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diretto da Romano Luperini

Un tentativo di messa a punto del dibattito sulla “cancel culture”. Riflessioni su due libri recenti

Alla fine dello scorso anno sono stati pubblicati due libri sul tema della cosiddetta “cancel culture”, in relazione però a uno specifico ambito, quello degli studi classici e dell’insegnamento del latino: Mario Lentano, Classici alla gogna. I Romani, il razzismo e la cancel culture (Salerno) e Alice Borgna, Tutte storie di maschi bianchi morti… (Laterza).

Negli ultimi anni abbiamo assistito nel nostro paese a una straordinaria fertilità editoriale su questo tema, nonché su quello connesso del “politicamente corretto”, delle culture wars, del woke (negli Stati Uniti, le ultime due espressioni sono meno compromesse da una connotazione ideologica conservatrice rispetto alle prime due). Al netto del sempre possibile opportunismo commerciale su di un argomento in grado di suscitare forti polemiche, tale abbondante messe mi pare sintomatica di una seria esigenza di comprensione, che superi le sbrigative liquidazioni (“forme di puritanesimo americano”, “episodi di ipersensibilità”, “espressioni radical chic”, …). In effetti, ci troviamo davvero di fronte a un «tema centrale e dirimente per il destino delle società liberali».i

Il tema, tra l’altro, investe direttamente la scuola e l’università ed è perciò bene provare a chiarirsene i contorni: «Da circa trent’anni, [è in corso] un dibattito accademico squisitamente americano, che fa parte di una lunga cultura statunitense di culture wars tra liberali e conservatori e si concentra più che altro su questioni pedagogiche – ossia, che cosa si debba insegnare nei curricula universitari di liberal arts».ii

I due libri

Classici alla gogna e Tutte storie di maschi… sono entrambi dei pamphlet, ma hanno obiettivi e contenuti diversi, nonché tesi opposte. Cominciamo da queste ultime.

I due libri esemplificano, in qualche modo, le due posizioni più tipiche del dibattito sulla “cultura della cancellazione” e sul “politicamente corretto”: quella di chi critica gli eccessi (moralisti, iconoclasti, privi di consapevolezza storica…) del fenomeno (Lentano); quella di chi, se non propriamente ne nega la stessa esistenza, quanto meno ne relativizza a tal punto le conseguenze da dissolverlo nella sostanza (Borgna). È evidente che qualcosa che può essere alternativamente considerato assurdo e preoccupante, o fantasmatico e poco rilevante, sia un fenomeno alquanto bizzarro.

In verità è possibile circoscrivere un campo d’indagine e indicare un oggetto di studio, se solo si ammette nell’ordine che: 1) spesso le sue manifestazioni ci arrivano deformate ed esagerate, ma il fenomeno (anzi l’insieme di fenomeni) effettivamente esiste, non essendo altro che il sintomo di un mutamento storico più profondo;iii 2) esso non è però scorporabile dalle narrazioni politicamente orientate che lo costruiscono (ma tutti i fatti sociali sono “costruiti” e non per questo falsi). Intendo dire che, negli Stati Uniti, ci sono interpretazioni conservatrici, liberal-illuministe, di sinistra liberal e di sinistra marxista del fenomeno; tale ventaglio di posizioni si ritrova ormai anche in Italia, dove il dibattito sta lentamente maturando. Tuttavia le premesse ideologiche di tali interpretazioni vengono spesso ritenute indegne di analisi (e sarà un portato della depoliticizzazione degli ultimi quarant’anni), preferendo tenersi ad antinomie moralistiche e impedendosi così una comprensione profonda.iv

Vediamo innanzitutto i fatti accertati, relativi al mondo dei Classics statunitensi: la chiusura del dipartimento di Lettere classiche della Howard University (Washington), la cosiddetta “Harvard nera”, per la presenza massiccia di studenti di colore; la decisione di Princeton di avviare corsi di cultura greca e latina che non prevedono il prerequisito della conoscenza della lingua, con l’intenzione di renderli più inclusivi; l’acceso dibattito sul nesso tra studi classici, razzismo e colonialismo, e tra eredità greco-romana ed etnocentrismo (bianco, patriarcale, …) della Western culture.

Nei primi tre capitoli, Borgna ricostruisce il dibattito statunitense, nonché i suoi riflessi in Europa, traducendo ampi stralci di articoli e relazioni a convegni. L’autrice espone quindi la propria tesi: la “cancellazione” della cultura classica non dipenderebbe affatto dall’odio per quei maschi bianchi morti che rispondono al nome di autori greci e latini, ma dall’attacco che «Utilopoli» – così viene chiamato il potere utilitaristico e manageriale che si è impadronito dell’istruzione – ha da tempo mosso a tutte le discipline e ai dipartimenti considerati ‘inutili’. Borgna torna quindi in Italia, abbozzando uno stato dell’arte dello studio del latino nelle scuole superiori e all’università: ore e risorse a disposizione, curricoli scolastici, rapporto tra studio della lingua e studio della letteratura/cultura, formazione dei docenti …

Il libro di Lentano contiene tre capitoli di antropologia del mondo classico, nei quali si interrogano le fonti documentarie e letterarie per rispondere ad alcune domande: il moderno concetto di ‘razzismo’ è applicabile alla cultura latina? Come i Romani percepivano l’altro, in particolare le persone di colore? Come raccontavano la propria stessa identità e le proprie origini? Se il mondo antico ha conosciuto certamente forme di inferiorizzazione dello straniero, il concetto di razzismo moderno non può decisamente essergli applicato; inoltre la civiltà romana si autorappresenta fin dai miti fondativi come «eteroctona» (bel neologismo dell’autore). Solo l’epilogo, in effetti poche pagine in relazione all’estensione complessiva del volume, affronta specificamente il problema della odierna “cancel culture”, e anche qui prevalentemente appoggiandosi al discorso sul passato, ovvero a episodi di cancellazione di età romana (damnatio memoriae, roghi di libri di oppositori politici) appaiati ad alcuni episodi odierni. Nonostante la preoccupazione per il fenomeno, Lentano conclude con una nota ironica, suggerendo che col senno di poi sorrideremo di questa ennesima incarnazione di iconoclastia fondamentalista, dimostrandosi fiducioso nella capacità della storia di attribuire, ex post, torti e ragioni.v

Crisi del monologismo

Iconoclastia o richiesta di riconoscimento da parte delle minoranze? Questione squisitamente culturale o bieco economicismo? Certo una trasformazione profonda è in corso. Volendo tagliare con l’accetta la questione, potremmo limitarci a dire che il caratteristico monologismo della modernizzazione occidentale, che pretendeva di incarnare la razionalità e il fine della storia e di essere il modello politico-culturale per ogni altra civiltà, è in crisi profonda. Sono emerse voci “altre”, nel contesto di una sostanziale pluralizzazione delle narrazioni storiche e di crescenti richieste di riconoscimento di diritti civili (ma anche di visibilità, se si pensa a quanto sia diventato importante, ad esempio, il tema della rappresentazione delle minoranze, o in generale della non conformità alla norma, nei prodotti cinematografici e nella pubblicità). Queste voci chiedono una «presa della parola», per dirla con de Certeau.

Se questo è il quadro, rischia di non coglierlo Lentano, che interpreta gli episodi di abbattimento di statue o di decolonizzazione del canone alla stregua di nuove manifestazioni di fenomeni storici noti, come la censura imperiale o la damnatio memoriae. Infatti il potere che bruciava libri o cancellava dallo spazio pubblico i volti o il ricordo degli avversari era pur sempre il potere ed era esercitato nel contesto di una concorrenza entro il ceto dirigente. Oggi la critica o l’attacco a certe rappresentazioni culturali non viene dall’alto, ma da soggetti sociali molteplici, che confliggono o si alleano, anche inconsapevolmente, secondo logiche non sempre lineari. Prendiamo il caso dell’«appropriazione culturale».

La polemica sui traduttori “bianchi” europei della poetessa nera statunitense Amanda Gorman, rifiutati perché non condividerebbero con un’afroamericana la condizione di oppresso e sarebbero perciò inadatti a tradurla, mostra bene l’intreccio di problemi: è la comunità nera americana che chiede riconoscimento in quel gesto di ‘cancellazione’ dei traduttori bianchi? È l’autrice stessa? È la sua casa editrice? Sono gruppi politici europei che importano nel nostro continente una logica di guerre culturali americani? E che cosa si afferma con quel rifiuto? Una intraducibilità di esperienze di vita tra “bianchi” e “neri”? L’esistenza di una letteratura nera opposta a una bianca? Oppure si vuole portare l’attenzione sul fatto che nel mercato editoriale i traduttori di colore siano sottorappresentati e si chiede una sorta di discriminazione positiva? O, ancora, è l’editoria che semplicemente vuole assecondare un’opinione pubblica sensibile al tema dell’appropriazione culturale per ragioni di interesse commerciale? Quale che sia la risposta, è evidente che qui i soggetti e i “poteri” che, sommandosi, hanno prodotto il vettore “censura” siano molteplici, di diverso peso e non coincidano più con il potere politico tradizionale.

Ma c’è un errore inverso a questo: sovradeterminare ogni episodio di vera o presunta ribellione alla norma (occidentale, patriarcale, eterosessuale, …), interpretandolo come un gesto di presa della parola da parte di un basso per definizione oppresso, e buono, contrapposto a un alto, per definizione oppressore, e cattivo. Di certo l’editore che rescinde il contratto a un traduttore ha più potere di quel traduttore, né è un soggetto dominato: ma la forza della narrazione “emancipativa” è tale da impedire di vedere questo nucleo materiale, in cui l’asimmetria di potere è perfettamente rovesciata rispetto a quanto appare superficialmente. Ed è un errore in cui, stavolta, cade Borgna.

Metonimie e vittime

Le vicende documentate nei primi tre capitoli di Tutti storie di maschi… hanno spesso contorni inquietanti. In esse le ragioni politico-culturali della critica ai classici e dell’esclusione delle minoranze si intrecciano a questioni di tutt’altra natura (a questioni di poteri di tutt’altra natura): all’assai poco nobile competizione per i posti assegnati dalle università più prestigiose, che certo si intreccia, ma non sempre si sovrappone, alla questione della discriminazione positiva; ai problemi posti da un clima intellettuale evidentemente sempre più teso dentro i campus statunitensi (d’altra parte «è inevitabile che una permanente negoziazione sui limiti del dicibile e la correttezza dei comportamenti provochi conflitto»);vi a policy sui comportamenti (e le parole) della comunità accademica, che hanno molto a che fare con la mostruosa crescita di un apparato burocratico-amministrativo di controllo e sanzione, più che con la lotta contro le molestie e il razzismo.

Non si può non sobbalzare sulla sedia, quando si legge, per fare un solo esempio, che a Princeton quasi tutti i dipartimenti hanno firmato senza batter ciglio il documento scritto da un classicista di origine dominicana, Padilla Peralta, nel quale si chiede all’università di istituire una commissione che vada in cerca dei contenuti razzisti nella produzione accademica e nei comportamenti dei docenti (con l’aggravante che la definizione di razzismo sistemico, su cui il dibattito poggia, autorizzerebbe la ricerca non solo di affermazioni razziste nella sostanza e nelle intenzioni, ma di quell’etnocentrismo “strutturale” che si annida anche lì dove l’occhio del privilegiato, cieco di fronte alla propria condizione storica, non è in grado di coglierlo). L’hanno sottoscritto per convinzione? Per superficialità? Per conformismo? Per paura che in un clima avvelenato prendere pubblicamente posizione contro un documento dall’apparenza “antirazzista” identificherebbe l’incauto critico ipso facto come “razzista”?

In una delle poche analisi del «politicamente corretto» che prenda sul serio il fenomeno e sia fondata su un tentativo di sua definizione teorica e politica, l’antropologo Jonathan Friedman lo interpreta come una modalità di comunicazione centrata sulla metonimia, ovvero sullo «spostamento dell’attenzione dal valore semantico degli atti comunicativi al loro valore di segno sociale, ossia alle proprietà meta-semantiche della comunicazione che possono essere usate per categorizzare il sé».vii In altre parole, tale tipo di comunicazione consisterebbe nella necessità di categorizzare gli interlocutori, di ascriverli a posizioni (politiche, morali, …) identificabili, che fungano da inequivocabili marcatori sociali e ideologici, a discapito di un’attenzione per il contenuto delle loro affermazioni. Il fast thinking caratteristico della attuale comunicazione massmediatica – e, aggiungerei io, il «collasso dei contesti» portato dall’avvento dei social media – rafforzano questo tipo di comunicazione, nella quale, più che concentrarci sul senso delle parole altrui e sulle loro intenzioni, li etichettiamo a partire da una serie di indici e segnali contenuti nei loro messaggi («razzista», «femminista», «no vax», «boomer», …). Ho l’impressione che la reticenza a non dissociarsi da un documento chiaramente irricevibile possa essere spiegata assai bene con l’ipotesi di Friedman dello «slittamento metonimico» nella comunicazione (ipotesi che potrebbe tornare utile anche nella lettura dell’«incidente» che dà il titolo al primo capitolo del libro di Borgna).

In un mondo disabituato al confronto dialettico tra argomenti, alla ricerca di una faticosa verità intersoggettiva, alle zone d’ombra, ambiguità e contraddizioni di ogni questione realmente complessa, questo slittamento metonimico rappresenta uno sbrigativo surrogato difensivo, che ci lascia però in mano solo due posizioni: quella del nemico e dell’amico (dell’“alleato”, come si dice nel discorso woke statunitense); oppure, se si preferisce, quella del carnefice e della vittima. Ma nel discorso contemporaneo, come ha mostrato Giglioli, la condizione storica e oggettiva di vittima è ormai confusa, fino all’indistinzione, con la “vittima” come figura del discorso pubblico e metafora generale, tanto che il procedimento di autovittimizzazione e di conseguente esenzione morale è a disposizione di tutti, a volte degli stessi carnefici, come dimostra la retorica della alt-right (anche italiana: Meloni che si proclama «underdog», Sangiuliano che denuncia l’egemonia culturale dello snobismo radical-chic).viii

Il frame è però potente e consente a Borgna di liquidare sbrigativamente la pratica del fact checking che le compete. Sotto lo schermo di un’ironia distanziante, con cui si disimpegna da un vero e proprio avallo di quanto di disturbante il suo stesso racconto contiene, l’autrice dichiara di non voler giudicare e di limitarsi a documentare; finisce però per lasciare indimostrata, ma direi addirittura contraddetta dai fatti, la tesi dell’«inesistenza» della cultura della cancellazione.

Un’occhiata agli Stati Uniti

Le implicazioni sulla trasmissione culturale e sull’insegnamento, portate dalla tempesta che proviene dagli Stati Uniti, sono assai più complesse di una classica forma di censura o della richiesta di maggior giustizia sociale.

Gli studi classici, anche negli Stati Uniti, in virtù della centralità del metodo storico-filologico e, probabilmente, anche per un maggior conservatorismo (quanto meno culturale), sono rimasti più a lungo esenti, rispetto alle letterature moderne, da quello «sconvolgimento dell’intera episteme letteraria dell’università» (Cusset), portato, a partire dagli anni ‘70-’80, dal poststrutturalismo, dai Cultural Studies e dalla French Theory o Theory (di cui François Cusset ha tracciato un approfondito quadro e che possiamo pertanto già storicizzare).ix L’apertura degli studi al più ampio ambito della cultura di massa, della comunicazione, della cultura popolare,x successivamente si perfeziona in studi di genere, postcoloniali, gay, black, chicano, ecc., conoscendo nel frattempo una confluenza con le cosiddette politiche identitarie (identity politics), con il multiculturalismo radicale e con quel decostruzionismo che mescola critica letteraria americana (la scuola di Yale), strutturalismo e filosofia francese (Foucault, Derrida, Baudrillard …). L’effetto complessivo è una profonda trasformazione delle Humanities: nei contenuti, nell’approccio ai testi, nella didattica. Le polemiche statunitensi da cui prendono le mosse i libri di Lentano e Borgna nascono in questo clima.

Si legga, o rilegga, il gustoso battibecco, trascritto da Remo Ceserani quasi 25 anni fa, tra un professore e una professoressa americani intorno a una poesia di Matthew Arnold, Dover Beach – grande capolavoro senza tempo della letteratura occidentale per il primo, esempio di fallocentrismo per la seconda: la posta in gioco nel dibattito americano vi era già adeguatamente esemplificata.xi

Una politicizzazione che è un’eticizzazione

Questa tempesta che proviene dagli Stati Uniti non è necessariamente un male, anzi, a patto però di badare ad alcune derive, già manifestatesi in patria. Il maggior equivoco è il considerare questi approcci come immediatamente politici.

Nel 2020 la Yale University ha deciso di insegnare la storia dell’arte solo a partire da questioni di genere, di classe e di razza, nonché in rapporto critico con il capitalismo occidentale e con il mutamento climatico. La decisione viene motivata dal direttore del dipartimento di storia dell’arte con la constatazione del disagio degli studenti di fronte a un canone «prodotto da artisti bianchi, europei, eterosessuali e di sesso maschile».xii Il rischio di stabilire nessi così automatici tra contenuti curricolari e complesse questioni politiche dovrebbe essere noto a chiunque abbia mai sentito parlare di “Educazione civica”. In questo nuovo super-contesto meta-disciplinare, questioni in sé e per sé concrete prendono, invariabilmente, una tinta pedagogizzante, come se lo scopo dell’istruzione non fosse quello di fornire strumenti di comprensione, ma di educare direttamente al bene.

Ma quella che si è creata da ormai alcuni decenni nelle università statunitensi è qualcosa di ancora diverso e di più: una vera e propria «scolastica», un pastone superficiale di teorie filosofiche mal digerite, di gesticolare pseudocritico e di presunto radicalismo intellettuale,xiii in cui la polemica contro il logocentrismo, la referenzialità, il fonocentrismo (tutti temi tratti dai filosofi francesi e poi sminuzzati, divulgati, reimpiegati in forme spesso superficiali e gergali) si sono uniti, a volte fino alla sovrapposizione, alla polemica contro «l’Oppressore bianco-occidentale».xiv

L’invito a “decostruire” i testi, che nei teorici di punta aveva ben altra complessità, si è ridotto a una banale operazione di demistificazione, alla ricerca di significati invariabilmente cripto-razzisti, cripto-patriarcali, cripto-omofobici. L’attacco teorico è totalizzante: occorre decostruire il soggetto, le identità, il maschile, la whiteness, l’eteronormatività, ecc. Le opere letterarie vengono considerate per principio «flawed», difettose, e il compito dell’interprete è andare alla ricerca di queste magagne, come se lo scopo fosse denunciarle. Scrive Mimmo Cangiano, che negli Usa ha lavorato per anni, che a certi seminari si aveva l’impressione che «noi, docenti e studenti, si fosse fondamentalmente là per rilevare cosa non andasse negli scritti del passato e del presente». Naturalmente si parla soprattutto di una vulgata, si parla delle applicazioni più semplicistiche, ma che sono poi quelle che “fanno massa” nell’università di massa. Proprio il fatto che la “decostruzione” sia diventata didatticamente «maneggevole, utilizzabile» ne ha consentito «il progressivo orientarsi in direzione di discorsi identitari», in applicazioni però spesso «quasi meccaniche […] rasentando talora il controsenso, quando non la caricatura».xv

Insomma, un conto è portare sugli studi letterari lo sguardo straniato, e perciò stesso arricchente, dello straniero e dell’escluso, un altro conto è la caricatura di una letteratura ‘decolonizzata’ in superficie. Borgna propone di rimuovere «dagli esercizi linguistici riferimenti non contestualizzati a schiavitù, genocidi, imperialismo, etnie definite “barbare”, stupri e misoginia». Nei libri di grammatica per gli studenti del biennio andrebbero evitate

frasi come il padrone/la padrona loda la schiava, […] esempio di questa pedagogia pensata dal bianco per il bianco in quanto innanzitutto parte dal presupposto che vocaboli come servus e dominus possano essere usati come gusci vuoti, cosa che può avvenire solo per chi appartiene all’élite dominante bianca, che nel tradurre domina ancillam laudat inconsciamente si identifica in modo automatico con la domina di turno e non si pone tanti problemi, mentre una persona di colore i cui antenati sono stati schiavi può trovare in queste tre parole la normalizzazione di pratiche di oppressione.xvi

Sono molte le cose che non funzionano in questo passo: sovrapporre lo schiavo africano della storia moderna allo schiavo antico, non necessariamente di colore; dare per scontato che un una persona di colore si identifichi necessariamente con un ‘antenato schiavo’ (negli Usa, dove costui o costei è effettivamente discendente degli schiavi? o in Italia, dove gli immigrati provengono solo in parte dall’Africa nera e non si capisce perché dovrebbero ragionare come afroamericani? Questo è, ahimè, un bell’esempio di orientalismo e di essenzializzazione identitaria delle persone di colore); importare, in forme «meccaniche», il discorso statunitense in un paese diverso per storia e sociodemografia (sovrapposizione che emerge anche quando, bizzarramente, Borgna invita gli studi classici italiani a considerare con maggior attenzione il punto di vista fin qui ignorato degli studiosi appartenenti alle minoranze, come se questo problema si ponesse nella nostra università in modo massiccio come negli Stati Uniti).

Ma la cosa che più spiace è l’appiattimento di ogni dimensione di profondità storica (nonostante l’autrice invochi la “contestualizzazione”), per cui «domina ancillam laudat» sarebbe l’equivalente de «la mamma stira e il papà legge il giornale»: cosa che non è, perché quest’ultima frase rischia davvero di normalizzare le differenze di genere oggi, mentre la prima è un esempio perfettamente conforme alla società antica, che meglio sarebbe studiare così com’è, anziché pretendere di edulcorarne quanto risulta inconcepibile ai nostri occhi. L’intenzione vorrebbe essere politica, ma l’effetto è grottescamente eticizzante. Ma si finisce sempre per eticizzare la cultura e l’insegnamento, quando si perde di vista la dimensione complessiva della dialettica politica e culturale, con le loro molteplici mediazioni, per consegnarsi all’immediatezza del buono e del giusto. Ad ogni modo questa confusione non è casuale, perché è un portato di quel capitalismo che Borgna è convinta di combattere nella sua critica a Utilopoli.

Utilopoli o capitalismo?

Jonathan Franzen ha messo in scena un professore universitario di Cultural Studies nelle vicende di uno dei tre protagonisti de Le correzioni, Chip Lambert. Lambert è il prototipo dell’insegnante radicale: è anticapitalista, è femminista, … Ma il corso con cui punta a demistificare la cultura del consumo non produce, per la verità, grandi effetti sugli studenti, dal momento che questi vi sono così immersi da non capire che cosa avrebbero di tanto sbagliato la merce, la pubblicità, l’acquisto…

Il capitalismo non si presenta solo sotto le spoglie di Utilopoli. Certo anche sotto quelle, tanto è vero che potremmo dire che i due corni del dilemma, che per Borgna si escludono – se c’è Utilopoli non può esserci “cancel culture” – al contrario si rafforzano a vicenda. Per tornare al caso del documento di Padilla Peralta: è evidente che la richiesta di controllo sui comportamenti e i linguaggi, demandata all’amministrazione, implica sempre, anche, l’accettazione di un controllo sui lavoratori e una loro divisione.

Il capitalismo, specie la sua estrema incarnazione tardomoderna o postmoderna, è anche una poderosa sovrastruttura fatta di immaginario, prodotti culturali, forme di socializzazione e soggettivazione degli individui. Vive anche nei desideri degli studenti di Chip Lambert, dei nostri studenti e di noi tutti.

Le motivazioni della decisione presa a Yale, a rileggerle, ci dicono qualcosa anche a questo riguardo: il manifestarsi di un’attenzione sempre più esasperata alla cura individuale (safetysm), che non è solo la paternalistica idea della «generazione fiocco di neve», irrisa da Borgna,xvii ma uno spostamento epocale dal pubblico al privato, dal noi all’io, (dal politico all’etico). In quei nuovi programmi accademici la critica al razzismo, al patriarcato, al capitalismo non sembra nascere da un’esigenza politica e collettiva di trasformazione, ma da un disagio personale di fronte alle colpe dell’Occidente: un disagio storico, ma interiorizzato e vissuto come senso di colpa. (Su quanto il senso di colpa sia impolitico e incapace di generare vera liberazione ci ha messo in guardia Elisa Cuter, nel suo Ripartire dal desiderio).

Temo che dietro i nuovi corsi di arte di Yale (e dietro tanti altri casi, naturalmente) si celi, inapparente, la stessa mercificazione e privatizzazione che Borgna, correttamente, indaga nel resto del suo libro, salvo non accorgersi della sua presenza anche lì dove sembra di vedere soltanto l’Altro eternamente buono. In ossequio a un individualismo liberale inscalfibile e a una mercatizzazione integrale dell’istruzione, le università erogano ormai il sapere in forme adattate alle necessità dell’utenza, così come un prodotto viene adeguato alle richieste del cliente: poco importa, a questo punto, che si tratti di un sapere con tutti i crismi dell’etica. Infatti è noto come le battaglie per l’inclusione e il riconoscimento vengano cooptate strategicamente, e sussunte ideologicamente, dalla cultura d’azienda, con i suoi pink, green, rainbow washing: «un corso aziendale sulla diversity non si nega a nessuno, un cartellone pro-BLM è pronto nel cassetto dei dirigenti di Amazon, un sistema di controllo linguistico è sempre supportato da un presidente di un’università» (Cangiano).

L’interpretazione del testo e la conoscenza del passato

Ma, al netto delle questioni politiche, ci sono questioni strettamente legate al campo degli studi letterari che meritano ancora qualche cenno. Di fronte alle novità, che investono ormai anche gli studi classici, non stupisce che un decano di letteratura latina come Gian Biagio Conte abbia sentito l’esigenza di intervenire, con il pamphlet I diritti della filologia (e i doveri dell’interprete), uscito anch’esso l’anno scorso per lo stesso editore di Lentano (Salerno). Conte critica quelle che ritiene essere le conseguenze degli approcci decostruzionisti, a suo avviso nichilistiche e relativistiche, sull’interpretazione dei testi, dei quali diventerebbe impossibile ricostruire un senso storicamente e testualmente oggettivo. Conte torna così al cuore del dibattito teorico della seconda metà del Novecento: quello sulla libertà dell’interpretazione, sul rapporto tra una critica orientata all’autore, al testo, al lettore, sulla relazione tra filologia e critica ermeneutica.

Personalmente sono propenso a concedere qualcosa di più all’ermeneutica e alla decostruzione di quanto non faccia Conte. Tuttavia il suo punto di vista si mantiene all’interno di una problematica disciplinare e metodologica: ed è in questo spazio che andrebbe ricondotta anche la discussione sulla letteratura postcoloniale, femminile, nera, …, perché è al suo interno, in primo luogo, che si potrà misurare il grado di arricchimento prodotto dai nuovi sguardi, trovando nuovi equilibri con le sempre valide esigenze della critica tradizionale. Anche le ricadute didattiche saranno molto stimolanti.

Il rapporto con le opere letterarie è una dialettica tra il nostro presente di lettori, la materialità del testo, i riflessi della storia in esso. La lettura demistificante, che vede l’oppressione (il dominus e il servus) in un testo di migliaia di anni fa o in un esempio didattico in una lingua non più parlata, come se avesse l’oppressione reale davanti agli occhi in quel preciso istante, è una forma di irrigidimento: proprio l’ermeneutica letteraria (e, sì, anche la decostruzione e l’anti-fondazionalismo epistemologico che sono alla base del poststrutturalismo e degli Studies) ci insegnano che il passato e i suoi testi non sono semplicemente presenti lì davanti a noi, perché sono il risultato di una stratificazione storica di significati, letture e riletture.

Conclusione: i due libri, ancora

In conclusione, è necessario tracciare una linea di separazione tra due testi che ho fin qui, ingiustamente, valutato in parallelo, ma solo perché ho inteso sfruttarli per la messa a punto di un discorso più generale.

Il libro di Lentano, pur se insufficiente nell’affrontare il tema della woke, fornisce nei primi capitoli una minuziosa e dotta ricognizione antropologica, interrogando la cultura romana con lo sguardo ‘straniato’ di domande e curiosità tutte nostre, senza però mai sottrarre i testi alla loro legittima alterità storica. In questo senso mi pare che Classici alla gogna sia un ottimo contributo proprio nella direzione di una ‘decolonizzazione’ dello sguardo seriamente intesa: porta alla luce, dalle pieghe dei testi latini, la figura dello straniero, il corpo dell’altro, la condizione dello schiavo.

Al contrario, non posso dare un giudizio positivo del libro di Borgna, pur se benintenzionato – o forse proprio perché troppo benintenzionato: non solo perché fornisce un’idea assai deformata e approssimativa del problema (e in questo senso non fa un buon servizio al fact checking che dà il titolo alla collana che la ospita: forse perché qui non si trattava di rimettere in ordine alcuni fatti andati persi nel marasma della comunicazione, ma di interpretarli adeguatamente), ma anche perché rischia di perpetuare l’equivoco tra chi grida alla censura e chi risponde “ma quale censura?”. Equivoco che sarebbe ora di superare.

i R. A. Ventura, Cancel culture, censura e capitale morale, in «Vita e pensiero», 3, 2022, p. 119.

ii G. Origgi, Genesi, sviluppi e derive di un’ideologia americana, in «Micromega» Contro il politicamente corretto, 6, 2018, p. 84. Si ricordi che liberal (qui impropriamente reso con «liberali») negli Usa indica, grosso modo, quelli che in Europa chiamiamo progressisti.

iii R. A. Ventura, Dieci tesi sul politicamente corretto, in AA. VV., Non si può più dire niente? 14 punti di vista su politicamente corretto e cancel culture, Utet, 2022.

iv In un libro di prossima uscita per Nottetempo (il titolo provvisorio è Woke. Guerre culturali e materialismo) e che l’autore mi ha cortesemente concesso di leggere in anteprima, Mimmo Cangiano dedica diverse pagine a illustrare questo ventaglio di posizioni politiche. Per il momento si può fare riferimento ai suoi numerosi interventi sul blog Le parole e le cose e a questa mia intervista allo studioso. La prospettiva politica di Cangiano è materialista e marxista.
Parziali, perché non sfuggono all’antinomia moralistica di cui dicevo, ma utili a comprendere la pluralità di visioni ideologico-politiche implicate nel dibattito: E. Capozzi, Politicamente corretto. Storia di un’ideologia, Marsilio, 2018 (per un’interpretazione conservatrice); J. Guerra, Inquadrare l’elefante. Il politicamente corretto come frame di destra e F. Faloppa, Breve storia di una strumentalizzazione. Alle origini dell’espressione «politically correct», in AA. VV., Non si può più dire niente?, cit. (per un’interpretazione liberal). Se Guerra e Faloppa sono due esempi di quella posizione progressista che vede nel woke semplicemente una narrazione costruita ad arte dalla destra, esiste anche una posizione progressista di stampo schiettamente illuminista, che in nome dell’universalismo e della difesa di un piano di oggettività scientifica, critica il comunitarismo e il relativismo della woke. In Italia ne è un esempio direi paradigmatico, nel bene e nel male, Paolo Flores d’Arcais, di cui si possono leggere gli interventi nel già citato numero monografico di «Micromega», Contro il politicamente corretto, 6, 2018 e nel numero 4 del 2021 della stessa rivista.

v Per una ricognizione più puntuale dei contenuti del libro di Lentano, ricognizione che esula dagli scopi di questo intervento, si veda questa recensione di Enrico Petrucci su «Storia in rete».

vi R. A. Ventura, Dieci tesi sul politicamente corretto, cit., p. 211.

vii J. Friedman, Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime, Meltemi, 2018, p. 260.

viii D. Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, 2014.

ix F. Cusset, French Theory. Foucault, Derrida, Deleuze & Co. all’assalto dell’America, Il Saggiatore, 2012.

x Apertura non priva di rischi, se c’è da prestar fede al DeLillo di Rumore bianco: al protagonista, Jack Gladney, che ha organizzato il più importante dipartimenti di studi hitleriani del mondo (peraltro non conoscendo il tedesco…), l’amico e collega Murray dice di voler fare altrettanto con Elvis Presley.

xi Ceserani cita da Teaching the Conflict di Gerald Graff: R. Ceserani, Guida allo studio della letteratura, Laterza, 1999, pp. 406-407.

xii Citato in P. Bruckner, Un colpevole quasi perfetto. La costruzione del capro espiatorio bianco, Guanda, 2021, pos. 1138 (ebook).

xiii B. Carnevali, Contro la Theory. Una provocazione, nel blog «Le parole e le cose», 19 settembre 2016.

xiv F. Cusset, cit., pos. 3019 (ebook).

xv F. Cusset, pos. 3202 (ebook). Talvolta questa scolastica viene irrisa in clamorose beffe: presso riviste riconosciute, si riescono a far passare come serie intenzionali caricature dei contenuti e del linguaggio degli articoli accademici. La prima beffa, e madre delle altre, è l’«affare Sokal» (su cui si veda anche Cusset); più recente «l’affare Pluckrose-Lindsay-Boghossian». Boghossian, a qualche anno di distanza dalla beffa ma per gli strascichi di quella, si è dimesso dalla propria cattedra, denunciando il clima pesante che lo circondava.

xvi A. Borgna, pos. 1177 (ebook).

xvii Ivi, pos. 57.

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