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diretto da Romano Luperini

Sul merito dell’intellettuale. Uno studio preliminare su neoliberalismo, conoscenza e forza-lavoro

Per Orthotes è appena uscito L’accademia e il fuori. Il problema dell’intellettuale specializzato in Italia, a cura di V. Mele, F. Mengali, F. Padovani, A. Tortolini. Pubblichiamo integralmente il saggio di Fabio Mengali contenuto nel volume, ringraziando per la disponibilità l’autore, i curatori e la casa editrice.

Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell’applicazione di un’uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa (K. Marx, Critica al programma di Gotha)

Dopo aver annunciato il cambiamento della titolatura del suo dicastero, nel giorno della fiducia al governo Meloni (25 ottobre 2022) il Ministro Giuseppe Valditara ha dato spiegazione di una tale decisione, che ha posto il merito al centro dell’attività governativa sull’istruzione pubblica. In linea con la direzione politica europea e italiana degli ultimi decenni, non desta sorpresa che un governo neoliberale, seppur di destra radicale, miri a incentivare i talenti individuali dei e delle discenti «indipendentemente dalle condizioni di partenza» per «sintonizzarsi con il mondo del lavoro [e] agire sulle competenze».1 Ciò che chiama la nostra attenzione è invece la strumentalizzazione ideologica del concetto odierno di merito, addirittura imputato da Valditara alla ratio soggiacente alla Costituzione italiana (art. 34). Come opportunamente notato da Girolamo de Michele,2 nelle intenzioni dei membri della terza sottocommissione della Costituente il riferimento ai meritevoli dell’articolo 34 vuole sancire la funzione sociale dell’istruzione, istituto pubblico che deve avere l’ambizione di elevare le masse popolari contro la scuola elitaria di Gentile; di qui il merito viene a significare possesso del titolo di licenza media quale requisito di accesso all’istruzione superiore senza alcuna specificazione sui risultati personali (voti e premi, ad esempio). Di tutt’altra caratura è il concetto di merito declinato dagli anni Novanta in avanti – dunque inesistente ai tempi della scrittura della Carta costituzionale – che insiste sulla distinzione dell’individuo rispetto alla massa non tanto perché porta caratteristiche e propensioni singolari, quanto perché eccelle in virtù di determinati criteri di selezione e, pertanto, ha diritto a vantaggi sociali e economici: così recita la meritocrazia, cioè il potere dei meritevoli. L’associazione di Valditara tra talenti individuali, merito e mondo del lavoro lascia pochi dubbi sull’adozione di questa accezione di merito.

Da questa cornice ideologica occorre partire per comprendere la pervasività del merito nella formazione e nella selezione di lavoratori e lavoratrici, di cui la scuola e università sono un perno essenziale, ivi compreso il profilo dell’intellettuale specializzato/a. In quanto principalmente forza-lavoro accademica, l’intellettuale lavora e agisce all’interno di condizioni materiali e ideologiche che non prescindono dalla trasformazione dell’università pubblica, la cui amministrazione si è conformata alle categorie e agli standard del mercato neoliberale. Proprio in seno all’università neoliberale l’ideologia della meritocrazia, che ha ottenuto un impulso ancora più forte con la riforma Gelmini (L. 240/2010), ha motivato la scarsità di investimenti nella ricerca e nella didattica, con la conseguente limitazione dell’accesso di massa ai corsi di laurea, e ristrutturato lo sfruttamento della forza-lavoro sotto l’imperativo della prestazione; infine, ha spinto la forza-lavoro intellettuale a produrre un certo tipo di ricerca e insegnamento strumentali al mercato sia in termini di formazione di lavoratori e lavoratrici (le conoscenze schiacciate sulle competenze), sia in termini di spendibilità economica del sapere (linee di ricerca percorse in base a fondi e finanziamenti). Come cambia, dunque, lo statuto dell’intellettuale nel contesto del neoliberalismo meritocratico? Quali implicazioni per il posizionamento del suo sapere e per la sua funzione rispetto alle masse? Quale dinamica dentro-fuori l’accademia si instaura?

Seppur in forma preliminare, questo testo si prefigge di ritrarre da un punto di vista teorico la forza-lavoro intellettuale nell’accademia italiana. Sarà dunque proficuo per la nostra analisi soffermarsi in un primo momento sul concetto di merito e su alcuni tratti del neoliberalismo per apprezzare, in seconda battuta, il loro impatto sull’intellettuale specializzato/a. In ultima istanza, si proporrà una riflessione sul filtro applicato dal merito nel rapporto tra conoscenza accademica e democrazia.

1. Contro l’uguaglianza: breve storia contemporanea del merito

Dal Settecento in avanti, in Europa e negli Stati Uniti il concetto di merito è stato adoperato in chiave rivoluzionaria come grimaldello per aprire le porte della mobilità sociale contro i privilegi della società feudale.3 È evidente l’attrattiva che un simile principio ha avuto nella costruzione delle democrazie occidentali contemporanee nel XIX e XX secolo: in una società dove vige perlomeno l’uguaglianza formale, incarichi pubblici, professioni e posizioni di potere devono essere affidati sulla base del talento e dello sforzo individuali, non per la provenienza sociale ascritta alla nascita o il clientelismo interno ad una classe sociale. Se è ragionevole sostenere che l’accesso a e l’esercizio di una professione devono essere vincolati alla dimostrazione di conoscenze e competenze in materia, questione tutt’altro che pacifica è distribuire rendite di status, privilegi e ricchezza a seconda del talento. Ne è profondamente convinto Michael Young, ricercatore socialista e padre del lemma “meritocrazia” che nel suo The Rise of the Meritocracy (1958)4 dipinge con le tinte fosche di una distopia l’evoluzione meritocratica della democrazia liberale, ammonendo sulla sua deriva aristocratica e elitaria eretta su nuove fondamenta, cioè su una visione standardizzata di intelligenza. La sua preoccupazione, spiega Salvatore Cingari,5 è che con il tempo si costituisca una classe sociale avente il monopolio del capitale economico, sociale e culturale: nella distopia i meritevoli per sforzo e talento, misurati con il metro del quoziente intellettivo per mezzo dei test, sviluppano il desiderio di riprodurre i loro geni con capacità intelligenti, dunque iniziano a proliferare solo tra simili per tramandare in eredità il loro potere politico e sociale; chi non nasce da genitori meritevoli, di conseguenza, avrà pochissime opportunità di ascendere socialmente, essendo sprovvisto dell’eredità genetica e culturale imprescindibile per la mobilità verso l’alto.6 In un gioco di riflessi attraverso lo specchio distopico, Young si interroga sulla giustezza delle riforme dell’istruzione avallate dallo stesso Labour Party negli anni ’40-‘50, che insistono sulla somministrazione di test ai e alle discenti fin da una giovanissima età per differenziarne i percorsi di studio, suddivisi in curricula professionalizzanti e propedeutici allo studio universitario, da cui discenderà l’appartenenza ad una specifica classe sociale in base all’occupazione svolta. Mossa da un’ispirazione democratica, la nuova istruzione inglese avrebbe ambito ad aprire la mobilità di classe, istituzionalizzando l’eguaglianza di opportunità in partenza per l’intera cittadinanza. Young critica, tuttavia, l’implicita fondazione della diseguaglianza di risultato sancita dalla prestazione nei test, in seguito ai quali alcuni individui della classe lavoratrice potranno pure entrare nei ranghi dell’élite, ma ciò a detrimento di coloro che non otterranno esiti eccellenti nei test, destinati a un’esistenza di subalternità e sfruttamento.7 Sebbene sia auspicabile l’«uguaglianza delle opportunità di realizzare la propria libera personalità, altra cosa [è] giocarsi la chance di arricchirsi per acquisire privilegi esclusivi».8

L’uguaglianza delle opportunità in partenza sostenute dal merito – richiamata da Valditara nel suo discorso alla Camera con quell’«indipendentemente dall’estrazione sociale» – stende un velo mistificatore sulle gerarchie di classe: da una parte, confligge con le stesse negando la predeterminazione dei percorsi professionali a seconda dell’estrazione sociale; dall’altra, le riafferma e rafforza secondo il discrimine del risultato. Inoltre, la distinzione sociale meritocratica erode il senso di collettività e reciprocità cementato dalla cultura dei diritti e dei bisogni, la quale ruota attorno alla promozione collettiva delle classi subalterne piuttosto che al successo dell’“eccellenza” individuale,9 inefficace alla rimozione delle cause strutturali che creano la marginalità sociale.

D’altronde, fin dagli ’60 anche in Italia il merito è divenuto un’arma nelle mani degli industriali intenti a spaccare l’unità di classe, come riportato da Bruno Trentin. Il sistema di premi e incentivi al singolo lavoratore della Fiat, ad esempio, non solo lo isolava dagli altri operai della fabbrica, ma diffondeva anche un sentimento di «fedeltà all’impresa» che «nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità».10 La lettura del merito sul posto di lavoro di Trentin apre ad un punto cieco della teoria meritocratica che sarà centrale per questa discussione più avanti. Per il momento, basti aggiungere che nessun test di intelligenza o profitto scolastico, e men che meno una valutazione della prestazione sul luogo di lavoro, possono essere metri di misura oggettivi scevri di convenienze e valori ideologici di parte. La fedeltà all’azienda, oltre a assopire le potenziali insubordinazioni di classe, affilia il/la lavoratore/trice al produttivismo economico del padrone, aspetto sul quale anche Young non manca di riflettere. In altre parole, fin dalla sua introduzione nel Secondo dopoguerra il concetto di merito è legato al profitto capitalistico.

Le contestazioni al concetto di merito muovono dall’esigenza di contrastare un tentativo di distinzione sociale in un’epoca in cui movimenti operai e studenteschi rivendicano, e spesso ottengono, l’ampliamento dei diritti sul lavoro e l’istituzione del welfare, conquiste democratiche grazie a cui le differenze di classe vengono, seppur parzialmente, stemperate. Nonostante la radicalità della spinta democratica degli anni ’60 e ’70 in Europa che confligge con il merito, il destino di tale concetto sarà roseo dagli anni della svolta neoliberale. Nella loro differenza di contesto, i governi di Reagan negli Stati Uniti e Thatcher in Inghilterra inaugurano una stagione di riduzione della spesa pubblica, i cui effetti precipitano sulla previdenza sociale. Entrato a far parte del lessico neoliberale a legittimazione di questa politica, il merito demarca un confine tra chi si è guadagnato l’assistenza dello Stato o un’occupazione perché si è impegnato e adattato alle esigenze di mercato, e chi al contrario non ha mostrato qualità attive in termini lavorativi, cercando di approfittarsi dei servizi pubblici senza dare niente in cambio. Se con i governi conservatori degli anni ‘80 il merito torna potentemente in auge, negli anni ’90 inizia la sua egemonia discorsiva a causa dell’assimilazione del concetto nella filosofia politica delle forze di ispirazione socialista e socialdemocratica. Già sul finire del decennio precedente in Italia i socialisti di Bettino Craxi sdoganano il merito con la proposta teorica di Claudio Martelli.11 Con uno slittamento semantico di non poco conto, il concetto viene assorbito dai socialisti italiani in chiave democratica. Nella loro ottica, la distinzione congenita al merito non andrebbe in contrasto con l’eguaglianza, anzi: essa consente di valorizzare le differenze individuali dando a ciascuno/a la possibilità di esprimere le sue capacità in opposizione alla visione omogeneizzante della cittadinanza, da cui deriverebbe l’oppressione della singola personalità. Ma è il New Labour di Tony Blair, affiancato dal teorico Anthony Giddens, a fare del merito il perno della crescita e del benessere economico nella società neoliberale. L’architrave teorico della cosiddetta Terza via è che per mezzo della valorizzazione dei talenti e degli sforzi della persona avvenga un impulso alla crescita economica, poiché (come già sottolineato da Martelli) si liberano creatività e ingegno che possono essere messi a disposizione della produzione di ricchezza, ovvero di plusvalore per il profitto del capitale. Non distanti dal pensiero economico dei conservatori neoliberali, i nuovi laburisti ritengono che l’incremento del profitto capitalistico sgoccioli sull’intero tessuto produttivo (teoria del trickle down), senza escludere i salari della classe media e lavoratrice. Si discostano dai neoliberali conservatori, tuttavia, per l’atteggiamento più moderato nei confronti del welfare, istituto della tradizione europea fondamentale per includere tutti e tutte nell’uguaglianza di opportunità di partenza.

Si noti come l’istruzione sia posta al centro della meritocrazia in quanto forma la futura forza-lavoro e seleziona l’élite intellettuale e politica. Benché l’universalità dell’istruzione sia difesa nel discorso meritocratico per garantire l’uguaglianza di opportunità di partenza, vi è una contraddizione che rimane inevasa: l’eguale accesso all’istruzione non equivale alle stesse opportunità di formazione. Nella sua rassegna storico-concettuale del merito, Cingari ricorda che le qualità e i talenti naturali non sono coltivati allo stesso modo da un individuo che proviene da una classe svantaggiata, la quale è probabilmente sprovvista di strumenti, incentivi e aspettative culturali che incoraggino e sviluppino determinate capacità; allo stesso tempo, essendo stretta dalla morsa della necessità, manca di capitale economico per investire sulla formazione extra-curricolare (preziosa per avere successo negli studi) e curricolare, pertanto preferisce occupazioni più accessibili e dall’immediato ritorno salariale (per quanto basso).12 Di qui il fatto che il merito dia una falsa rappresentazione del livellamento iniziale delle differenze di classe, con la conseguenza che una concreta mobilità sociale attraverso l’istruzione assomiglia più ad un’eccezione piuttosto che alla norma. Ecco il cortocircuito logico della meritocrazia: sostiene di dare la possibilità di avanzamento sociale costruendo su presupposti accessibili (il talento sommato allo sforzo) le classi, quando in realtà non fa altro che riaffermare le classi sociali imperniate sul capitale economico, culturale e sociale in loro possesso.

In un certo senso, il neoliberalismo ha recuperato il merito per realizzare quel sogno di differenziazione sociale osteggiato dalla tradizione socialista; ed è riuscito a farlo colonizzando la medesima tradizione e diventando ideologia e sistema egemone in Occidente. Del resto, la meritocrazia nasce nei momenti in cui, illustra Federica Giardini, occorre mettere in crisi l’uguaglianza che inficia il riconoscimento dell’eccellenza di alcuni individui;13 un progetto, questo, fantasticato dalle forze conservatrici e fedeli al capitale fin dal Secondo dopoguerra. Dopo quasi trent’anni, esse hanno ottenuto ciò che hanno sempre voluto.

2. Senza protezione, senza limite: il lavoratore prestazionale del neoliberalismo

Fin dagli esordi il progetto neoliberale è stato concepito, prima nei think tank14 e successivamente nelle politiche istituzionali, all’insegna della reazione alle conquiste democratiche dei decenni precedenti. Differenziare la massa diventa una strategia, da un lato, per creare nuove gerarchie contro l’unità di classe e, dall’altro, per escogitare nuove modalità di sfruttamento della forza-lavoro in risposta alla crisi degli anni Settanta.15 Il capitalismo fordista si è evoluto in neoliberalismo per avviare una «espansione dei processi di accumulazione in aree sempre più ampie della riproduzione sociale»:16 in poche parole, il capitale ha inglobato attività lavorative e luoghi in precedenza non direttamente impiegati per la produzione di plusvalore,17 piegandoli ad un modello organizzativo funzionale al profitto e alla rendita del capitale – quel processo che Marx ha descritto come sussunzione reale.18 A titolo di esempio, basti pensare al lavoro di servizio e di relazione diffuso in particolare nel terzo settore, oppure alle nuove occupazioni cognitive che richiedono un certo grado di istruzione nate dagli anni Settanta in poi, ad esempio nell’amministrazione e nel management, nelle aziende pubblicitarie, nel marketing, nel turismo, nell’industria culturale e del divertimento, ecc.

Da questa prospettiva, sarebbe alquanto riduttivo definire il neoliberalismo unicamente come un’ideologia; piuttosto, seguendo la proposta teorica di Giulio Moini, esso si articola in un tessuto connettivo che tiene assieme politiche, istituzioni, luoghi di lavoro e welfare, in un orizzonte epistemologico secondo cui la verità e il fine dell’azione di ogni organo particolare sono l’estensione del mercato e della logica della competizione.19 A questo proposito, sotto il neoliberalismo diventa nodale adattare al dogma della competizione la sfera della produzione economica e della riproduzione sociale (il welfare, il tempo libero e il lavoro di cura/domestico) con una diversa organizzazione della forza-lavoro. Se quest’ultima deve diventare competitiva sul mercato per facilitare il profitto capitalistico, si fa urgente recidere le tutele e i diritti sul lavoro che la rendono statica dal punto di vista prestazionale. Due indirizzi politici vengono dunque intrapresi. In primo luogo, il progressivo disinvestimento della spesa pubblica sul welfare, accusato di intorpidire gli sforzi individuali perché fornisce protezione sociale indiscriminata invece di stimolare la creatività e la solerzia che solo degli stipendi differenziali e servizi privatizzati possono dare – ossia, premiare il merito. In secondo luogo, non solo lo Stato deve intervenire per aprire e mantenere spazi concorrenziali di mercato, ma la stessa amministrazione pubblica si sottopone ad una tecnica di gestione mutuata dal privato per il raggiungimento di obiettivi prestabiliti, misurati in accordo con la loro spendibilità economica (analisi costi-benefici, valore del servizio-merce per lo scambio economico).20 Tra le molte istituzioni pubbliche, nel prossimo paragrafo verrà analizzata la particolare trasformazione dell’università e ciò che essa implica per l’intellettuale specializzato. È utile, tuttavia, soffermarsi prima sull’antropologia del/la lavoratore/trice, da cui l’intellettuale non è esente, nell’ordine neoliberale.

Elevato a superiore sistema normativo e discorsivo, il mercato segue una tendenza antropofagica che assorbe ogni dimensione dell’umano nella vita associata e privata.21 Non ne viene escluso l’individuo, il quale modella la sua soggettività (dalle relazioni alla percezione di sé, passando per i suoi desideri) sul calco dell’impresa, modello ontologico e esistenziale coerente con la logica della concorrenza. Le ormai classiche lezioni di Michel Foucault sulla Nascita della biopolitica (1978-9) hanno concettualizzato la forma-impresa per descrivere il risvolto antropologico del neoliberalismo:22

Partiamo dalla teoria del capitale umano […] [che] potremmo identificare con la penetrazione dell’analisi economica in un ambito rimasto fino ad allora inesplorato […] Non ci troviamo di fronte a una concezione della forza-lavoro, bensì ad una concezione del capitale-competenza che riceve, in funzione di differenti variabili, un certo reddito costituito dal salario, un reddito-salario, così che è il lavoratore in quanto tale ad apparire come una sorta di impresa di sé […] il principio di decifrazione legato al liberalismo, e al suo programma per la razionalizzazione tanto di una società quanto di un’economia è, insomma, un’economia fatta di unità-imprese, una società fatta di unità-imprese.23

Il soggetto neoliberale è in possesso di un capitale umano («capitale-competenza», scrive Foucault) da ottimizzare e su cui investire affinché i suoi frutti siano redditizi. Allo scopo del proprio benessere, a cui giunge seguendo i suoi interessi, questo soggetto si trasforma in imprenditore di se stesso: egli o ella investe su di sé per «ottenere un qualche tipo di miglioramento».24 Ciò significa che il confine tra individuo e lavoratore/trice, tra umano e professione, sfuma in una coalescenza in cui le qualità dell’umano più variegate vengono messe al lavoro ai fini del reddito personale.25 Niente può mancare nel corredo delle cosiddette soft skills: dalla conoscenza delle lingue e dell’informatica fino alla capacità di comunicare, negoziare e stringere relazioni, frequentare gli ambienti giusti, essere in salute fisica e psicologica, ecc.; tutto concorre a formare il capitale umano con cui essere competitivi/e con gli/le altri/e sia da lavoratori/trici dipendenti, sia da autonomi/e. Infatti, «concorrere con gli altri è quell’attività umana che permette alla soggettività di determinarsi secondo un profilo antropologico ben preciso che è quello dell’agire imprenditoriale».26 In altri termini, il proprio capitale umano si delinea in comparazione con l’altro/a; ma, componendosi di una moltitudine di qualità umane, ne deriva che gli stessi desideri, attitudini e espressioni della singolarità si presentano al soggetto e sono percepiti sempre in una relazione competitiva con l’altro/a.27 D’altronde, in un mondo di scarsità delle risorse ricercare il benessere individuale attraverso l’automiglioramento si scontra con l’agire altrui, mosso dallo stesso fine. Dal principio di concorrenza, in sostanza, non si può sfuggire: esso costituisce ontologicamente, per dirla con Pierre Dardot e Christian Laval, il soggetto fabbricato nella fucina della «nuova ragione del mondo» del neoliberalismo.

Non potrebbe essere altrimenti visto che la concorrenza informa lo spazio sempre più pervasivo del lavoro, i cui ambienti sono sottoposti alla disciplina dei manuali di management che fanno della crescita del capitale umano il loro centro perché conveniente ai datori di lavoro. Oltre alla realizzazione del proprio progetto di impresa, nel contesto della precarietà lavorativa e della dismissione delle protezioni sociali competere rimanda alla sopravvivenza:

L’erosione progressiva dei diritti riconosciuti al lavoratore, l’insicurezza instillata poco a poco in tutti i salariati tramite le «nuove forme di occupazione» precarie, provvisorie e temporanee, la maggiore facilità del licenziamento, l’indebolimento del potere d’acquisto fino all’impoverimento di interi settori delle classi popolari, sono altrettanti elementi che hanno rafforzato considerevolmente la dipendenza dei lavoratori dai loro datori di lavoro.28

Pungolati dall’alto rischio di non avere un supporto materiale, ormai costituito dal solo salario,29 i lavoratori e le lavoratrici sono spinti a presentare se stessi/e sotto le vesti di indefessi esecutori di prestazioni lavorative. Unico modo per beneficiare di sicurezza sociale, il perseguimento degli obiettivi di produzione dei datori di lavoro subordina l’esigenza di diritti e il tempo libero all’ordine economico. Ecco che la prestazione, dunque, si fa carico della «misura soggettiva della capacità a concorrere nell’arena agonica del mercato».30 In questo paradigma della società della prestazione, coniata dai sociologi Federico Chicchi e Anna Simone, in seno al neoliberalismo non esiste limite possibile alla capacità di prestare manodopera o un servizio: la prestazione può essere vieppiù massimizzata con l’innalzarsi degli obiettivi di produzione. Nella società della prestazione si ricevono sicurezza, premi e posizioni di potere, con la possibilità di accumulare capitale economico e sociale, a fronte di risultati più performanti degli/lle altri/e. Si capisce l’ulteriore pregnanza ideologica del merito in un paradigma nel quale si asserisce che la differenza economica e sociale del/la singolo/a lavoratore/trice risiede nell’eccellenza della sua prestazione rispetto ad altre. Il prestazionalismo esacerba la concorrenza non solo perché dalla sua misura dipendono vantaggi e privilegi, ma anche perché dal successo dell’agire performativo dipende la realizzazione del proprio progetto di impresa, su cui, nella sfumatura tra professionalità e personalità del capitale umano, convergono desideri e aspettative soggettive. Di conseguenza, nei luoghi di lavoro si accentua l’alienazione del/la lavoratore/trice dall’altro/a lavoratore/trice, direbbe Marx,31 dovuta all’impossibilità di includere un’altra persona nel percorso imprenditoriale individuale; anche i momenti di cooperazione e lavoro di gruppo, difatti, non sono pensati all’insegna dello scambio e della reciproca contaminazione tra pari, bensì sotto l’egida dell’opportunismo, in una dinamica relazionale «iper-egoica» per cui la dimensione e il contributo dell’altro/a è valido solo se funzionale all’implementazione del proprio capitale umano.

Il merito, promosso da varie filosofie manageriali nelle aziende private e pubbliche,32 è fondamentale per controllare il lavoro in due direzioni: da un lato, la forza-lavoro si forma come prestazionale per non incorrere nella conseguenza disciplinare della devianza “immeritevole”, che può portare alla sanzione nel luogo di lavoro, al declassamento e all’esclusione; dall’altro, la forza-lavoro aderisce consensualmente alla razionalità neoliberale in quanto vuole essere premiata per il suo merito, a cui attinge per il suo benessere psico-emotivo oltre che economico. La spinta all’azione, in quest’ultimo caso, viene direttamente dalla coscienza del soggetto, che trasforma profondamente il suo sé a causa di questa aderenza.

In virtù delle nuove esigenze del capitale, scuola e università – quest’ultima, peraltro, diventata di massa nel corso del lungo Sessantotto – sono state investite del compito di ampliare e fabbricare il bacino della forza-lavoro. In questo quadro si innesta con maggiore forza la meritocrazia come ideologia su cui poggia il mito della mobilità sociale: per mezzo dell’impegno nello studio e delle proprie qualità anche il figlio dell’operaio può diventare un dottore, così come molti individui delle classi popolari possono quantomeno arrivare ad essere parte della classe media.33 Oltre a rimediare la caduta del saggio di profitto spostando in avanti i confini dello sfruttamento, il capitale risolve così il problema dell’insubordinazione della forza-lavoro: questa avrà tutto l’interesse a sposare la richiesta di lavoro specializzato e il modo di produzione perché potrà realizzare il desiderio di arricchirsi individualmente, secondo un’etica del «coinvolgimento personale completo».34 La conoscenza, in altri termini, getta le condizioni di possibilità affinché una persona possa dotarsi di strumenti con i quali finalizzare il proprio interesse grazie alle offerte del mercato.35 Solo con competenza, ossia il saper fare derivante dalla conoscenza dei mezzi e dei fini di un’azione, l’imprenditore di sé sceglie per quale commissione o azienda prestare il suo lavoro. In aggiunta, quel moto costante al miglioramento del proprio capitale umano ha bisogno di un apprendimento durante tutto l’arco della vita (lifelong learning), tramite cui continuare a formarsi per non rendere obsoleto il bagaglio di competenze (qui subentrano, oltre alle università, le agenzie formative private). Come si colloca l’intellettuale specializzato/a all’interno di questa organizzazione della conoscenza?

3. La catena di montaggio cognitiva. Cenni sulle condizioni materiali dell’intellettuale

Alla luce di questo, non è un caso che lemmi come la “società della conoscenza” siano comparsi negli indirizzi politici, per esempio, dell’Unione Europea36 a cavallo tra i due millenni. La società della conoscenza si vuole inclusiva per fornire l’uguaglianza di opportunità a tutti/e, per poi differenziare, ovviamente, in base al rendimento. La posizione dell’intellettuale specializzato/a nell’accademia si colloca nella società della conoscenza all’altezza sia della docenza, senza cui non si darebbe inclusione, sia della ricerca, con l’ideologia del merito che taglia trasversalmente entrambe le attività. In un duplice movimento, l’intellettuale viene selezionato sul criterio dell’eccellenza (in questo caso dentro e fuori l’accademia) e, allo stesso tempo, si fa garante di quella stessa eccellenza selettiva nella sua mansione di insegnante.

Nonostante l’abitudine a pensare agli/lle intellettuali attraverso la lente della sola mente, da cui discende la presunzione che le idee siano degli universali senza contesto, costoro abitano un corpo;37 e, in quanto corpo, subiscono le relazioni di potere inscritte nell’organizzazione della società e, nella fattispecie, del loro lavoro. Nelle righe che seguono si vedrà come l’intellettuale ricalchi la figura del soggetto neoliberale, con i rovesci sulla produzione di conoscenza che questo implica. Il primo punto di vicinanza tra l’intellettuale e il soggetto neoliberale riguarda l’università: l’istituzione deputata all’istruzione superiore si configura come un’azienda. Già Max Weber sostiene nel suo intervento La scienza come professione (1917) che molti dipartimenti si sono tramutati in «imprese di capitalismo di stato».38 Interessante per il fine di questo testo è riprendere alcuni spunti del sociologo sul lavoro intellettuale che disincantano il preconcetto per cui fare scienza significhi imparzialità. Separato dai suoi mezzi di produzione (biblioteche, archivi, laboratori, strumentazione tecnica, ecc.), il lavoratore intellettuale dipende dal capo della sua impresa pubblica allo stesso modo di un operaio dinanzi al padrone della fabbrica, a tal punto che Weber parla dell’«esistenza proletaroide» dell’accademico (in particolare dell’assistente, la persona che non è ancora stabilizzata). Se trasponiamo questo filtro analitico sulla realtà universitaria del nuovo millennio, ne possiamo trarre una maggiore comprensione delle condizioni di produzione del sapere imposte agli e alle intellettuali specializzati/e.

In Italia – coerentemente con una tendenza europea39 – gli indirizzi del Ministero dell’Università e della Ricerca, in connubio con i vertici del sistema accademico, hanno aperto l’insegnamento e la ricerca ad un “fuori” dell’accademia, individuato nel tessuto produttivo della penisola e del continente, segnatamente con la riforma Berlinguer del 2000 e con le disposizioni del Ministro Mussi nel 2007, raggiungendo il culmine con la riforma Gelmini del 2010. La giustificazione teorica a questa scia di riforme, redatte con il beneplacito del padronato italiano, si inscrive perfettamente nell’egemonia neoliberale: nella generale riduzione della spesa pubblica, lo Stato non può permettersi di finanziare la ricerca e i corsi universitari se questi non risultano competitivi sulla scena nazionale e internazionale. L’intellettuale, dunque, non ha il compito di congetturare e trasmettere una conoscenza esclusivamente scientifica, bensì anche una competenza, cioè un saper fare applicato ad un determinato contesto.40 Poiché formatori della forza-lavoro,41 nonché inventori di innovazioni utili alla ricchezza economica, gli e le intellettuali sono tenuti ad articolare la conoscenza in elementi dall’immediata ricaduta strumentale nell’esecuzione di una certa mansione; nondimeno, essa dovrebbe contribuire a instillare flessibilità mentale e attitudinale nella forza-lavoro in grado, tra le altre competenze, di risolvere i problemi imprevisti o allenare alla velocità nella decisione. Non teorica, non riflessiva e apparentemente disinteressata: la conoscenza si riduce ad un «vantaggio competitivo»42 fruibile per l’economia. Ciò comporta che dalla conoscenza debbano essere espunti quei contenuti classificati come un costo senza alcun beneficio, quest’ultimo calcolato sul tempo di apprendimento, sullo sforzo insito nella comprensione soggettiva e sulla spendibilità economica. Scrive Valeria Pinto al riguardo:

Alla fine, quelle conoscenze che per complessità, stratificazione, non univocità, non risultano trasmissibili ovvero risultano trasmissibili e acquisibili soltanto mediante sforzi, attriti e tempi lunghi, sono equiparate a veri e propri errori di sistema, al pari di ogni conoscenza che rimanga unica, personale e soggettiva (cioè resistente all’oggettivazione intesa come generale condivisione e scambiabilità) e destinata a dissolversi con il suo portatore.43

Per Alain Denault, il pensiero dell’intellettuale specializzato/a viene ridotto alla semplicità di contenuto di modo che sia consumato nell’immediatezza, giustificando così l’assegnazione dei fondi per una determinata ricerca. Da una prospettiva gnoseologica, lo standard dell’insegnamento e della ricerca universitaria viene schiacciato su una media che rifugge la riflessione sull’essenza delle discipline, sul senso che il loro studio ha per la comunità scientifica e non solo, per mezzo di un registro linguistico che ammanta di oggettività il sapere, oscurando i conflitti tra interpretazioni, metodi, prospettive e interessi soggettivi, che fanno indissolubilmente parte del dibattito interno ad una comunità scientifica. L’intellettuale è chiamato a indossare un habitus dallo «stile neutro, pacato, calibrato» che lo ponga sul giusto mezzo, punto di osservazione da cui non traspaiono aspetti soggettivi.44 Viene a ridursi, pertanto, la funzione intellettuale stessa atta a – data una conoscenza oggettiva di un testo, un problema o un fatto – interpretare, dubitare e facilitare questionamenti critici. In effetti, non è così impensabile che venga a mancare la figura tradizionale dell’intellettuale in accademia: al tessuto produttivo serve più un/a esperto/a che l’erudito/a calcato/a sul modello dell’umanista universale del Novecento. Avere una soluzione ad un problema tecnico è prerogativa dell’esperto/a, il cui interpello in certi ambiti va oltre la contingenza per andare spesso ad elaborare modelli predittivi elaborati con metodi di calcolo. Non per niente, gli/le intellettuali-tecnici ricoprono posizioni di consiglieri in politica, in finanza e in economia.

Ora, sebbene l’esecutività sia un tratto comune a tutta la forza-lavoro, compresa quella intellettuale, va da sé che esistono delle differenziazioni al suo interno in base all’occupazione, a cui corrisponde una tipologia di conoscenza e un rapporto soggettivo con il lavoro. Parimenti ad altre professioni, vocazione, passione e innovazione sono consustanziali al lavoro dell’intellettuale, che gode dunque dello statuto creativo della conoscenza45 (come, d’altronde, esige il mercato per trovare nuove opportunità di profitto). Tuttavia, fin dal concepimento i contenuti di tale creatività vengono veicolati dalla forma dei risultati attesi, che dettano l’organizzazione del processo produttivo della conoscenza. La creazione di sapere, in estrema sintesi, passa attraverso una minuziosa vivisezione che consente di monitorarne costantemente ogni fase per valutare il raggiungimento degli obiettivi scientifici. Ecco una parola chiave: valutazione, ovvero la misurazione della prestazione della didattica e della ricerca. Da una parte i questionari di gradimento del corso e le medie uscite dagli esami, dall’altra le pubblicazioni valutate per quantità, prestigio della rivista ospitante e numero di citazioni: gli stadi della produzione scientifica non si regolano secondo fini euristici autonomi della disciplina, ma tengono in conto il riscontro valutativo di fattori esterni. In un’eteronomia dei fini che fa sfuggire all’intellettuale il potere sulla conoscenza, la prestazione intellettuale si indirizzerà verso contenuti che possono concretizzarsi in risultati redditizi, scartando tutto ciò che è considerato una perdita perché, seppur fecondo a livello scientifico, non è fruttuoso per i criteri di valutazione. All’adesione ai risultati imposti dalle griglie di valutazione, difatti, si legano a doppio filo i finanziamenti pubblici46 o, ancor di più, quelli privati. È quindi chiaro che i dipartimenti dovranno strutturare un’organizzazione di ricerca e didattica – approvando progetti, linee di ricerca e titolature d’esami, ad esempio – il più possibile produttiva in base all’analisi costi-benefici. Inutile dire che, in accordo con quanto esposto in precedenza, i benefici rispondono alla logica di mercato, nel senso che viene premiata quella conoscenza orientata all’utile a cui compartecipa possibilmente l’attore non accademico.47 Dal chiaro gusto tayloristico, questa impostazione aziendale riproduce la tecnica della catena di montaggio: ottimizzazione e efficientazione per generare grandi quantità di risultati redditizi.48 Letta sotto questa lente, non sorprenderà l’inflazione di pubblicazioni su alcuni ambiti di ricerca, spesso strategici per un settore del capitale, che rischia di somigliare più ad una produzione in serie dell’inessenziale piuttosto che ad una profonda elaborazione intellettuale.49

Questa organizzazione del lavoro cognitivo coinvolge trasversalmente tutte le figure intellettuali, dagli stabilizzati ai precari, perché comandata dai vertici dei dipartimenti e degli atenei. Risuonano le parole di Weber, dunque: chi amministra i mezzi di produzione nell’università pubblica detiene il potere di dirigere il lavoro del/la ricercatore/trice, imponendo una catena di montaggio cognitiva finalizzata a obiettivi economici. Accanto all’indubbia disciplina insita nel management del lavoro intellettuale, non secondario è il coinvolgimento soggettivo dell’intellettuale nel forgiare il suo sapere in accordo con il modello aziendale. Non bisogna dimenticare che la discontinuità lavorativa e una tarda stabilizzazione contrattuale della forza-lavoro intellettuale incidono sull’interiorizzazione di un’etica produttivista del lavoro, dato che la prosecuzione di carriera (ancor prima dell’ANS) è vincolata al soddisfacimento di parametri valutativi quantitativi. In modo non dissimile dal soggetto neoliberale, l’intellettuale specializzato/a persegue convintamente un’etica prestazionale del lavoro in linea con il taylorismo della conoscenza, poiché il suo destino dipende da un copioso numero di pubblicazioni; e, visto che la valutazione risponde alla logica di mercato, non è affrettato pensare che le sue energie si concentreranno sugli argomenti e sulle metodologie che più sono spendibili nel mercato intellettuale delle pubblicazioni,50 a partire dal reperimento di fondi nazionali e internazionali. Al fine del rafforzamento del curriculum, molteplici esperienze di insegnamento (tra corsi universitari e formativi), conferenze, seminari, visiting all’estero saranno accumulati dall’intellettuale; poiché la quantità si traduce in maggiore competitività, è chiaro che il tempo di lavoro si estende fino a fagocitare quello libero.

Si tratta anche in questo caso di un soggetto prestazionale orientato al successo nel campo lavorativo; un successo desiderato in coscienza dal soggetto, data la vocazione e la passione connaturate alla professione, per ottenere salario, riconoscimento e godimento personale. L’intellettuale investe nelle qualità e relazioni che più possono avere un ritorno occupazionale, in modo da incrementare il capitale umano; proprio come un imprenditore, cercare un istituto con cui lavorare alla scadenza del contratto, una nuova collaborazione che sblocchi dei fondi/risorse (in primis, per quanto riguarda il campo scientifico, i brevetti) o aumenti la stima della colleganza si inserisce tra le priorità. Ben al di là dei crediti accademici, l’impresa del sé dell’intellettuale si immerge nel campo commerciale per vendere le idee contenute in libri o in collaborazioni con aziende, attività che prevedono la messa in atto di competenze umane non direttamente implicate nella produzione di sapere (relazioni pubbliche, comunicazione, uso dei social media, ecc.); le stesse competenze che l’intellettuale docente insegna nei corsi universitari.51 Gli/le intellettuali specializzati/e devono vendersi calibrando bene le loro prestazioni, adattate al metro dell’innovazione, dell’originalità, dell’eccellenza e della terza missione, pena l’estromissione dall’accademia. Questo tempo impiegato nella scelta imprenditoriale strategica erode non solo quello di vita, sempre più terreno di valorizzazione del capitale umano, ma anche quello dedicato alla ricerca, la quale, in controtendenza rispetto ai proclami sulla qualità e sull’eccellenza, assottiglia ulteriormente pregnanza e profondità.52

Dall’intellettuale contemporaneo/a si pretende che performi in tempi brevi, aderendo completamente alle procedure con cui il suo lavoro viene valutato, per consegnare un prodotto; tutto il contrario delle virtù dello studioso che dubita, attende, fa sedimentare il sapere in tempi lunghi per cogliere con più oculatezza la realtà.53 Di più: l’intellettuale deve essere il/la migliore nel suo campo. Soltanto attraverso la competizione si stabilisce chi resta all’interno del mondo accademico, in un gioco in cui il merito legittima la gerarchia tra chi è eccellente e chi non lo è. Il dispositivo del merito costituisce, dunque, il pilastro della legittimità dell’esclusione o inclusione differenziale dell’intellettuale specializzato/a nella professione, nonché il monito della possibilità del suo rovescio: il fallimento. Allo stesso modo del soggetto prestazionale, di fronte all’intellettuale si staglia il fantasma del fallimento del suo progetto di impresa, da imputare alla scarsa lungimiranza delle scelte fatte e alla poca produttività nonostante il rischio elevato di esclusione per motivi strutturali indipendenti dal/la singolo/a.54 I ricercatori-imprenditori sono rivali nell’agone delle pubblicazioni e dei posti di ricerca/docenza: la conoscenza di cui sono portatori si individualizza nel singolo capitale umano, lasciando poco spazio alla cooperazione orizzontale e allo scambio disinteressato che non sia finalizzato all’accrescimento io-centrico.

Visto che il/la ricercatore/trice meritevole risulta essere chi è consonante con le forme e gli standard dell’economia capitalistica,55 è naturale pensare che la tipologia di conoscenza prodotta non andrà necessariamente incontro alla promozione collettiva, cioè alla dotazione di strumenti cognitivi, etici e politici con i quali comprendere meglio se stessi e il mondo, e pertanto essere attori/trici nella vita pubblica più consapevoli. Questo sarebbe il presupposto di un concetto di democrazia estensivo, ovvero aperto alla continua progressione di eguaglianza e libertà. Tutto al contrario, la conoscenza prodotta dall’intellettuale fornisce un bagaglio individuale di skills da premiare solo se meritevoli. Se il fine della produzione di conoscenza predilige soltanto l’eccellenza (comunque relativa, perché adattata a specifici criteri), la promozione avverrà soltanto per chi mostra, nelle parole di Trentin, fedeltà all’azienda e ad un modello di sviluppo. Parimenti ai dipartimenti giudicati non virtuosi che incorrono nel sottofinanziamento statale, senza che vi sia riguardo nei confronti della situazione strutturale di storici deficit dovuti a decenni di incuria da parte dell’amministrazione pubblica, qual è la condizione di chi non è meritevole? Semplicemente, subalternità economica e sociale. Perché, come tutto il discorso sul merito, l’elevazione del modello dell’imprenditore anche nel lavoro intellettuale nega che vi siano disparità di classe (e non solo) in partenza, da cui deriva l’impossibilità per molti/e di ambire all’eccellenza.

4. Conclusioni: dove guarda l’intellettuale?

I cenni sulle condizioni materiali e ideologiche in cui lavora l’intellettuale riportati in questo testo ci consentono di arrivare ad alcune conclusioni circa il suo campo di azione. Lungi dall’essere criterio di selezione universale e neutro, nell’università il dispositivo del merito agisce sullo statuto dell’intellettuale e sulla produzione della conoscenza, intaccandone il potenziale democratico. Rispetto al primo versante, l’intellettuale è indotto dall’organizzazione del lavoro a performare al meglio per raggiungere lo standard dell’eccellenza, dal cui soddisfacimento dipende la sua carriera, in particolar modo se precario. Di conseguenza, egli o ella perde l’integrità del potere decisionale sull’orientamento di ricerca e insegnamento, dovendo rispondere ai ritmi di produttività dell’accademia per non rimanerne escluso. Precarietà e discontinuità salariale consegnano una figura intellettuale accademica poco indipendente dal suo dipartimento o ateneo e possibilmente estranea al ruolo che, in quanto portatrice di sapere, potrebbe ricoprire nei confronti del “fuori” dell’università. Se, infatti, i risultati attesi dall’eccellenza delle griglie di valutazione non corrispondono ad interrogativi nei confronti del presente e della società, l’intellettuale non rivolgerà il suo sapere verso queste domande di ricerca, anzi: sarà propenso/a a eludere la funzione intellettuale di espansione della democrazia attraverso la riflessione in quanto non costituisce prestazione remunerativa. Nel desiderio di restare in università e realizzarsi a livello personale, l’intellettuale forma la sua professionalità aderendo in coscienza alla produttività dell’impresa universitaria, da cui non prende le distanze per metterne in questione i fini perché essa è il possibile vettore della sua stabilizzazione e mobilità sociale. Egli o ella crede convintamente che, con la giusta prestazione, possa meritarsi di essere incluso/a nell’università, la cui attività riflette i propri interessi indipendentemente dalle costrizioni organizzative e dai livelli di sfruttamento. Il merito è funzionale, dunque, a quella fedeltà all’impresa criticata dai movimenti operai negli anni ’60, la quale inficia la capacità dell’intellettuale di rivolgere lo sguardo critico sulla sua istituzione. Infine, nell’ordine meritocratico l’attribuzione di posizioni, salari differenziati e fondi in base al successo dei risultati favorisce l’estraneazione dell’intellettuale dal/lla collega attraverso la competizione.

Concorrenza e adesione agli standard di produttività hanno un effetto diretto sulla conoscenza generata dall’intellettuale, anch’essa da considerarsi meritevole degli investimenti economici. In quanto utile e vantaggiosa per il tessuto produttivo, il sapere accademico si apre al “fuori” dell’università non per uscire dall’autoreferenzialità elitaria in cui cadevano alcuni intellettuali del passato, bensì per essere completamente fagocitato dagli interessi del capitalismo sia in termini di formazione della forza-lavoro, sia in termini di innovazione per le imprese. La società della conoscenza necessita di un intellettuale che trasmetta un savoir-faire ad una forza-lavoro competente da cui le imprese possano estrarre plusvalore. Il sapere si particolarizza e iper-specializza per risolvere problemi contingenti e garantire la massima esecutività, espellendo dalla sua costituzione quel surplus essenziale nel processo di apprendimento e comprensione. Deprivato da alcuni concetti e tracciati di riflessione, infatti, il sapere dell’intellettuale fatica a scardinare pregiudizi e a fare presa sulla profondità dei soggetti, facendo acquisire loro nuovi punti di vista su di sé e sulla realtà che segnano un cambiamento da una concezione iniziale ad un’altra. Su questo fine si misurerebbe il potenziale democratico del sapere: la capacità di fornire strumenti di riflessione per la crescita individuale e collettiva, da impiegare per l’analisi di quanto accade e per la trasformazione dello stato di cose presente, anche in direzioni impreviste dalle stesse intenzioni di chi diffonde quel sapere. Questo potenziale democratico viene tuttavia oscurato dall’ideologia del merito, che legittima la trasformazione delle conoscenza in competenza strumentale e in proprietà individuale da contrapporre a quella altrui, tanto negli intellettuali quanto in coloro che ne sono formati/e. Senza un intervento sulle strutture materiali e simboliche che segnano il successo o meno della prestazione di un individuo al di là del talento e dello sforzo, il merito stabilisce una gerarchia economica e sociale tra chi ha più conoscenze e chi ne ha meno, e alimenta così una competizione proficua per il mercato capitalistico. Del resto, affinché si dia competizione occorre che vi siano delle differenze iniziali e delle ricompense selettive, al contrario di una concezione democratica che mira all’eguaglianza degli individui. Ciò non significa che l’accesso alle professioni non debba avere come prerequisito conoscenze e competenze specifiche, bensì che la competizione può essere sfumata se si valorizzano le differenze individuali senza compararle,56 mettendo da parte distinzioni di retribuzione e status per mezzo di condizioni universali di lavoro dignitose.

Il lavoro intellettuale potrebbe andare verso un’estensione della democrazia se, appunto, riuscisse ad ampliare il campo visivo dello sguardo verso il “fuori” dell’accademia: come attraverso un cannocchiale fisso su un’unica meta, gli occhi dell’intellettuale sono costretti a conoscere soltanto il “fuori” del neoliberalismo, che ha ormai invaso anche il “dentro” dell’accademia; con un’inversione a angolo piatto, si potrebbe dire che il cannocchiale finisca per guardare i perimetri dell’università senza uscirne, dato che essa ha assorbito l’etica della produzione neoliberale. Una conoscenza votata a esprimere il suo potenziale democratico dovrebbe dirigersi verso quel “fuori” rimasto inesplorato dal campo visivo del cannocchiale. Non solo la conoscenza, sia in forma divulgativa nei corsi di formazione che specialistica nelle aule universitarie, potrebbe supportare lo sviluppo democratico della società: essa ne risulterebbe arricchita grazie agli sproni e alle esperienze altre dalla logica di mercato. Per quanto la conoscenza subisca un’organizzazione di lavoro, essa non nasce soltanto entro i confini universitari e delle fonti accademiche, trovando ispirazione nello scambio umano e emotivo, nelle conversazioni, nelle percezioni della vita “altra”. Contro il dogma della prestazione, occorre rivendicare tempo libero per dare alla mente quella rigenerazione necessaria all’emersione di un’idea di ricerca non conforme ai parametri valutativi, a partire dagli stimoli di quest’altro “fuori”. Per farlo, l’intellettuale specializzato/a deve imparare a distaccarsi da sé,57 dalle abitudini soggettive e dalle condizioni di lavoro imposte alla produzione del sapere.

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1 G. Valditara, discorso tenuto in occasione del dibattito sulla fiducia al governo alla Camera del 25/10/2022, consultabile sul sito del Ministero dell’istruzione e del merito al seguente link: https://www.miur.gov.it/-/ministro-valditara-il-merito-e-un-valore-costituzionale-e-lo-strumento-per-valorizzare-i-talenti-di-ognuno-la-scuola-e-l-infrastruttura-piu-importante (ultima consultazione il 21/08/2023).

2 G. De Michele, Una scuola senza merito, «Euronomade», pubblicato il 2/10/2023 e consultabile al seguente link: http://www.euronomade.info/?p=15353 (ultima consultazione il 21/08/2023).

3 Cfr. S. Cingari, La meritocrazia, Ediesse, Roma 2020, p. 45.

4 Cfr. M. Young, L’avvento della meritocrazia, tr. it. C. Mannucci, Comunità Editrice, Roma 2014.

5 Cfr. S. Cingari, La meritocrazia, cit., p. 29.

6 Addirittura, nel saggio romanzato di Young la Camera dei Comuni viene progressivamente esautorata dalla Camera dei Lord, i cui membri sono eletti non più tra coloro che godono di un titolo nobiliare, bensì tra chi possiede un Q.I. elevato.

7 Young torna sul tema in un articolo pubblicato in risposta a Tony Blair, Primo ministro inglese fautore assieme all’ideologo Anthony Giddens della cosiddetta Terza via tra capitalismo e socialdemocrazia in Europa. Blair ha impiegato il lemma meritocrazia per propagandare il connubio tra moderato welfare e deregolamentazione del mercato, sostenendo apertamente l’uguaglianza di opportunità (nella sua visione sinonimo di democrazia) nel distinguersi dagli altri con la pratica del proprio talento. Cfr. M. Young, Down with meritocracy, «The Guardian», pubblicato il 29/06/2001 e consultabile al seguente link: https://www.theguardian.com/politics/2001/jun/29/comment (ultima consultazione 22/08/2023).

8 S. Cingari, La meritocrazia, cit., p. 31.

9 Cfr. Ivi, p. 55.

10 B. Trentin, A proposito di merito, «L’Unità», pubblicato il 13/07/2006 e consultabile al seguente link: https://m.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/unita-a-proposito-di-merito.flc (ultima consultazione il 22/08/2023). Trentin scrive questo articolo per contrastare il successo della meritocrazia quale ideologia di uguaglianza sociale, particolarmente diffusa durante il congresso di costituzione del Partito Democratico.

11 S. Cingari, La meritocrazia, cit., pp. 87-91.

12 Cfr. Ivi, pp. 57-9.

13 Cfr. F. Giardini, Eccellenza. Selezione, distinzione, differenza, in Genealogie del presente. Lessico politico per tempi interessanti, F. Zappino – L. Coccoli – M. Tabacchini (cur.), Mimesis, Milano-Udine 2014, p. 101.

14 Da rimarcare l’influenza della Mont Pèlerin Society sul governo Reagan negli Stati Uniti e della scuola di Chicago, di cui Milton Friedman è il teorico prominente, sulle manovre economiche della dittatura di Pinochet in Cile, vero e proprio laboratorio di sperimentazione delle teorie neoliberali. Cfr. G. Moini, Neoliberismo, Mondadori, Milano 2020, pp. 22-7; 43-8.

15 Per crisi non bisogna intendere soltanto gli shock economici dovuti alle manovre e ai flussi di capitale che attengono alla finanza e al mercato in generale (crisi oggettiva), ma anche l’antagonismo di classe che nel “lungo Sessantotto” in molti Paesi occidentali ha creato un cortocircuito nel saggio di profitto del capitale e nella disciplina di fabbrica. Per una riflessione su questo nodo da parte del marxismo operaista, si veda M. Tronti, Operai e capitale, DeriveApprodi, Roma 2006; e un mio contributo su soggettività e conflitto nel rapporto con il capitale, F. Mengali, Per un pensiero incarnato. Soggettività e conflitto nell’operaismo italiano, in La filosofia italiana. Tradizioni, confronti, interpretazioni, S. Catalano – F. Meroi (cur.), Olschki, Firenze 2019, pp. 181-202.

16 G. Moini, Neoliberismo, cit., p. 129.

17 Si vedano le teorie operaiste sulla fabbrica e sull’operaio sociali di Antonio Negri, il quale ha collegato la loro emersione alla fase dello Stato-impresa, sotto cui si è favorito l’investimento sul capitale costante per svalutare quello fisso (la forza-lavoro); di qui l’introduzione di nuove tecnologie che hanno richiesto una forza-lavoro specializzata con un bagaglio di conoscenze tecniche, funzionale a rendere direttamente produttiva dal punto di vista del capitale la riproduzione e favorire ancor di più la circolazione delle merci. Cfr. A. Negri, Crisi dello Stato-piano. Comunismo e organizzazione rivoluzionaria [1971], in Id., I libri del rogo, DeriveApprodi, Roma 2006, pp. 17-65. In generale, l’ambito della riproduzione è sempre stato fonte di valorizzazione capitalistico, sebbene occultato dal capitale stesso attraverso la naturalizzazione del lavoro domestico. Il disvelamento di tale occultazione lo si deve alla critica femminista. Cfr. S. Federici, Genere e capitale. Per una rilettura femminista di Marx, DeriveApprodi, Roma 2020.

18 Cfr. K. Marx, Risultati del processo di produzione immediato, Mauro di Lisa (cur.), Editori Riuniti, Roma, 1984, pp. 142-3: «Contemporaneamente la produzione capitalistica tende a conquistare tutti i rami d’industria di cui non si è ancora impadronita dove si ha ancora soltanto sussunzione formale».

19 Cfr. G. Moini, Neoliberismo, cit., cap. 5, passim. Lo studioso insiste sull’imprescindibilità di analizzare il neoliberalismo tenendo conto delle sue variegature geo-storiche, in quanto la sua elaborazione pratica e teorica non si può astrarre dal contesto in cui sono state applicate delle manovre e dei programmi, il cui senso può esser fatto risalire alla logica della competizione. In questa sede, tuttavia, proponiamo soltanto alcuni temi ricorrenti dell’epistemologia neoliberale senza scendere nel dettaglio, se non nella trattazione del rapporto tra neoliberalismo, università e intellettuale.

20 Cfr. F. Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, Ediesse, Roma 2017; V. Pinto, Valutare e punire, Cronopio, Napoli 2019.

21 Cfr. F. Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, cit., p. 36.

22 In particolare, le teorie degli ordoliberali tedeschi.

23 M. Foucault, Nascita della biopolitica. Corso al collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2009, pp.180-6.

24 Ivi, pag. 191.

25 Cfr. P. Dardot – C. Laval, La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013, p. 420: «il momento neoliberista è caratterizzato da un’omogeneizzazione del discorso dell’uomo intorno alla figura dell’impresa. La nuova figura del soggetto opera un’unificazione senza precedenti delle forme plurali della soggettività».

26 Federico Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, cit. p. 53.

27 Cfr. P. Dardot – C. Laval, La nuova ragione del mondo, cit., p. 246: «Siamo tutti imprenditori. O, meglio, tutti impariamo a esserlo: grazie al meccanismo del mercato impariamo a governarci come imprenditori. Perciò, se il mercato è visto come libero spazio aperto agli imprenditori, allora tutte le relazioni umane sono caratterizzate da una dimensione imprenditoriale, caratteristica dell’umano».

28 Ivi, p. 422.

29 Cfr. F. Coin, Introduzione. La fine del lavoro (pagato), in Salari rubati, Id. (cur.), Ombre Corte, Verona 2017, pp. 7-29.

30 F. Chicchi – A. Simone, La società della prestazione, cit., p. 54.

31 Cfr. K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, N. Bobbio (cur.), Einaudi, Torino 2004, p. 76.

32 Non può trovare spazio in questa sede una trattazione ampia delle tecniche manageriali a fondamento del soggetto prestazionale. Basti sapere che, a partire dalla svolta degli anni Ottanta, il management non ha più cercato di formare i quadri e i funzionari per mantenere la catena del comando diretto dall’alto verso il basso; piuttosto, ha spinto per automotivare i dipendenti al superamento dei loro limiti, all’autocontrollo e alla flessibilità/adattamento con la scusa dello sviluppo personale. In sostanza, nell’azienda post-fordista i dipendenti godono di autonomia decisionale sul posto di lavoro in quanto già affiliati al dogma della prestazione. Cfr. Chicchi-Simone, La società della prestazione, cit., pp. 126-7; S. Cingari, La meritocrazia, cit., pp. 55-6.

33 Come nota Foucault in Nascita della biopolitica, l’intento della scuola tedesca neoliberale (soprannominata ordoliberalismo) è quello di trasformare ogni individuo non tanto in un salariato, quanto in un capitalista. In questo senso, tra i subalterni si attiva un desiderio soggettivo di assumere uno status dominante, abbandonando quello dei dominati (cioè salariati), per godere di maggiori privilegi.

34 P. Dardot – C. Laval, La nuova ragione del mondo, cit., pag. 420.

35 Nel pensiero di L.H.E. Mises, esponente della scuola austriaca neoliberale, la scelta dei mezzi e dei fini fa parte della branca della prasseologia, scienza che insegna ad orientare razionalmente l’azione per perseguire il proprio interesse, raggiungendo la felicità, nell’ordine catallattico del mercato. Cfr. G. Moini, Neoliberismo, cit., p. 19; cfr. F. Chicchi-A. Simone, Il soggetto imprevisto. Neoliberalizzazione, pandemia e società della prestazione, Meltemi, Milano 2022, p. 47.

36 Si rimanda alle Raccomandazione del Consiglio sulle competenze chiave per l’apprendimento europeo, consultabili al seguente link: https://education.ec.europa.eu/it/focus-topics/improving-quality/key-competences.

37 Cfr. bell hooks, Insegnare a trasgredire. L’educazione come pratica della libertà, Meltemi, Milano 2020, passim.

38 M. Weber, La scienza come professione, Einaudi, Torino 2004, p. 8.

39 Nel suo ormai classico testo sulla valutazione, Valeria Pinto ha brillantemente dato ragione storica della razionalità neoliberale all’interno dell’impresa universitaria, tracciandone una genealogia europea che principia almeno dagli anni Settanta. Già nel ’75, ad esempio, Michael Crozier, Samuel P. Huntington e Joji Watanuki curano un rapporto sullo stato della democrazia in Occidente con toni allarmanti, ravvisando nell’insubordinazione della classe intellettuale dentro l’accademia, votata a valori dissonanti con il capitalismo e la tradizione, il germe dell’eccesso di partecipazione democratica da parte delle masse, fortemente critiche con le gerarchie. Agli occhi dei redattori, è urgente orientare i saperi non ai valori, ma alle competenze – al saper fare – per debellare questa patologia sociale. L’appello alle competenze sarà ripreso negli anni ’90 dalla Tavola Rotonda degli Industriali Europei, durante i cui lavori i membri scalpitano per riformare l’università, centrale per l’economia, con l’obiettivo di spezzarne l’autoreferenzialità. L’accusa di autoreferenzialità sarà il luogo comune che farà da traino alle riforme universitarie, giustificate dalla necessità di connettere la conoscenza con le esigenze di mercato. Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, cit., pp. 18-20; pp. 24-5.

40 Non è dato sapere cosa sia una competenza dal punto di vista epistemologico, poiché la sua definizione teorica rimane alquanto vaga e generale. Nella Raccomandazioni europee relative alle competenze chiave, esse vengono ripartire in ambiti, i quali si snodano a loro volta in conoscenze, abilità, atteggiamenti.

41 Questa funzione dell’intellettuale è condivisa con gli e le insegnanti di scuola, anch’essa ormai fagocitata dalla ragione neoliberale che ha tecnicizzato la formazione sulle competenze adeguate alla produttività economica. Con la scuola delle competenze nella “società della conoscenza”, il o la docente ha dunque perso il ruolo di intellettuale di massa per essere schiacciato su quello di tecnico/a che siede in cattedra soltanto per far raggiungere degli obiettivi esecutivi prefissati alle classi. Su questo si veda Infra, D. Lo Vetere, Gli insegnanti della scuola secondaria: intellettuali, subalterni, professionisti riflessivi, tecnici dell’educazione?

42 M. Boisot, Knowledge Assets: Securing Competitive Advantage in Knowledge Economy, Oxford 1989, citato in V. Pinto, Valutare e punire, cit., p. 139.

43 Ivi, p. 140-1.

44 A. Denault, La mediocrazia, Neri Pozza Editore, Milano 2017, pp. 47-8.

45 Cfr. F. Chicchi – A- Simone, La società della conoscenza, cit., pp. 92-3.

46 Si veda la Riforma Gelmini (L. 240/2010), apice di un processo attivo fin dagli anni Novanta in Europa che ha condizionato i finanziamenti alla performance dei Dipartimenti e al ranking internazionale da questi occupato. I parametri dei ranking si basano anch’essi su una logica economica. Cfr. S. Carlotti – Irene Paganucci, Distinguersi per uniformarsi. Il lavoro cognitivo nell’università tra produzione della conoscenza e mito della mobilità, «The Lab’s Quarterly», XXIII, 3 (2015), p. 277.

47 Questo è, nella fattispecie, il passaggio dalla conoscenza Mode 2 (fondata sulle competenze) alla Mode 3 (compartecipazione degli attori economico alla decisione dei fini, delle modalità e dei tipi di conoscenza). Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, cit., pp. 145-6.

48 Ivi, p. 141-2.

49 A. Denault, La mediocrazia, cit., p. 44.

50 Questa espressione è ripresa da Pinto, la quale definisce il mercato intellettuale delle pubblicazioni quello spazio agonico in cui gli/le accademici/che competono con i loro prodotti della ricerca secondo dinamiche commerciali; infatti, il prodotto della ricerca a cui viene offerto spazio nelle riviste è quello che si vende meglio in termini di impatto e circolazione. Questi due aspetti non possono valutare la qualità in sé del singolo prodotto di ricerca, apprezzando piuttosto la sua rilevanza nel circuito delle pubblicazioni. Se un articolo, ad esempio, non può essere valutato nella sua essenza di oggetto di ricerca, esso ottiene valore per la sua scambiabilità, divenendo una quasi-merce. Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, p. 164.

51 Ivi, cit., pp. 177-8: «non trascurabile è anche il fatto che va acquistando sempre più peso la reputazione conquistata per vie informali rispetto a quella acquisita per vie tradizionali, sicché intervenire per esempio su forum dedicati e su blog e accumulare credits e followers nei social network tra pari piò avere maggior peso per il prestigio di uno studioso del numero e della quantità di articoli peer reviewed pubblicati […] La reputazione sociale insomma torna in qualche modo nei ranking, così come in qualche modo la posizione nel ranking ritorna nella reputazione sociale. D’altra parte, sul mercato un buon feed è essenziale per attrarre clienti; altrettanto potrebbe esserlo se devo vendere le mie competenze sul “mercato intellettuale della ricerca”, o anche – più modestamente e letteralmente – se devo vendere il mio libro appena uscito».

52 Cfr. Infra, L. Barbanera, Il darwinismo temporale nell’università italiana.

53 Cfr. V. Pinto, Valutare e punire, cit., pp. 169-70: «Quel che va promosso oggi è la nuova ascesi della prestazione, mentre le tradizionali “virtù ascetiche” dello studioso, come la capacità di dubitare, di attendere, di non usurare, di trattenersi da un troppo rapido consumo, rappresentano vizi solitari da correggere. Così, un lungo esercizio di virtuoso esonero, un allenamento teso a non farsi sopraffare dal profluvio tanto inutile quanto dispendioso di stimoli senza scopo, di segnali privi di significato, di pulsioni senza oggetto, si risolve nell’abilità di eseguire con responsabilità, senza esitazioni e diversioni, con sicurezza istintiva, il proprio compito. L’automatismo ricercato non è – non potrebbe esserlo – la naturalizza con cui un maestro di un’arte o di una tecnica sa porla in essere, una naturalezza che è frutto di appropriazione e quindi anche di distanza e di una differenza; ma è piuttosto l’adesione senza scarti e quindi senza distanza o variazione, sicura come un riflesso, con cui si deve essere capaci di rispondere ad un programma prefissato e collaudato».

54 Cfr. F. Chicchi – A. Simone, Il soggetto imprevisto, cit., p. 51.

55 Si rimanda al prezioso articolo di Carlotti e Paganucci in cui si studia il binomio dell’eccellenza e dell’uniformità come condizione del lavoro cognitivo in accademia, a cui si chiede di distinguersi con una produzione meritevole soltanto per adattarsi al dogma produttivista della prestazione intellettuale (e rimanere nel circuito universitario), che schiaccia la ricerca su un unico standard. Cfr. S. Carlotti – I. Paganucci, Distinguersi per uniformarsi, cit., pp. 273-91.

56 Federica Giardini parla di misure per tradurre le singolarità e le conoscenze tra un individuo e un altro, a significare che può non essere dato spazio alla comparazione competitiva che crea gerarchie in base al merito. Tradurre significa dare voce ad un multiverso di criteri con cui gli individui possono essere descritti, evitando di compararli secondo la norma di un unico criterio assurto a ordine della realtà (quale, nel nostro caso, può essere la prestazione). Anche qui, si tratta di una questione di democrazia: se si «lascia aperto il margine» della misura che differenzia, ovvero se si pone in questione la sua univocità e si presuppongono le condizioni di una sua intercambiabilità con altre misure, un processo radicalmente democratico prende avvio grazie alla considerazione dei talenti di tutti/e. Cfr. F. Giardini, Eccellenze, cit., p. 102.

57 Cfr. Infra, T. Faitini, Un lavoro dello spirito alla prova del reale. Pensare l’intellettuale tra Weber e Foucault.

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