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diretto da Romano Luperini

Alcune considerazioni sul referendum 

Intervengo a una settimana di distanza dall’apertura delle urne del referendum, stabilendo una relazione tra l’esito del referendum e la grande giornata mondiale e italiana del 28 marzo (No Kkings, Nno war), una relazione tra la tendenza autoritaria esistente su scala mondiale e quella sempre più accentuata alla guerra.

1) L’elevata affluenza al voto (58,9 %) in controtendenza con l’andamento “astensionista” delle ultime elezioni è stata una prova di democrazia, che è culminata in 14,5 milioni di NO alla controriforma Meloni-Nordio, che voleva spaccare la Magistratura,  alterare l’equilibrio dei poteri, su cui poggia il disegno democratico della Costituzione del 1948, e ridurre gli spazi democratici, già limitati nel Parlamento, come è tipico dei regimi che portano alla guerra. È stato  bocciato il disegno autoritario che dopo l’autonomia differenziata, aperta dall’improvvida “riforma del titolo V” della Carta, voluta da D’Alema, puntava all’indebolimento del potere giudiziario e alla sua sottomissione all’esecutivo fino al “premierato forte”. Ognuno dei disegni controriformatori “accontentava” i partiti della coalizione di destra e i ceti sociali, che rappresentavano per consolidare un “blocco sociale” più volte indicato su queste pagine. Ne sono testimonianza gli attuali contorcimenti nei e tra i partiti di governo e l’avvio dello scontro tra il governo e l’organizzazione padronale della Confindustria su chi debba pagare i costi della crisi energetica dovuta alla guerra in Iran. È stata anche smentita la previsione  dell’astensionismo avanzata anche in un commento agli articoli del blog, cosa che attesta come quel modello di analisi non abbia capacità previsionali.

2) È stato battuto il disegno autoritario della destra neofascista al governo di manomettere 7 articoli della Costituzione: il NO ha oltre 7 punti percentuali di vantaggio rispetto al Sì (53,7% vs 46,3%). È scesa in campo la “riserva della Repubblica”, cioè la parte dell’elettorato di sinistra, deluso dai propri partiti, che da anni non va a votare per protesta o per delusione. Il Sì prevale solo in Lombardia, in Veneto e Friuli Venezia Giulia, cosa compensata dalla vittoria del NO nelle altre regioni (al Nord, al Centro e in particolare al Sud). Il cosiddetto “partito del Nord” risulta arroccato nelle sue regioni storiche, mentre il Sud sembra scuotersi dall’acquiescenza alla destra.

3) Significativo è stato il voto dei giovani under 35, che nel 61,1% ha votato NO, smentendo la narrazione che li vuole disinteressati alla politica e alla democrazia. Li ho visti venire al seggio determinati e votare rapidamente, a dimostrazione che arrivavano con le idee chiare. Il futuro ha ancora una speranza nel nostro paese. A mio avviso il voto dei giovani è anche un voto contro la guerra, contro la penalizzazione del lavoro (quello giovanile soprattutto), contro la necessità di emigrare per avere una vita migliore (oltre 1 milione di giovani italiani all’anno) e contro l’impossibilità di costruirsi una famiglia (casa e figli), stante la carenza di reddito e di servizi sociali, e di avere un avvenire migliore e più sicuro. C’è un filo rosso che lega questo voto alla mobilitazione di massa dell’autunno scorso, in particolare degli stessi giovani e di una fetta significativa di classe operaia, a sostegno della Flottilla e della causa del popolo palestinese, di fronte all’incapacità dei cosiddetti “sovranisti” e del governo Meloni di emanciparsi dalla sudditanza all’alleato Trump, che consegna il nostro paese al destino subalterno di una guerra non dichiarata, ma di cui siamo chiamati a pagare i costi della bolletta energetica e del taglio della spesa sociale a favore di quella militare.

4) La vittoria del NO è in larga misura dovuta alla rete “molecolare” di una miriade di comitati per il NO, che nella società civile ha mobilitato grandi risorse praticamente senza mezzi salvo le energie volontarie e con un’organizzazione garibaldina costruita in tempi brevissimi, mentre i partiti dell’opposizione nicchiavano per la paura di intestarsi la battaglia referendaria, che pensavano perdente. Si pensi ai quindici benintenzionati di Magistratura Democratica, che hanno raccolto in quattro settimane 550.000 firme on line e hanno permesso di cambiare il quesito referendario, dimostrando sulla scheda che il governo della destra autoritaria voleva scompaginare ben 7 articoli della Costituzione. Il fronte diffuso del NO, dopo averla difesa, deve puntare all’applicazione della Carta. L’obbiettivo è costruire il programma di un governo “costituzionale”, democratico e antifascista, che sta nella Costituzione stessa: la politica di pace, neutralista e ispirata al diritto e alle istituzioni internazionali (art. 11), la politica di realizzazione dello stato sociale (diritto alla salute, art. 32; diritto allo studio, art. 34; diritto alla casa, art. 2, 3, 47); il diritto a una legge uguale per tutti (art. 3); la tutela dell’ambiente (art. 9); il diritto al lavoro equamente retribuito e sicuro (artt. 4, 35, 36, 37). Per trovare i finanziamenti sono necessarie la tassazione proprogressiva e la lotta all’evasione fiscale (art. 53). Va tutelata la libertà d’impresa, ma con chiari fini sociali (art. 41). Occorre rimettere al centro il lavoro (art. 1). È significativo che negli ultimi giorni le forze politiche di opposizione abbiano proposto una consultazione dei territori sul programma della coalizione da contrapporre del governo Meloni prima di trascinarsi in una astratta discussione sulle primarie, sugli schieramenti e sulla questione della leadership. Infine è prioritaria la lotta dura contro il tentativo della destra di salvarsi imponendo una nuova legge elettorale ipermaggioritaria.

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