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diretto da Romano Luperini

Conflitto immediatezza e mediazione in Il nodo di Gordio di Bertolt Brecht

1 –  Il testo della poesia e notizie essenziali

La copiosa produzione poetica di Brecht, che accompagna la più nota attività di scrittore per il teatro, è raccolta, in Italia, da ormai antiche edizioni Einaudi, ghiotta preda degli specialisti, ma varie antologie volte ad un pubblico più ampio, anch’esse non recenti e differenti le une dalle altre, ne propongono differenziate serie di testi. Non è facile orientarsi agevolmente in esse, nonostante l’autorevolezza dei vari curatori, perché vi si legge il tentativo, oggi ancor meno apprezzato di ieri, di far conoscere in qualche modo questa faccia dell’attività di Brecht, cogliendo, come si dice, fior da fiore. L’intento è meritorio, ma il risultato è che certe poesie cruciali appaiono da una parte e scompaiono dall’altra. Meglio, ad ogni modo, quest’attenzione dei decenni trascorsi che il silenzio che l’editoria riserva non solo a Brecht ma anche ad un vastissimo elenco di grandi scrittori. Ed è proprio tale situazione che mi stimola a proporre questo testo, Il nodo di Gordio, che trovo nella silloge tradotta e curata da Gabriele Mucchi, per l’edizione Garzanti da lui curata e tuttora, avendo fortuna, reperibile.

La poesia risale al 1926 circa, dunque a una fase ancora “giovanile” di Brecht (1898-1956), autore comunque già affermato, e ancora attivo (fino al volontario esilio dal 1933) in Germania, a Monaco di Baviera. Ecco il testo, nella traduzione, naturalmente, di Gabriele Mucchi, che si legge alle pp. 108-111 della citata edizione Garzanti (il titolo, in tedesco, è Der gordische Knoten):

1

Quando ebbe il Macedemone

con la sua spada il nodo

tagliato, a sera lo chiamarono

in Gordio «Schiavo della sua fama».

.

Poiché quel loro nodo fu una delle

più modeste fra le meraviglie

del mondo, opera d’un tale il cui cervello

(uno dei più involuti) non poté

di sé lasciar null’altro segno

che venti lacci involti al solo scopo

d’essere alfine sciolti dalla più

leggera mano del mondo. Sì la più leggera

salvo quella che li unì. Ah, colui che

legò quei lacci aveva pure un piano,

quello di scioglierli, però

il tempo di sua vita non bastò

pieno purtroppo di una sola cura, dell’unirli.

.

E il discioglierli

fu cosa d’un minuto.

Di quei che tagliò il nodo

si disse che quel colpo

fu il suo colpo più felice

ed il più facile e anche il men dannoso.

Certo, non ebbe l’altro, ignoto, e ciò fu giusto,

bisogno di rispondere della propria

opera, che restò incompiuta

al par di tutto ciò che fan gli dei.

Ma il balordo che la sfece

dovette, quasi ad un supremo ordine obbedendo,

farsi un nome e dichiararsi al mondo.

2

Dissero così quelli di Gordio, e dico anch’io:

non tutto ciò che è complicato è utile, e

non tanto una risposta

serve a togliere dal mondo una domanda

quanto un fatto.

Come si vede la poesia è suddivisa in due parti ben distinte dalla numerazione. La prima è d’impianto, almeno apparentemente, narrativo e descrittivo: vi si riprende il noto episodio, più o meno leggendario, di Alessandro Magno, che a Gordio (in Anatolia), nel corso di una delle sue spedizioni verso Oriente, trova una drastica soluzione allo scioglimento di un nodo straordinariamente complicato e dunque inestricabile: un colpo di spada. Ne narrano gli antichi storici, a cominciare da Arriano (biografo-propagandista di Alessandro) e Curzio Rufo nel mondo romano. Il noto studioso dei miti greci Robert Graves ne dà un’interpretazione che lega Gordio a Mida a Dioniso. Ma non è il caso di divagare o di ampliare la pur utile radice di questo racconto-mito, se non per un accenno che si vedrà più avanti. L’episodio si presta subito a varie interpretazioni e commenti, che nel testo brechtiano appaiono già nelle tre strofe disuguali di questa prima parte; la seconda parte è molto più breve, una strofetta d’impostazione gnomica, con coloriture sardoniche, una “risposta” alla prima, in fondo un po’ enigmatica. Ed è soprattutto su questa enigmaticità che bisognerà soffermarsi, perché viene presentata, ed in effetti è, il nodo del testo: perché altrimenti Brecht riproporrebbe questo antico episodio?

2 – La ricostruzione dell’episodio

Riprendiamo il mito: Gordio era un contadino che di fatto fonda una città che prende il suo nome: egli lega il carro col quale era entrato a un palo, o secondo altre fonti al giogo dei buoi, con un intricato nodo fatto di corteccia di corniolo, a testimonianza della regalità e della trasmissione di essa alla sua progenie. Tagliare il nodo fu infatti, per Alessandro, soprattutto un segno, quello dell’annessione della regione al suo impero in fase di costruzione. Il gesto è dunque, indubbiamente, un segno di potere, potremmo dire di imperialismo e di successione violenta: non un gioco, una scommessa. Tuttavia Brecht segue un’altra strada, forse quella più legata alla ricostruzione “di superficie” della tradizione: il nodo realizzato da Gordio, diventato da contadino Re e Sapiente, è una scommessa intellettuale, giudicata sì una meraviglia, ma una meraviglia molto modesta e soprattutto inutile. Quasi il gesto delirante di uno spirito involuto, che non lascia altro segno di sé alla storia. Il suo obbiettivo era quello di scioglierlo, dice Brecht; ma si sa che la tradizione racconta che su tale scioglimento si gioca la fama, e soprattutto il potere, di chi fosse riuscito in tale impresa: nessuno, in pratica, se non il suo inventore. La mano più leggera del mondo, dopo quella del realizzatore del nodo, trova una soluzione traumatica e terribilmente efficace: non rifare a ritroso il lavoro dell’artefice (fatto giudicato impossibile), ma tagliare il nodo, irridendo all’inutile cura del lento gesto inverso, quello di intricarlo. Da ciò, ci dice la terza strofetta della prima parte, un destino differente, anzi opposto, per i due protagonisti della vicenda: il primo era stato incapace di compiere l’opera, e rimase ignoto al mondo; ma la sua, proprio per questo era stata pari a quella che fanno gli dei. L’opera di Alessandro, «il balordo che la sfece» (der Depp, das es zerstörte) costrinse il giovane condottiero a «farsi un nome e dichiararsi al mondo» (e qui non possiamo non rilevare il parallelo con la rappresentazione di un altro condottiero, Napoleone, da parte di Manzoni, nel Cinque maggio: «Ei si nomò», cioè si autonominò imperatore, diventando «arbitro», cioè figura che decide per arbitrio, di due mondi). Dall’atto violento e semplicistico nasce la fama e il potere. Al tempo stesso l’”eroe” del momento (qui definito «un balordo») sembra tutt’altro che libero, ma, al contrario, obbligato a farsi un nome; insomma, il condizionamento della storia e della società è più forte anche della genialità, o dell’arroganza («quasi ad un supremo ordine obbedendo»).

3 – Un primo livello interpretativo

Come si vede la ricostruzione del fatto è anche nella prima parte, piuttosto ampia e articolata, segnata da un giudizio, da arguzie, da valutazioni etico-politiche spesso implicite. L’esito ne è la seconda parte, interamente gnomica: non tutto ciò che è complicato è utile, a una domanda complicata risponde meglio un fatto che una complicata risposta. Dell’opinione dei gordiani di allora si fa interprete e garante anche il poeta («e dico anch’io»). Egli sembra così collocarsi entro una tradizione pragmatica e se vogliamo razionalista e illuminista, quella che lega insieme, per fare un esempio, il Candide di Voltaire al Candido di Sciascia, il suo moderno rifacimento. E permettetemi una digressione personale, quasi l’ombra di un ricordo della tarda adolescenza: ci fu un tempo, un breve momento, mi pare di ricordare, nel quale questa poesia ebbe una certa diffusione: si era all’indomani del ’68. L’Alessandro di Brecht, in quella temperie culturale, veniva letto come personificazione del rivoluzionario, che, senza porsi tante domande, opera, cioè fa la rivoluzione, senza andar dietro agli arzigogoli teorici, senza cautele, e soprattutto senza mediazione col passato: un incitamento al fare, senza riflettere troppo, a demolire senza troppe esitazioni (abbiamo visto, vediamo oggi com’è andata a finire). Facile dunque attribuire a un poeta comunista come Brecht (forse al momento della composizione non era ancora pienamente tale, ma questo è un dettaglio realmente secondario) un’idea siffatta, allegorizzata in un episodio storico. Sono persuaso che una componente del genere ci sia realmente nel testo, e che comunque esso autorizzi in parte una interpretazione cosiffatta. Ma oggi sono molto più restio a rimanere fermo a questa lettura, e penso, se non altro, che la poesia abbia in sé un alto tasso di ambivalenza: e, per dirla subito, con una quota ben maggiore della componente opposta, che è una critica radicale al gesto di Alessandro, cosa che non esclude riserve serie sulla paziente e inutile fatica di Gordio o di chi per lui.

E qui dobbiamo tornare indietro e chiederci daccapo: ma da dove mai ha tratto quest’idea Bertolt Brecht? Perché andare a rimestare in un vecchio mito (posto che Brecht gesti del genere li fa, eccome: ad esempio nel rifacimento dell’Antigone sofoclea)? La domanda reale è dunque: cosa significa l’intricato nodo, e cosa significa il gesto di Alessandro. Se rimaniamo all’enunciato finale come interpretazione totalizzante della poesia («non tanto una risposta/serve a togliere dal mondo una domanda/quanto un fatto»), essa si risolverebbe tutta nella sentenziosità performativa di esso: agite, non fatevi troppe domande, tanto nella vita sociale quanto in quella individuale. Ma se vogliamo andare più in profondità dobbiamo avvalerci di una lettura del testo che sia allegorica e al contempo ironica; non antifrastica però, e voglio spiegarmi meglio riassumendo brevemente quel che insegna la retorica. Se l’antifrasi è la figura del ribaltamento del senso dell’enunciato, l’ironia mantiene in sé, discorsivamente, parti del contenuto della lettera che pure si contesta e corrode. Poiché ho sostenuto che Brecht scrive mantenendo una forte ambivalenza, ricondurre l’episodio al suo valore antifrastico sarebbe riduttivo.

Procedo ora, assertivamente (ma sappiamo che ogni interpretazione è sempre parziale e provvisoria, e si regge se è autorizzata da testo e contesto), a dare una lettura allegorica del testo, che è sì una narrazione ma anche un apologo, senza fornire tante spiegazioni su quel che intendo per allegoria, se non che, in questo caso, essa poco si distanzia dalla lettera: basta pensare in parallelo i due piani, e ricondurre i piani allegorici a quelli dell’esperienza sensibile.  Pensiamo agli exempla medievali, o alle operazioni mentali che si compiono, ad esempio, quando il viaggio di Dante viene letto abbastanza pianamente come allegoria dell’esperienza di fede e verità, di innalzamento morale, ecc.). Il nodo gordiano, proprio nel gesto dell’annodare, dell’intricare, designa, a mio avviso, il processo di civilizzazione: nel bene e nel male. Nel male, perché esso è effettivamente produzione (e prodotto), di scorie, di depositi inutili e consolidati, ma anche di rapporti e di eredità di potere: le leggi, le usanze, i rapporti sociali, le cerimonialità, i pregiudizi e così via, cos’altro sono se non i relitti di questo aspetto negativo dei rapporti umani, fatto di vincoli e di legami, di obblighi e dipendenze? Essi, col tempo, risultano veri e propri feticci, ed è quasi impossibile districarne la sostanza dall’apparenza. Tagliare il nodo, da questo punto di vista, è un atto di liberatoria dissacrazione e sovversione.

4 – Immediatezza e mediazione: movimenti all’incontrario

E tuttavia è vero anche il contrario: dentro questa scorza del potere e della subalternità introiettata e camuffata da mille arzigogoli, scorre qualcosa che è anche il deposito positivo della cultura e della tradizione, il dato di fatto e il bene dei rapporti umani e sociali, dell’uomo con la natura e con la storia, e così via. Tagliare il nodo, dunque, significa anche distruggere la civiltà, nel suo aspetto positivo. Il taglio brusco è del resto impossibile: il rimosso della storia non può essere eliminato, né nel suo aspetto negativo né in quello positivo, che sono legati, appunto, inestricabilmente, e rappresentano l’uno la faccia inversa dell’altro. Le palingenesi sono a un tempo necessarie e impossibili.

E certo esse, se mai fossero veramente possibili, non possono avvenire d’autorità, per atto impositivo di un despota (e neanche da una congrega di illuminati). C’è qui l’altro aspetto, quello che definirei “nietzschiano”, che nel testo è adombrato e forse addirittura esplicito, reso tale dai commenti non proprio benevoli su Alessandro. Il suo tagliare il nodo è il rifiuto della mediazione, e dunque un atto semplicistico di rimozione della cultura, un vero e proprio salto nel vuoto o un impossibile ritorno a una presunta autenticità originaria. Nietzsche è stato, soprattutto con la seconda delle sue Considerazioni inattuali (nella quale si è visto anche una sorta di avallo anticipato alle culture d’avanguardia e alla modernizzazione), colui che più esplicitamente ha decretato la necessità di cancellare il peso che la storia ha sulla vita. Non so e non credo che Brecht si riferisca a questo testo, ma certo si riferisce a queste culture. Se non bastasse lo spessore di questa poesia, basterebbe scorrere, in lungo e in largo, molti dei suoi testi, celebri e meno celebri (faccio solo due esempi, fra i primi: Il ladro di ciliegie, che allude alla figura fantasmatica dell’erede, della trasmissione culturale; e A coloro che verranno, alla discendenza, insomma, il cui tema, presentato all’inverso, è sostanzialmente lo stesso). In essi, anche in quelli meno intensi e commentati, la tradizione è, innanzi tutto, la concretezza della vita, il corpo, l’erotismo, l’esplorazione e l’esperienza del mondo, la ripetizione e lo stratificarsi della conoscenza, il suo sfaldarsi…

5 – Per un uso nella scuola, con un intento critico e anche polemico

Non intendo certo aver esaurito l’interpretazione della poesia in queste poche note. Ma voglio segnalarne (della poesia, non delle mie note) un possibile e beffardo utilizzo proficuo ai e alle docenti che sono, giustamente, stufi e stufe della diffusione del modello INVALSI in tutti gli aspetti della didattica. Se c’è infatti un INVALSI per i poveri studenti e scolaretti (privo di attenzione, a dirne una, alle differenziazioni sociali, ai percorsi di apprendimento), ce n’è uno anche per i docenti, fatto di procedure e “doveri” para-istituzionali, pensato e imposto per demolire l’atto di insegnare, ogni sistema contraddittorio e complesso, ogni criterio e strumento di riflessione e mediazione (non parlo solo di letteratura o di filosofia: penso anche alle scienze, anche alla matematica). La polisemia della letteratura, la sua interna conflittualità, spesso contorta, è il segno della sua complessità, la ragione per cui va letta, studiata, commentata con lentezza. Essa stimola a leggere nel mondo da una parte il conflitto, dall’altra la mediazione. Si provi a ridurre a domande e a crocette questo testo, a risolverlo in un questionario, per esempio chiedendo: «Brecht dà ragione o torto ad Alessandro»? Il cretinismo elevato a obiettivo culturale passa anche da queste tendenze, meglio dire imposizioni, pseudo-didattiche. Non foss’altro che per questo, il testo va tirato fuori dal cassetto.

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