«Il carcere è farsi passare la voglia di sushi coi cracker». Dialogo con Tazio Brusasco sulla scuola in carcere
Ho visto per la prima volta il libro Voci lontane. Un anno di scuola presso il carcere delle Vallette di Torino (Editrice Tipografia Baima Ronchetti, 2025) sul bordo del grande e robusto tavolo di legno che si trova al centro della libreria del mio quartiere – lunga vita alle libraie e ai librai indipendenti, che possiate resistere ai fagocitanti colossi dell’e-commerce e agli immensi e abbaglianti store che sempre più diventano anonimi nonluoghi di consumo bulimico. In quel momento cercavo altro, ma tra le novità editoriali ho notato questo libro: sappiamo bene, infatti, che, come suggerisce Lennon in Beautiful Boy (Darling Boy), la vita è quella cosa che accade mentre siamo impegnati a fare altro. Tre aspetti hanno subito catturato la mia attenzione: sono concittadino dell’autore (conosco, quindi, la Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno” di Torino, nota comunemente come le Vallette), svolgo la sua stessa professione (insegno anch’io materie letterarie nelle scuole superiori) e infine mi interessa molto l’antropologia, crocevia disciplinare (o sapere di confine) in cui si è laureato l’autore nella mia stessa università. Ho approfittato della nostra prossimità geografica per contattare Tazio Brusasco e per conoscerlo di persona; quello che potete leggere qui è il frutto del dialogo nato dal nostro incontro.
- Caro Tazio, mentre leggevo il tuo libro ho più volte avuto l’impressione che si tratti di un testo rivolto non tanto a chi fa il nostro stesso mestiere, quanto, e forse soprattutto, a tutti i nostri concittadini («il lettore-elettore», p. 184), con l’obiettivo dichiarato di «preparare il terreno della conoscenza e consapevolezza popolare» (p. 184). In altre parole, mi pare che tu abbia voluto mostrare non solo cos’è la scuola in carcere (d’altra parte nell’Introduzione confessi che ti interessava «capire quale didattica fosse possibile in un contesto detentivo», p. 13), ma anche che cos’è e com’è fatto questo luogo di privazione della libertà personale che ha la pretesa di rinchiudere per correggere. Non solo: mi sembra che tu sia riuscito a ereditare la lezione di Émile Zola, non a caso definisci questo tuo libro come un «racconto a tratti naturalista» (p. 184) e tra i tuoi ipotetici lettori immagini spesso i rappresentanti politici, e la politica è «il convitato muto dell’opera» (p. 184). Sembra quasi di leggere in filigrana, con le dovute differenze, le parole di Zola nel Romanzo sperimentale: «Noi cerchiamo le cause del male sociale; facciamo l’anatomia delle classi e degli individui per spiegare i guasti che si producono nella società e nell’uomo. Questo ci obbliga spesso a lavorare su soggetti corrotti, a scendere in mezzo alle miserie e alle follie umane. Ma noi forniamo i documenti necessari perché si possa, conoscendoli, dominare il bene e il male. Ecco ciò che abbiamo visto, osservato e spiegato in tutta sincerità; ora spetta ai legislatori far nascere il bene e svilupparlo, lottare contro il male, per estirparlo e distruggerlo».
Ciao Jacopo, grazie per l’invito a questa conversazione.
Mentre scrivevo il diario, che è poi divenuto libro, pensavo a tre categorie di destinatari: in primis, a dire il vero, proprio i colleghi docenti: mi sono reso conto con dispiacere che l’esperienza di insegnamento in carcere non è considerata appetibile da chi fa il nostro mestiere. Quando la racconto soddisfo qualche curiosità o raccolgo ammirazione («Che esperienza interessante! Che nobile missione!»), ma mai ricevo domande su come si possa intraprendere il percorso. Pertanto volevo che arrivasse a colleghe e colleghi il canto delle sirene. Come hai colto, pensavo poi ai nostri politici, soprattutto a quelli attivi sul piano nazionale. In tal senso il richiamo a Zola è centratissimo: il testo è naturalista, ma se lui voleva informare i decisori io, a distanza di quasi un secolo e mezzo, desidero scuoterli, richiamarli a scelte più coraggiose su realtà per le quali dispongono di tutte le informazioni e gli strumenti per decidere e incidere. Il determinismo sociale che cito più volte, evidentissimo tra le mura, non può non esserlo ai loro occhi! Ecco perché, amareggiato per il sostanziale immobilismo del sistema, ho infine pensato di rivolgermi all’opinione pubblica sensibile al tema, descrivendola con quell’espressione dal sapore romantico e un po’ d’antan, la consapevolezza popolare.
- Scelgo alcune tue parole per aprire due questioni. La prima ha a che fare col determinismo socioambientale a cui accennavi, mentre la seconda con la scrittura (e con la scrittura di un diario-libro sulla scuola, in particolare). Per quanto riguarda il primo aspetto, in Voci lontane affermi che, prima di cominciare a lavorare in carcere, eri sicuro di trovare anche in quel luogo gli stessi talenti che possiamo trovare fuori «perché è la natura che li distribuisce, ma è la società che li gestisce» (p. 19) e perché a muoverti è la certezza – tutt’altro che immediata, ovvia e comune – che la persona «non coincide con il reato» (p. 41), anche perché il tuo lavoro inizia dopo la condanna. Per quanto riguarda la scrittura, invece, vorrei biforcare ulteriormente il discorso (non so se e quanto questi due nuovi aspetti possano essere legati tra loro). a) I frammenti che compongono il libro sono presentati in ordine cronologico (si comincia il 16 agosto 2022, quando vieni a sapere che il Provveditorato ha accettato la tua domanda di utilizzo, si finisce con l’Epilogo, che copre giugno-settembre 2023), mantenendo così quella forma diaristica che, come sottolinei tu, era già in nuce: perché hai scelto proprio questa forma per raccontare la tua esperienza? b) Oltre che un’occasione per ragguagliare gli altri (come dicevamo già: «Lavorare qui fa apparire subito chiara la necessità di informare i cittadini», p. 128), la scrittura ti ha anche offerto l’opportunità di riflettere («Ho sentito il bisogno di inserire nel testo anche considerazioni e punti di vista personali», p. 14), di rielaborare («Presto ho sentito il bisogno di appuntare ciò che mi colpiva», p. 14) e di testimoniare («quando si ha la possibilità di vedere con i propri occhi l’emarginazione, si sente crescere il desiderio di comunicarne gli effetti per superare i giudizi affrettati o i pregiudizi», p. 63), e tutto questo con profonda umiltà, senza spirito missionario e senza «l’intento di cambiare le vite degli altri» (p. 13). Ti trovi in queste considerazioni?
Per punti: quando ho varcato la soglia del penitenziario per la prima volta non conoscevo la locuzione ‘determinismo ambientale’. O meglio, l’avevo incontrata sui manuali e forse menzionata in qualche esame universitario, ma nulla di più, non l’avevo interiorizzata né la possedevo realmente. Una volta entrato, ho drizzato le antenne perché volevo conoscere e assorbire il più possibile: ho subito notato che la formula era frequentissima tra il personale educatore e quello sanitario. La ricorrenza era più che quotidiana. Ho allora chiesto che me la spiegassero e da quel momento ho visto la realtà con quelle lenti e, a distanza di tre anni, confermo la validità di quella chiave di lettura. Leggendo e studiando ho poi osservato come tutta la letteratura contemporanea sul carcere insista su questo aspetto. Diciamo che ci sono arrivato per diretta via esperienziale e non libresca.
Sui talenti, l’esperienza ha confermato anche quell’assunto: per rimanere nel mio campo professionale, ho trovato persone con spiccate propensioni artistiche e letterarie. Alle Vallette il Primo Liceo Artistico torinese ha una sezione distaccata e i suoi allievi producono opere in continuazione: in molti padiglioni le aule e i lunghi corridoi sembrano pinacoteche ed è bellissimo! Negli anni ho assistito a piccoli concerti, improvvisazioni rap e recite teatrali, ho ricevuto lettere, racconti, poesie, ma anche ritratti e due splendidi origami fatti da un allievo con una maestria e una grazia sorprendenti: oggi illuminano il mio davanzale.
La scelta di scrivere in ordine cronologico è stata naturale, perché all’inizio non pensavo che avrei scritto un libro, ma sentivo il bisogno di appuntare sul mio diario eventi ed emozioni che vivevo. Quando ho pensato a una pubblicazione, la scansione per date mi è parsa la più sincera perché gli episodi – e le riflessioni che ne scaturivano – si sono davvero disseminati nel tempo: Voci lontane non è un saggio, è proprio un diario, nel quale le date ricordano anche quelle del registro cartaceo che ancora oggi si usa dietro le mura. La forma diaristica è inoltre più agevole per il lettore.
Infine la scrittura: direi che non mi ha solo offerto l’opportunità di riflettere; gli episodi e le situazioni che vivevo sollecitavano, a volte reclamavano una riflessione e la scrittura è stata dapprima lo strumento terapeutico per mettere ordine ed elaborare, poi il canale per comunicare con la società.
- Nel penitenziario hai imparato alcune cose per via esperienziale (su tutte, più che non guardare mai nelle celle dei detenuti, direi invece la diversa percezione dello scorrere del tempo e delle stagioni: Remotti sostiene che in carcere la punizione consiste proprio nell’essere «privati in buona parte del divenire», p. 89), mentre altre cose, evidentemente, le hai capite per via libresca. Hai fatto con modestia e senso del dovere quello che dovrebbero fare tutti i professionisti, a maggior ragione se sono insegnanti: hai studiato. Mi riferisco, in particolare, ai film che hai visto e agli articoli e ai libri che hai letto per orientarti meglio e che hai più volte menzionato nel tuo testo. Tra i libri voglio ricordarne tre: Sorvegliare e punire di Michel Foucault, Senza sbarre. Storia di un carcere aperto di Cosima Buccoliero e Serena Uccello, Abolire il carcere. Una ragionevole proposta per la sicurezza dei cittadini di Manconi, Anastasia, Calderone e Resta. Tra gli articoli sul carcere – a dire il vero rari sui quotidiani nazionali (con forse la sola eccezione di «Avvenire», che infatti portavi e leggevi spesso in classe) – ricordo quello di Agnese Moro, figlia di Aldo, sulla giustizia riparativa (La Stampa, 22 maggio 2023), a cui dedichi alcune dense riflessioni sotto il titolo significativo di L’umanità non va perduta. Puoi dirci qualcosa su questi “compagni di viaggio”, su questa bibliografia minima?
Chi si addentrerebbe in una selva senza una mappa? E – permetti la battuta – se la selva è oscura, chi non vorrebbe con sé un Virgilio?
Insieme ai confronti con gli esperti che incontravo quotidianamente, articoli, libri e film sono stati la guida per attraversare un mondo così complesso, a tratti inafferrabile. D’altronde, nell’introduzione al volume, la stessa Direttrice ricorda che anche chi lavora ogni giorno nel penitenziario ha sempre ancora qualcosa da conoscere e capire.
Così ho letto avidamente le fonti che menzioni, Foucault per primo: quel saggio è un distillato di intelligenza, vivida tra le righe, ogni frase colpisce per profondità e chiarezza. L’opera offre una storia dell’evoluzione del carcere dalla fine dell’Ancien Régime lungo il corso del XIX secolo, porta il segno dell’influenza marxista nell’analisi delle strutture economiche alla base della forma di pena assegnata nel corso del tempo (punizione corporale, pecuniaria o reclusione) ed estende la riflessione sul controllo ad altri apparati dello Stato come gli eserciti, le fabbriche e le stesse scuole. Il libro di Manconi e del suo gruppo di lavoro riflette invece sulle possibilità di intervento per cambiare il carcere. Andrebbe letto perché le dieci concrete proposte migliorative che contiene provengono da un gruppo di tecnici animati da forte consapevolezza e sensibilità. Senza sbarre è il resoconto di come una Direzione lungimirante possa già oggi modificare il carcere, curando i rapporti con le realtà sociali e produttive del territorio, favorendo scambi e conoscenza tra il dentro e il fuori e responsabilizzando i detenuti a una condotta rispettosa delle regole tramite concrete e crescenti premialità. Nel mio anno alle Vallette (che alla fine è diventato un triennio) ho riscontrato come un trasferimento a Bollate, la casa circondariale di cui parla la Buccoliero, sia considerato dalle persone recluse la migliore opportunità possibile.
L’articolo di Agnese Moro è stato illuminante perché quando è uscito stavo seguendo un corso di formazione sulla Giustizia Riparativa, ma mi concentravo sugli aspetti teorici e procedurali. Leggere degli esiti di quel percorso in riferimento a un caso così eclatante me ne ha mostrato la concreta efficacia, che ho poi constatato anche successivamente e che mi spinge a promuovere quel modello.
- Ecco, vorrei fare ancora un passo in una direzione complementare. Oltre a queste letture decisive ci sono le persone, oltre alle pagine ci sono gli incontri, oltre all’inchiostro ci sono le parole pronunciate e i volti: «Altre chiavi interpretative sono invece nate grazie ai dialoghi con amici, colleghi e professionisti» (p. 15), scrivi per l’appunto all’inizio del tuo libro. Anche se la nostra professione tende alla solitudine monadica (d’altra parte, che la porta dell’aula resti aperta o no, siamo comunque e sempre soli con la classe), sappiamo bene entrambi che non è un lavoro che si può fare da soli. Dunque ti chiedo: quale ruolo hanno giocato gli incontri con gli altri professionisti (nel tuo caso, in particolare, il pedagogista Fiorenzo Alfieri, la collega Luisa, il preside Sergio, e poi psicologhe, educatori e ovviamente il personale di cura e custodia)?
Concordo: il nostro non è un lavoro che si può fare da soli. Lo sa anche il Ministero, che infatti provvede a impegnarci incessantemente in riunioni, gruppi, commissioni, Consigli, dipartimenti…
Battute a parte, tutto quanto ho vissuto è stato filtrato dal confronto con figure di insegnanti, pedagogisti e con i professionisti vari del carcere. A monte, la mia sensibilità è stata sollecitata, educata e arricchita da incontri fondamentali che ho avuto fin da bambino: con Angelo Petrosino e Guido Piraccini alla scuola elementare Anna Frank di Torino, con i miei insegnanti di liceo e poi con Fiorenzo Alfieri già in età lavorativa. Ma ci tengo a sottolineare che non sono state fortune casuali o personali, dietro tutti loro c’era una diffusa sensibilità pedagogica e politica di cui sono concreti rappresentanti il C.I.D.I. e il Movimento di Cooperazione Educativa, reti di professionisti dotati di visione e capaci di migliorare l’intero sistema dal basso anzi, permettimi: dall’alto! Durante l’esperienza carceraria il loro ruolo è stato ricoperto dal preside Sergio, da colleghe più esperte e dal personale dell’area educativa e sanitaria, sempre pronti a rispondere ai miei dubbi e alle mie sollecitazioni con i loro insegnamenti che ho cercato di riportare nel libro, proprio per condividerli a mia volta.
- Approfondirei adesso la figura dell’insegnante-intellettuale che si desume leggendo il tuo libro. Nella Prefazione Elena Lombardi Vallauri, Direttrice della Casa Circondariale “Lorusso e Cutugno”, afferma che il docente ideale dovrebbe essere «una persona intensamente presente a sé stessa, alla vita, al mondo, alla società» (p. 10); più avanti, in un passo un po’ polemico, sostieni che «l’insegnante dovrebbe essere sempre un fattore di moltiplicazione, non il geloso custode del proprio cortile aristocratico, che rifiuta i contesti difficili o degradanti e col tempo rischia di trasformare un’illegittima pigrizia in incapacità professionale» (pp. 58-59); a un certo punto attacchi addirittura, a ragion veduta, chi rivendica la libertà di insegnamento come un diritto, ma la esercita come un privilegio (p. 170). Last but not least, un buon docente è un professionista autoriflessivo che riserva agli studenti attenzione e contenuti (possono cambiare la vita: «Avevo l’impressione che la scuola stesse contribuendo a cambiarlo, offrendogli semplicemente attenzione e contenuti», p. 118), ben consapevole di non aver la bacchetta magica in mano perché le sconfitte sono quotidiane, «ma il miracolo vegetativo della formazione, che ammalia chi lo osserva, va tentato a maggior ragione con chi ha sbagliato» (p. 34). Insomma: «Ho visto, capito, vissuto che per chi è recluso noi insegnanti siamo operatori culturali, ma anche persone con le quali dialogare» (p. 182).
Diffido un po’ delle etichette altisonanti (non ricordano gli anni Settanta?) come insegnante-intellettuale. Non ho ricette né posso pensare di rivolgermi ad altri con alcuna pretesa di verità. Mi ritroverei però maggiormente nell’immagine di un insegnante-formica (capisco che ha ben meno appeal!), parte di un sistema complesso, tenace nel costruire e capace di sopportare pesi ingenti collaborando a creare un ambiente funzionale per l’intera colonia. Mi sono spesso interrogato su come debba essere un ‘buon insegnante’ e, se dovessi individuarne una qualità principale, la indicherei nella curiosità, il motore che spinge all’ascolto sia delle persone che si hanno davanti sia dell’evoluzione della propria disciplina (aggiornamento e studio devono essere costanti!).
Proprio sulla base di ciò che ascolto mi viene da dire – forse mi pongo controcorrente – che non sono d’accordo con chi oggi giustifica le difficoltà in classe asserendo che «i ragazzi non sono più quelli di un tempo, sono cambiati». Certamente è cambiato il contesto, la tecnologia ha stravolto molte pratiche, ma a me non pare che i ragazzi siano cambiati così tanto. Anzi. A me paiono affamati di relazione e modelli, come sempre è stato. Quando leggo in classe, mi fissano gli stessi occhi attenti che avevo io da bambino, quando spiego i meccanismi economici della Storia (pur con i miei limiti, s’intende) noto lo stesso meraviglioso stupore della scoperta, l’orgoglio della conoscenza, il piacere di capire una parte del passato e sentirsi più forti nel presente. Forse i contesti nei quali ho insegnato finora sono particolarmente caratterizzati dal bisogno di attenzione dell’utenza, ma non credo che altrove sia diverso: se la classe percepisce l’attenzione, il lavoro e la visione affettiva e costruttiva che hai per lei, ti segue quasi incondizionatamente. L’insegnamento è primariamente una questione di relazione e cura, da lì passa la fiducia che consente il travaso delle conoscenze e lo stimolo a crescere. Poi, niente retorica o illusioni: sappiamo tutti quanto sia faticoso e accidentato il percorso e anche che i sogni non si avverano sempre.
- A proposito di lettura in classe, che gli studiosi chiamano più precisamente lettura ad alta voce condivisa, nel tuo libro ci sono alcune pagine davvero meravigliose sui Promessi sposi e sulla Commedia dantesca. Ti chiedo di dirci qualcosa in più su queste esperienze, che tra l’altro definisci «il momento didatticamente più appagante» del tuo lavoro in carcere (p. 186) – ma direi del tuo, del nostro lavoro tout court – tanto che un po’ provocatoriamente scrivi che «per essere buoni insegnanti bisogna solo saper leggere» (p. 188).
Come ho ricordato nel libro, alle scuole elementari il mio maestro Angelo Petrosino dedicava la prima ora di ogni mattina alla lettura ad alta voce che allora non si chiamava ancora condivisa, ma naturalmente lo era già perché noi, i bambini, intervenivamo, interrompevamo, giudicavamo le letture solo sulla base delle emozioni che ci donavano. Ho sempre riproposto quel rito comunitario in ogni classe e un paio di anni fa ho partecipato a un corso di formazione tenuto da Martina Evangelista e Federico Batini scoprendo quanto, nel tempo, l’accademia abbia riflettuto e ulteriormente arricchito di senso e significato questa pratica. Quando l’insegnante legge la classe è rilassata, non lo vive come un momento di spiegazione o verifica dei saperi. Abbassa le difese e, se il testo le interessa, sale sul vasel ch’ad ogni vento, solca i mari della letteratura al voler loro e dell’insegnante. A quel punto Dante è contemporaneo perché parla di noi, dell’etica individuale, di cosa attende ognuno dopo la morte, mentre Manzoni vola con la sua prosa altissima sul senso di giustizia, sul valore del coraggio e sulle possibilità della fede. È umanissimo che ascoltino rapiti, ti vengono in mente temi più universali? In questo, mi ha interessato vedere come l’etica cristiana e occidentale proposta dai due autori sia stata recepita e condivisa da allievi musulmani che si sono anche fortemente appassionati alle vicende che occorrevano ai personaggi. Nell’eterogenea platea dei lettori e uditori nessuno ha ragione, ma tutti sono sollecitati, insieme, pari: bellissimo.
- Avrei ancora molte altre questioni da porti, ma forse è il caso di concludere qui il nostro dialogo; prima, però, vorrei dirti una cosa. Finora ho trascurato i tuoi studenti, ma, come molti di noi, anche tu sei affetto da un particolare disturbo professionale: descrivendo il tuo lavoro e le tue pratiche, riesci sempre e comunque a parlare anche di loro attraverso di te. Se affermassi che i tuoi allievi sono i veri protagonisti del libro, sarei prevedibilmente banale, ma tant’è; a mia discolpa ricordo che sono allievi sui generis: «Ripenso ai ragazzi, anzi agli uomini che ho di fronte ogni giorno: quasi sempre sono l’esito dell’abbandono multiplo della famiglia (chissà quanto colpevole) e della scuola, ma anche del pregiudizio, del fatalismo, del disinteresse e molto probabilmente anche di sé stessi» (p. 62). Nulla avrebbe avuto lo stesso significato, la stessa intensità, la stessa fatica se non ci fossero stati loro, quelle mani quei volti, davanti a te in classe; spesso abbiamo la chiara sensazione di aver ricevuto più di quanto siamo stati in grado di dare. Posso chiederti di chiudere questa nostra conversazione parlandoci di loro?
Con piacere. Ma i miei allievi sono uguali a tutti gli altri, perché non è il luogo nel quale si trovano (temporaneamente) a qualificarli. In potenza sono tutto, in atto meno per via dei limiti di contesto e degli errori che ne hanno condizionato la parabola. Ma noi lavoriamo sulla potenza. Così ho avuto modo di osservare persone con doti o sensibilità spiccate e altre senza doti evidenti, ma curiose e ricettive – com’è dono universale – di fronte al bello. È di bellezza che hanno bisogno, bellezza e cura. Come tutti. E noi siamo gli ambasciatori del bello, siamo fortunati. Sai quante volte in questi anni le colleghe mi hanno raccontato aneddoti dai quali emergevano le potenzialità dei nostri allievi? Il triennio in carcere mi ha convinto che ogni campo, se ben lavorato, è produttivo. L’aridità è figlia delle condizioni socio-economiche e culturali, ma può essere contrastata perché il bello parla un linguaggio naturale e universale. Proprio stamattina parlavo con un collega di filosofia nel liceo di Settimo Torinese dove lavoro da qualche mese (l’esperienza in carcere si è conclusa, per mia scelta, perché è stata faticosa e assorbente e ho avvertito il bisogno di ri-equilibrarmi). Abbiamo ricordato il tempo nel quale insegnavamo entrambi al professionale meccanico e lui mi ha raccontato un piccolo aneddoto con il quale chiudo. «Eravamo in gita a Firenze con una terza meccanica totalmente digiuna di Storia dell’arte e dell’architettura. A un certo punto saliamo a Piazzale Michelangelo e i ragazzi si affacciano alla balaustra dalla quale si domina il panorama di Firenze. Dopo un po’ alcuni si staccano, ma uno resta appoggiato al marmo, fissa assorto la linea prospettica cittadina. Mi avvicino e in silenzio lo osservo contemplare. Se ne accorge, si volta, gli sorrido. Lui mi dice solo: ”Prof., qui non c’è nulla da spostare”».
Grazie, caro Tazio, e buon lavoro.
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Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Grazie per questo dialogo a due voci, da cui estraggo queste parole: « È di bellezza che hanno bisogno, bellezza e cura». Credo che la sfida più grande sia fare in modo che la cura non offuschi la bellezza o che la bellezza sia cura.