volume della raccolta Wyoming Stories (Close Range, Distanza ravvicinata, da poco uscito per Minimum Fax) risultava lontano e per molti aspetti inaccessibile.
Cosa potevo capire io di rodeo, allevamento di cavalli e mucche, neve ad agosto, bar puzzolenti di sudore e whisky, e dialoghi surreali con macchine agricole? In effetti ben poco, a partire dal lessico che ho dovuto piano piano ricostruire per ambientarmi in un’arena di rodeo, per capire quali siano i termini tecnici con cui si parla di tori, di corde per legarli, di stalli in cui si tengono prima della gara, di marchiature a ferro caldo e via dicendo. Ma a questa prima difficoltà, che si potrebbe ascrivere alla materia stessa, se ne deve aggiungere un’altra più sottile e insidiosa: Proulx è una scrittrice vertiginosa, gioca con le parole e con il loro spettro semantico per cogliere tutti gli slittamenti da una dimensione all’altra, del reale e dell’immaginario. Un esempio: il racconto intitolato Blood Bay era stato tradotto in una precedente edizione italiana “La baia del sangue”, che letteralmente poteva anche funzionare, ma a leggere con attenzione io credo sia di gran lunga preferibile la traduzione “Purosangue”, perché protagonista è proprio un cavallo di razza a cui vengono attribuite staordinarie e orribili imprese, e al tempo stesso la traduzione purosangue conserva l’orrore grottesco che pervade il racconto.
Tradurre Annie Proulx è stata anche una delle prove che mi ha fatto sentire, anche, più soddisfatta e felice: la sua capacità di mitopoiesi dei luoghi e della vita che descrive stabilisce una connessione con tutto ciò che è a prima vista ostico e remoto. Ci si familiarizza subito con i fenomeni naturali estremi – albe e tramonti apocalittici, uragani, tormente di neve, siccità – verso i quali Proulx ha una forma di venerazione che non esiterei a definire omerica, perché innalza sempre il livello della scrittura a vertici di lirismo e al tempo stesso ha una sua formularità che fa da cornice e da motore intrinseco ai racconti. I caratteri dei personaggi che popolano la sua narrazione sono burberi, spesso misogeni, cresciuti in una realtà talmente ostile da diventare respingenti, eppure Proulx riesce a ritrarne i più nascosti moti di debolezza, di comicità, perfino di tenerezza. Il suo Far West esce dalla olografia cinematografica dei duri, spietati e vincenti per entrare nelle pieghe di vite condotte con caparbietà in un ambiente difficile, dove il pane quotidiano è l’isolamento, la lotta per sopravvivere e ricavare frutti da una terra impervia quanto affascinante. Non stupisce che la scrittrice originaria del civilizzato Connecticut si sia appassionata di un luogo tanto estremo: vivere qui richiede un tasso di immaginazione, di idealismo e di utopia pari a quello di chi decide di scrivere.
Mentre traducevo Close Range ho ripercorso molte volte sulle mappe geografiche i luoghi descritti da Proulx, ho cercato su internet video e foto, ho ascoltato le canzoni da lei evocate nei racconti, e le specie botaniche che descrive e che spesso sono sconosciute a chi è cresciuto nel mite mediterraneo; è stata una specie di archeologia della scrittura stessa di Proulx, autrice documentatissima e altrettanto abile nel dissumulare in un aggettivo, in due righe o poco più, una conoscenza approfondita sul territorio e sulla storia. Proulx dissumula: la propria presenza femminile dietro personaggi prevalentemente maschili, una competenza fatta di studio dietro osservazioni all’apparenza casuali e dialoghi che riproducono la lingua rapsodica di gente poco abituata a esprimersi verbalmente. Ne viene fuori un’epica moderna, dove la parola umile o sgangherata pronunciata in un bar a tarda notte o durante una partita di carte risuona e produce effetti a distanza di giorni, di mesi, perfino di anni. D’altronde questo ho capito traducendo Proulx: l’epica si produce solo in condizione di grande isolamento, in comunità sporadiche, in realtà di rarefatta urbanizzazione e di agonismo profondo con l’ambiente.
Proulx si è dispiaciuta più volte, nelle interviste, che questo suo primo libro dei tre che compongono le Woyoming Stories, sia divenuto celebre soprattutto per il racconto finale Brokeback Mountain, da cui il regista Ang Lee ha tratto il film omonimo. Come scrittrice la capisco, il libro è pieno di altri meravigliosi racconti; come traduttrice devo però ammettere che solo quest’ultimo mi ha fatto piangere, mentre lo traducevo la prima volta e mentre ne rivedevo la prima versione; e tra le lacrime ho sentito finalmente le parole di Proulx uniche, ma anche un po’ mie. Perché questo è uno degli effetti collaterali del tradurre: ricevere il dono dell’immaginario e delle parole di un altro autore, un po’ come si riceve il sangue.
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