In ricordo di Alice Munro
Quando a novembre del 2013 arrivò la notizia che Alice Munro aveva vinto il Nobel per la letteratura avevo da poco consegnato un saggio su uno dei suoi racconti, Lichene, che fra le altre cose può essere considerato anche un manifesto della sua poetica[1].
L’annuncio della sua morte avvenuta il 13 maggio 2024 mi ha colta mentre stavo rileggendo In the sight of the lake, La vista sul lago, contenuto nella sua ultima raccolta Dear Life (2012) tradotta in italiano da Susanna Basso come Uscirne vivi (Einaudi 2014).
La vista sul lago narra il sogno di donna anziana che si ritrova in una casa di riposo, il marito ormai morto, una demenza senile avanzata: quasi che l’autrice avesse esorcizzato quella che fu la sua condizione negli ultimi dodici anni di vita, dal 2012 al 2024.
Se ricordo qui tali circostanze non è solo per personale sincronia e devozione a una scrittrice cui devo moltissimo, ma perché credo che chi ha cominciato a leggere Alice Munro non abbia più smesso di farlo, ritornando periodicamente ai suoi racconti nella certezza di trovare sempre due elementi che la letteratura nelle sue espressioni più riuscite sa far coesistere: il concreto e l’ineffabile.
E tuttavia abbiamo iniziato tardi a leggere Munro in Italia; dopo la prima pioneristica traduzione de Il percorso dell’amore (Riva e Serra nel 1989) uscì nel 1994 La danza dell’ombre felici (La Tartaruga) e nel 1995 Chi ti credi di essere (edizioni E/O). Tre diversi editori per un’autrice che, qui, era ben lungi dall’essere percepita come rilevante nella letteratura mondiale. Solo a partire dagli anni 2000 Einaudi riprende l’intera produzione della scrittrice canadese, altrove già ampiamente conosciuta, apprezzata e saldamente collocata in un canone che potremmo definire di classici contemporanei. Sarebbe interessante ragionare sul perché di questo ritardo in un paese in cui da una parte molta critica letteraria si è sempre schierata a favore delle forme brevi o non ha mai sposato la forma romanzo, e viceversa l’editoria ha sviluppato una riluttanza crescente nei confronti del racconto, arrivando ad appiccicare l’etichetta romanzo anche a testi che non rientrano affatto in quel pur grande contenitore.
Avessimo iniziato prima a leggere Munro, nata nel 1931 a Wingham (Canada) e quindi attiva come scrittrice fin dagli anni ’60, l’avessimo letta, ad esempio negli anni ’80 e ‘90 in cui imperversava il postmodernismo (so much ado about nothing, a posteriori) forse anche le sorti della repubblica italiane delle lettere sarebbero state un po’ diverse. Lo dico perché Alice Munro è una autrice che si pone davanti alla scrittura per così dire a mani nude: cresciuta in un ambiente rurale in cui le velleità artistiche, se non erano osteggiate, erano quanto meno sottoposte a una certa diffidenza – Chi ti credi di essere non a caso è il titolo della raccolta che vorrebbe dare conto dell’apprendistato di una giovane scrittrice – Munro lavora con la lingua di un quotidiano in cui molti, se non tutti, possano riconoscersi, e lo fa considerando le parole come oggetti concretissimi da una parte, e al tempo stesso dotati della capacità di trasfigurazione che anima la vita interiore dei suoi personaggi, le svolte imprevedibili del loro destino.
Prendiamo ad esempio il finale del sopraccitato La vista sul Lago: l’infermiera che cerca di far rindossare la camicia da notte alla protagonista le dice, dopo che questa ha ricordato che un tempo guidava una Volvo: “See, you’re sharp as a tack”. Che immagine potente ci consegna con questo chiodo affilato, soprattutto perché ossimorica in quanto riferita a un’anziana di cui per tutto il racconto ci è stata mostrata la vulnerabilità fisica e lo svanire continuo della memoria. A questo supremo artigianato della parola, Munro affianca altrettanto controllo della struttura narrativa; i suoi flashback, le sue ellissi continue, i tagli operati nel mezzo delle vicende sagomano un modo di raccontare che ha una musa ben precisa: la memoria. Dal procedere memoriale, ora selettivo, ora accumulativo, ora volto all’interpretazione dei fatti, ora alla rimozione, Munro ricava il ritmo stesso del narrare che come dicevamo mostra le cose nella loro concretezza ma anche l’ombra che esse proiettano, la deformazione simbolica che di continuo viene operata e di cui la scrittura si fa carico.
Sono convinta che Munro sia diventata un modello e una fonte di ispirazione per molte scrittrici della mia generazione anche per il suo confrontarsi, mai retoricamente enunciato, mai didascalico, con il femminile in tutte le sue declinazioni. Quante volte Munro mette alla prova i nostri pregiudizi assimilati lasciando fino all’ultimo incerto il genere di un personaggio? L’inglese è una lingua che consente di farlo e così quando arriviamo a scoprire che, ad esempio, the doctor, è una dottoressa facciamo i conti sulla nostra pelle, di lettori e lettrici, di quanto maschile e femminile siano orientativi dei ruoli sociali e delle nostre aspettative. Munro è piena di sottigliezze dissimulate come questa. D’altronde diventare una grandissima scrittrice in una comunità diffidente verso chi vuole distinguersi, le ha richiesto di raffinare l’arte della dissimulazione, di farla diventare parte di una poetica tra le più ardue: fare sembrare facile ciò che è in verità difficile.
Così dietro una lingua che scorre a fianco del parlato con la maggior naturalezza apparente, abbiamo una scrittrice editor di se stessa fino allo spasimo: di un racconto come Powers esistono otto versioni autografe. In ogni pagina scritta da Munro possiamo avvertire infatti la narratrice che insegue una storia e la scrittrice che riflette sulla lingua, sulla postura, sull’atto stesso che la legittima a raccontare quella storia medesima. Questa è la sua cifra, ricamata in ordito sotto la trama. Anche sotto il suo nome troviamo un ordito letterario. Perché mai, mi sono chiesta tante volte, una donna così avvertita sull’emancipazione femminile avrebbe conservato il cognome del primo marito, Munro – lei era nata Laidlaw – anche dopo averne divorziato ed essersi risposata con un altro? È un fatto non raro nel mondo anglosassone e specie per quella generazione. Ma Alice Munro insieme alla sorella Cora è anche la protagonista del romanzo di James Fenimore Cooper, L’ultimo dei Mohicani (1826), un classico della letteratura del nuovo mondo, e non mi dispiace pensare che la scrittrice canadese abbia conservato questo nome come talismano per una carriera nella quale sapeva di essere la prima, della sua famiglia, della sua comunità, tra molte donne, ad avventurarsi in un territorio presidiato da ben altri numi tutelari.
[1]A. Sarchi, L’origine du monde e Lichen di Alice Munro, sulla rivista on line “Arabeschi”: http://www.arabeschi.it/uploads/pdf/2014/Saggio%20Sarchi.pdf
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