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diretto da Romano Luperini

Tentativi di palingenesi. Ricominciare. Classici della letteratura italiana 1939-1962 di Riccardo Gasperina Geroni

Un libro con all’interno trenta libri

Nel settembre del 2025 è uscito, nella collana Piccola Biblioteca Einaudi, Ricominciare. Classici della letteratura italiana 1939-1962, di Riccardo Gasperina Geroni, Professore di Letteratura italiana contemporanea e Prosa del Novecento all’Università di Bologna. A prima vista l’opera sembrerebbe l’ennesimo saggio critico su uno dei periodi più complessi della nostra storia letteraria, ma ciò che differenzia il volume da altri non è solo la precisa e minuziosa ridefinizione di categorie letterarie ormai logore, ma la presenza, nella seconda parte, dell’analisi di trenta opere emblematiche dell’arco temporale considerato. È proprio la sezione Le opere, come vedremo, quella più produttiva del volume, capace di far riscoprire testi ormai dimenticati, come Guerra in camicia nera di Berto oppure Infanzia di Nivasio Dolcemare di Savinio, spesso solo menzionati nelle antologie scolastiche e nei saggi critici, ma che permettono, in realtà, di avere un quadro multiforme e poliprospettico della narrativa italiana del secondo dopoguerra.

Una struttura bipartita

Il volume risulta bipartito in due sezioni: I giorni, 1939-1962, delinea con precisione e ampiezza di riferimenti bibliografici il complesso quadro storico, politico, culturale e filosofico che va dall’inizio della Seconda guerra mondiale alle ultime scintille del boom economico; a questa prima parte, teorica, segue l’analisi, nella forma del microsaggio, di trenta opere di narrativa uscite nel segmento temporale considerato, da La pietra lunare. Scene della vita di provincia, di Landolfi, del 1939, alla raccolta Le piccole virtù di Ginzburg, del 1962. Questi due lunghi capitoli sono preceduti da un’introduzione, intitolata, con un prestito da Savinio, Cacciatori di origini e seguiti da un breve capitoletto finale, …1963…

Nelle pagine dell’introduzione, dopo aver indagato il carattere degli italiani, Gasperina presenta la struttura del suo volume e una possibile lettura della sezione Le opere seguendo sei famiglie tematiche, intese come «mappe mobili, tracciate a partire da somiglianze, ricorrenze, tonalità espressive, posture narrative», in quanto, ogni racconto, secondo l’autore, «si apre con un gesto che è insieme una domanda e una scommessa: da dove cominciare?» (p 7). Le opere di narrativa possono essere lette, quindi, per esempio, secondo la famiglia tragica, in cui «la narrazione parte da uno strappo che segna irrimediabilmente il soggetto», come in Guerra in camicia nera di Berto, oppure in Tempo di uccidere di Flaiano; un’altra categoria è quella memoriale, che include opere come Menzogna e sortilegio di Morante o Le piccole virtù di Ginzburg, scritte da «chi guarda indietro per ritrovare nel passato, attraverso la memoria, un senso possibile per il presente» (p. 7).

Chiude l’opera un breve capitoletto, in cui Gasperina individua nel 1963 una data di frattura, tanto nel contesto storico-sociale, con «l’arresto della fase espansiva del boom economico e l’inizio di quella che allora venne definita “congiuntura”» (p. 365), quanto in quello letterario, con la sfiducia nella «possibilità di rappresentare oggettivamente il mondo». Dal 1963 si assiste infatti all’emergere di forme nuove, tanto nella critica, con l’influenza di Lacan, Barthes, Foucault e Lévi-Strauss, quanto nei linguaggi, con il nouveau roman di Alain Robbe-Grillet e, in Italia, la fondazione a Palermo del Gruppo 63.

Ridefinire categorie

La sezione iniziale di Ricominciare si intitola I giorni, 1939-1962 e, dopo una citazione da Palingenesi di Caproni, si distende per sessanta pagine circa indagando, in modo approfondito, ma senza sfociare nello specialismo, il quadro storico, politico, culturale che va dall’anno d’inizio della Seconda guerra mondiale all’esaurirsi del boom economico. Nelle prime pagine del capitolo, Gasperina, avvalendosi del significato del termine palingenesi, indicante appunto «il rinnovamento ciclico dell’individuo o del cosmo» (p. 14), indaga le ragioni del successo del fascismo in Italia, la riscoperta del mito nella prima metà del secolo, ma soprattutto il «ritorno al romanzo», con un ritrovato gusto delle cose e una riscoperta di Verga, da cui si riprende «l’uso del discorso indiretto libero, lo straniamento e la voce mimetica e regressiva» (p. 33).

Gasperina è subito netto nel riconoscere i limiti della categoria di neorealismo, appiccicata, come un’etichetta, al filone resistenziale; secondo l’autore, infatti, «esistono […] ampie zone di sovrapposizione (anche se non di identificazione) entro un discorso sul realismo più vasto e di lunga durata, che informa la cultura italiana dalla fine degli anni Venti agli anni Cinquanta» (p. 37). Se è innegabile che le scritture degli anni del secondo dopoguerra si caratterizzarono per l’attenzione rivolta alla realtà sociale, al documento, al dato e alla cronaca, è anche vero che autori come Calvino, Fenoglio, Pavese e Meneghello andarono oltre la «registrazione di una scarica di mitra», per farsi portatori di domande «dalle più generali, relative al senso dell’esistenza e alla sua precarietà, a quelle più articolate, circa l’importanza o meno del proprio ruolo di uomo e dunque di intellettuale» (p. 41). Per questi autori, con un efficace gioco di parole, Gasperina conia la categoria di R-esistenzialismo, a indicare l’influsso che la filosofia di Sartre, Camus e Heidegger ebbe su diversi scrittori che parteciparono alla Resistenza.

Nei capitoletti successivi, Gasperina si sofferma sulla resa dei conti col fascismo; le parole della Morante raccolte in Pagine autobiografiche postume, quelle di Satta in De profundis e infine il pamphlet di Alvaro intitolato L’Italia rinunzia servono all’autore per dimostrare la «micragnosa piccineria che caratterizzò la nostra storia» (p. 49). Storia che volle cancellare, con un colpo di spugna, anche una delle pagine più tragiche del XX secolo: la Shoah; emblematico è infatti il difficile itinerario editoriale di Se questo è un uomo, rifiutato da Einaudi per il tramite di Natalia Ginzburg e pubblicato poi dal piccolo editore torinese Antonicelli.

Dopo l’analisi del ritorno al realismo tra il 1948 e il 1954, promosso dall’uscita delle opere del filosofo ungherese György Lukačs, Gasperina indaga la crisi dell’intellettuale suscitata dall’uscita, nel 1955, di Metello, che generò una scissione nella critica marxista, ma anche nell’intellighenzia del tempo. L’esaurirsi del dibattito sull’opera con al centro la vicenda dell’operaio fiorentino coincide, per Gasperina, con un’altra data-chiave del periodo considerato nella sua analisi: il 1956. Quell’anno rappresentò a livello politico l’inizio del processo di destalinizzazione, ma a livello culturale, e italiano, «la crisi dell’intellettuale impegnato – che aveva ricercato inutilmente nel movimento rivoluzionario o nel partito un compito, una funzione, un mandato» (p. 62).

Nelle pagine finali della sezione I giorni, Gasperina analizza la rapida diffusione della televisione, con le posizioni di Eco e Calvino, per approdare, finalmente, al 1963, visto come la fine di un’epoca, con le polemiche del gruppo della neoavanguardia, che bollarono Moravia, Cassola, Pratolini e Bassani come «mediocri e declinanti scrittori borghesi» (p. 69). E la sezione si chiude in modo circolare, con una delle parole-chiave di Gasperina, palingenesi, che si compie nel 1963, ma a caro prezzo, con la trasformazione della pagina in prodotto, coi rapporti tra intellettuali e potere ridotti a fatti episodici e lo svilimento della letteratura a «un’arte da museo», per citare le parole di Edoardo Sanguineti.

Verso un nuovo canone narrativo?

Terminata questa ampia ricognizione del periodo 1939-1962, il lettore di Ricominciare si trova davanti a una seconda sezione assai corposa, in cui l’autore dispone, in ordine cronologico, trenta testi di narrativa, da La pietra lunare. Scene della vita di provincia di Landolfi, uscita nel maggio del 1939, a Le piccole virtù, di Ginzburg pubblicata nel settembre del 1962. I testi vengono presentati con uno schema simile, che serve a facilitarne la lettura, anche “per salti”: editore e data di pubblicazione, descrizione della copertina (dettaglio mai banale), breve ma esaustiva sinossi della trama e analisi degli elementi di novità e interesse dell’opera, tanto a livello stilistico e narratologico (campo in cui Gasperina mostra ottime competenze), quanto a livello tematico e critico.

Due sono, a mio, gli elementi caratteristici di questa seconda sezione: l’inserimento in un nuovo “canone” di opere dimenticate, quasi osteggiate e, in seconda battuta, il gusto per l’intertestualità.

Tre opere disturbanti

Se tra le trenta opere del periodo 1939-1962 era lecito aspettarsi capolavori come Se questo è un uomo, Menzogna e sortilegio, La casa in collina e altri, entrati (seppur a fatica) anche nel canone scolastico, alcune scelte di Gasperina risultano spiazzanti ma, a mio avviso, dettate dal desiderio dell’autore di presentare un quadro quanto più multiforme della narrativa del secondo dopoguerra, in accordo con le linee di tendenza esplicitate nella sezione I giorni.

Sorprende la presenza, per esempio, di tre opere come Tempo di uccidere di Flaiano, Guerra in camicia di Berto e, infine, La pelle. Storia e racconto di Malaparte.

Tempo di uccidere è letto, da Gasperina, come romanzo-gemello di Una questione privata,ambientato però non nelle Langhe care a Fenoglio e a Pavese, bensì in Africa; Tempo di uccidere si distingue, infatti, come «una delle rare opere della letteratura italiana non ambientate in Italia», rifuggendo la poetica del documento e presentando «la guerra di conquista dell’Abissinia (1935-1936) sullo sfondo di una questione privata» appunto: «un mal di denti, una scorciatoia e l’ombra forse di un coccodrillo ingenerano una spirale negativa di eventi, filtrati dalla coscienza di un tenente il cui racconto non è sempre attendibile (p. 161). La scelta dell’opera da parte di Gasperina è giustificata, a mio avviso, dal titolo stesso Ricominciare: il finale, con l’accenno all’odore di morte, indica il tentativo di un’immersione in un mondo delle origini, quello africano, che però non coincide con una palingenesi.

Con Guerra in camicia nera di Berto, uscito nel 1955, Gasperina vuole invece far conoscere un’opera scritta da un fedele al regime fascista, che combatté nella campagna del Nordafrica, inquadrato nel corpo delle camicie nere e poi deportato a Hereford, in Texas, dove rimase per due anni e mezzo prigioniero degli alleati. Il romanzo, scritto in forma di diario, è visto come «il documento di un’identità collettiva perduta» (p. 282) e l’accostamento a tante opere che avevano messo al centro figure più o meno eroiche di partigiani che avevano lottato contro il Nazifascismo risulta funzionale a mostrare la presenza di un «male universale» che accomuna entrambi gli schieramenti in guerra.

Altrettanto scandaloso è il terzo romanzo a mio avviso “eversivo” della sezione, La pelle. Storia e racconto, in cui Malaparte «espose i diversi gradi di abiezione di una città [Napoli, n.d.r.] e di un continente sconfitto» (p. 236), narrando l’arrivo a Salerno degli Alleati e il vortice di degrado e perdita di dignità degli italiani di fronte ai liberatori. Scandaloso e disturbante, il romanzo viene analizzato da Gasperina indagandone i tasselli danteschi (infernali soprattutto), ma anche il debito nei confronti delle tragedie greche, come l’Orestea di Eschilo e l’Agamennone: la riflessione di Malaparte sulla giustizia approda, però, alla constatazione della disfatta generale dell’Italia, che ha gettato la propria libertà in una fossa comune.

Ritorno a Dante (e non solo): cortocircuiti di intertestualità

Come si è visto per La pelle, interpretato attraverso la lente dantesca, abbondano in questa seconda sezione le letture intertestuali delle opere. Sicuramente quella che colpisce maggiormente riguarda La casa in collina di Pavese. Dopo aver evidenziato gli echi evangelici, riconducibili a Prima che il gallo canti, titolo del ditticodi cui faceva parte il romanzo, l’analisi di Gasperina evidenzia il debito di Pavese nei confronti di Dante: il protagonista Corrado si dipinge come un «ignavo dantesco, indegno perfino di un castigo e privo del diritto di accedere all’inferno» (p. 211), ma è l’incipit del ventunesimo capitolo a rendere esplicito il debito nei confronti del canto proemiale della Commedia: «il cammino del protagonista verso la collina natale avviene “a mezzogiorno” (metafora dei trentacinque anni di Dante, momento dell’avvio del viaggio); lo smarrimento della “strada maestra” richiama direttamente l’impossibilità di ritrovare “la diritta via”; il consiglio di cambiare percorso offerto da alcune donne “coi forconi” evoca la funzione simbolica delle fiere; infine, il paesaggio privo di “anima viva” […] completa l’atmosfera visionaria e allegorica del passo» (pp. 211-212).

Tuttavia l’interesse di Gasperina per le fonti non si limita al solo testo letterario, ma include anche l’arte: è il caso di Conversazione in Sicilia, letto in chiave iconografica in un triangolo con agli altri due vertici Guernica di Picasso e la pittura di Guttuso. Gasperina osserva acutamente che la celebre tela del 1937, circolante in Europa attraverso riproduzioni fotografiche, colpì a tal punto Vittorini che volle scrivere «il libro-Guernica», una sorta di romanzo-manifesto «che rendesse espliciti il disappunto e l’immedicabile delusione nei confronti del regime» (p. 113). Se Vittorini fu influenzato da Picasso, egli a sua volta influenzerà Guttuso che, nello stesso anno dell’uscita a puntate su «Letteratura» di Conversazione in Sicilia, il 1938, presentò ai Littoriali di Palermo una tela «il cui titolo riecheggiava apertamente quello di Vittorini» (p. 113). Questo legame tra letteratura e arte, dopo il fallimento del progetto di una versione illustrata dell’opera con disegni di Guttuso, si realizzerà poi con l’edizione foto-testuale di Conversazione in Sicilia, con fotografie di Luigi Crocenzi.

Davvero classici?

Se dovessimo trovare un difetto al lavoro di Gasperina, dovremmo rivolgerci al sottotitolo: Classici della letteratura italiana 1939-1962. Come ha già acutamente sottolineato Paolo Febbraro su «Le parole e le cose», «non si tratta di classici della letteratura italiana, ma semmai della narrativa italiana. Mancano le opere di poesia, saggistica e drammaturgia» per poter dire che l’opera delinei con esaustività il segmento temporale individuato. Se è certamente vero, seguendo sempre il ragionamento di Febbraro, che «la dimensione del classico è tale che dovrebbe prescindere da una selezione per genere», ritengo però che il termine possa essere qui utilizzato rifacendosi al nono punto dell’elenco inserito nel celebre articolo calviniano Perché leggere i classici: «I classici sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti».

Il merito del volume di Gasperina è proprio questo: presentare libri che si conoscono magari per sentito dire, per riassunti letti su un’antologia, ma che qui sono presentati per l’interesse che possono ancora avere per un lettore del XXI secolo: la sintetica, ma esauriente, bibliografia presente alla fine di ogni micro-saggio consente poi di intraprendere percorsi che saranno produttivi per delineare un quadro più completo di un periodo della storia letteraria tra i più complessi e stratificati. Di queste trenta opere non si dà una visione pacificata, ma sempre come campo di conflitto, di interpretazioni, di letture.

Ma il secondo merito di Ricominciare è quello di restituirci, attraverso la disamina del periodo 1939-1962 e le trenta opere, uno spaccato autentico dell’anima italiana, sospesa tra nostalgie fasciste, desiderio di rimozione di eventi traumatici (la Seconda guerra mondiale, la Shoah), ansia di ricostruire, in bilico tra passato e presente, ma sempre mossa da un desiderio di autenticità che promana dalle pagine lette e interpretate da Gasperina.

Così, alla fine, leggere Ricominciare è un po’ come leggere noi stessi.

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