Narrazioni belliche e contronarrazioni poetiche
La narrazione intorno alla guerra in Ucraina, che da quasi un anno ci abita, ha un solo centro vuoto, una sola causa assente: la giustificazione dello status quo. Lo status quo oggi prevede l’inevitabilità della morte subita o comminata e a nessun vero progetto di pace o, ancor più, a nessun movimento per la pace è concesso di fare “audience”. Nel mondo vi sono guerre trascurate o minimizzate dalla retorica mediatica (quelle turche contro i curdi, a esempio, o quelle israeliane contro i palestinesi) altre che invece vengono esaltate e giustificate a priori.
Posto che questa guerra è considerata per decreto “giusta” e del tutto inevitabile, pena la gogna riservata a chi manifesta dei dubbi, ridotto a seguace di Putin, e data per scontato il livello per lo più tracotante e volgare delle argomentazioni, la retorica con cui viene rappresentata è solitamente antitragica e “tecnica”: i carri armati tedeschi che s’inceppano; quelli russi che si arrugginiscono, i siluri teleguidati artigianali che colpiscono, i droni sofisticati che volteggiano, le condotte del gas che si bucano, le novità o l’obsolescenza dei missili inviati, i cellulari accesi che rivelano fatalmente gli obiettivi. Tutto questo, oltre che essere tendenzioso e utile ai mercanti di armi, è linguisticamente osceno: ci abitua alla lingua della barbarie e alla passività, trasferendo il conflitto alla sfera artificiale e automatica del quotidiano, dell’ovvio e del banale.
La parte residua, non passivizzata e resistente di noi stessi ci dice, viceversa, che nessuna guerra è integralmente “giusta”: che i movimenti per la pace sono la sola speranza che abbiamo. E che gli obiettori di coscienza, sia russi che ucraini, sono i soli “eroi” in questa carneficina che ha riabilitato sulla scena globale, come soluzione possibile, la bomba nucleare negli stessi mesi in cui in Italia si “sdoganava” il fascismo.
Per depurare l’immaginario dal rumore di fondo della propaganda di guerra di specie cinica o tecnocratica, possiamo in primo luogo tentare di recuperare l’attenzione, la profondità, il dubbio e il silenzio, disconnettendoci dalla lingua dominante, spegnendo i telegiornali e i social, e leggendo le migliori poesie “belliche” di fine secolo: a esempio le Canzonette del Golfo (1994) di Franco Fortini e Notti di pace occidentale (1999) di Antonella Anedda, scritte negli anni in cui, nel vicino Oriente, si stava consumando la prima guerra del Golfo tra l’Iraq e una coalizione di Stati guidati dagli USA. Quella, va ricordato, è stata la prima guerra le cui le immagini furono esibite in tempo reale e fu esattamente allora che ebbe origine l’attuale retorica bellicista di specie “virtuale”, euforica e tecnologica: a esempio, si cominciò a parlare, a proposito dei Cruise americani, di “missili intelligenti” e l’intera operazione Desert storm fu rinominata come “chirurgica”.
Come ha reagito la lingua dei poeti a questa retorica al suo stato nascente? La loro reattività ci può essere di qualche utilità nel presente, quando quel processo linguistico eccezionale iniziato allora è divenuto la forma stessa di vita abituale?
Nelle Sette canzonette del Golfo, che costituiscono la terza parte di Composita solvantur – l’ultima raccolta di Fortini – il riferimento alle atrocità della Prima Guerra del Golfo viene filtrato attraverso un tono leggero e ironico. Il poeta, che pure vorrebbe prestare aiuto alle «genti indifese», è impotente e relegato in una posizione privata e marginale. La constatazione della vanità del proprio impegno letterario è tuttavia espressa dal locutore in doppi senari a rima baciata, creando nel lettore un effetto di dissonanza. Il tono leggiadro delle Canzonette è dunque uno schermo: oltre il quale si avverte lo svelamento di una condizione di generalizzata impotenza, quella di chi oggi è impossibilitato a influire sui «destini generali» – percepiti come del tutto distanti o incontrollabili. Nel 1991 l’“operazione di polizia” tra il Golfo Persico e Bagdad non solo provocò la morte di centinaia di migliaia di persone, aprendo una nuova era nelle relazioni internazionali, ma da noi sancì anche la messa in soffitta dei principi costituzionali, e in primo luogo del ripudio della guerra (l’Italia vi partecipò attivamente, con i propri cacciabombardieri Tornado), e la fine della politica come partecipazione o esercizio della critica e del dissenso.
Anedda nei suoi versi percepisce soprattutto la precarietà della pace, “ciò che chiamiamo pace /ha solo il breve sollievo della tregua”, “un campo di sollievo venato di timore”, inteso – proprio come nella Tregua di Primo Levi, – come un interstizio che divide “il peso del prima e il precipitare del poi” : infatti, nel 2003, con la seconda guerra del Golfo gli Stati Uniti attaccarono una seconda volta l’Iraq. Gli anni in cui furono composti i versi di Notti di pace occidentale sono inoltre anche quelli della Guerra decennale Jugoslava, che ha portato al genocidio di Srebrenica (1995) dei Bosniaci musulmani: “Noi non siamo salvi/ noi non salviamo/se non con un coraggio obliquo/con un gesto/di minima luce”.
I versi di Anedda e quelli di Fortini riletti oggi ci illuminano “di minima luce”, prefigurano l’odierna situazione post-occidentale: il ripristino sfacciato della pratica della guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali – in un occidente marginalizzato e in un pianeta in pericolo – è omologo alle nuove inedite disuguaglianze, al dissolvimento individualistico della società, alla torsione autoritaria delle istituzioni democratiche.
Depurato l’immaginario dalla retorica che ci abita, dopo aver riletto questi versi, possiamo forse intendere di nuovo le parole del socialista francese Jean Jaurès, pronunciate nel luglio del 1914 in un comizio a Lione, nell’imminenza della Prima Guerra Mondiale e prima di essere assassinato da un giovane nazionalista (“Il capitalismo porta la guerra come la nube porta l’uragano”). Jaurès pensava a uno sciopero generale sia in Francia che in Germania contro “le forze terribili” che spingono alla guerra, immanenti a ogni conflitto, generate automaticamente dalla logica economico-militare che finisce per imporre ai fatti e alle parole, la propria retorica.
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