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diretto da Romano Luperini

Riflettere di “cornici” a scuola

· Daniele Celli · · 2 commenti

«Vedere il bicchiere mezzo pieno» è un’espressione che designa gli ottimisti inguaribili. Tutti abbiamo manipolato bicchieri e spesso li abbiamo riempiti con una certa quantità di sostanze liquide e talvolta li abbiamo riempiti a metà, ma l’espressione di cui sopra non appartiene a questo livello di realtà: è una valutazione, una interpretazione. Contiene, è vero, termini che designano oggetti sensibili ma è indubbiamente una realtà che, seguendo le indicazioni di Paul Watzlawitck, potremmo definire di secondo ordine. Non è il riflesso di verità indipendenti dall’uomo, ma è una costruzione artificiale attraverso l’attribuzione di senso alla realtà di prim’ordine: quella degli oggetti sensibili, delle cose. Tutte le “cornici” con cui interpretiamo e diamo senso al mondo sono realtà di secondo ordine, di alcune di queste siamo consapevoli, di altre assolutamente no: quando andiamo ad assistere ad uno spettacolo teatrale nessuno sale sul palcoscenico per difendere l’attore aggredito, ma se diciamo «quello lì non è normale» possiamo essere convinti di fare un’affermazione relativa al primo livello di realtà. «La mia immagine del mondo» – scrive Wittgenstein nell’opera Della certezza – «non ce l’ho perché ho convinto me stesso della sua correttezza e neanche sono convinto della sua correttezza. È lo sfondo che mi è stato tramandato, sul quale distinguo tra vero e falso». Gli sfondi, le cornici sono dunque le istruzioni con cui si deve vedere il mondo e sono, in genere, il risultato della socializzazione.

Stranezze e consuetudini

Il processo di socializzazione, quindi, ci dota, spesso senza alcuna consapevolezza da parte nostra, di cornici, di ricette, di mappe con cui leggere la realtà che ci circonda. Se tutto procede in modo lineare e la nostra vita non subisce scossoni possiamo mantenere le cornici acquisite per tutta la vita. Schütz non aveva dubbi in proposito: poche categorie di persone – gli stranieri, i reduci – hanno la possibilità di rendersi conto che le routine con cui un gruppo risolve i problemi non sono le uniche possibili. Sono straordinarie le pagine, in parte autobiografiche, in cui descrive la mancanza di entusiasmo con cui lo straniero osserva le ricette usate dal nuovo gruppo per risolvere i problemi. Una mancanza di entusiasmo che nasce dalla consapevolezza che quel modello non è l’unico: lo straniero non riesce a dare per scontati quei comportamenti: egli li legge come problema.

Oggi la complessità delle nostre classi non ci permette di fare scuola senza sollevare i problemi relativi alle cornici percettive e valutative. La conflittualità, presente a tutti i livelli nel mondo scolastico, può essere ridotta, come ha sostenuto Marianella Sclavi, se studenti e docenti acquisiscono consapevolezza sui meccanismi interpretativi ed emozionali che li portano a leggere, interpretare e ad agire nel mondo. 

Fenomenologia e scrittura

Il pensiero del senso comune che domina la vita quotidiana in genere ci esonera dal dubbio, ma noi non viviamo solo all’interno della vita quotidiana. Il gioco, il teatro, le arti, l’umorismo ci dicono che esistono numerosi livelli di realtà (forse infiniti). Un laboratorio di scrittura può diventare uno straordinario sistema per indagare mappe, cornici e i vari livelli di realtà. In questo laboratorio ho privilegiato una prospettiva fenomenologica che ho intesa, semplicemente, come tentativo di scrivere mettendo tra parentesi quanto già sappiamo del mondo. 

La fenomenologia, come sostiene Paolo Jadlowski, è uno stile di pensiero. Il mio tentativo è di promuoverlo attraverso alcune pratiche di scrittura che cercherò di illustrare attraverso alcuni esercizi che ho proposto ai miei studenti.

Esercizio 1 (Il pane)

Esercizio suggerito da Beniamino Sidoti che a sua volta ha preso ispirazione dal libro Il partito preso delle cose di Francis Ponge. Ho portato in classe una pagnotta e ho chiesto agli studenti (terzo economico sociale) di esplorarla attraverso la scrittura.

«All’interno è morbido con vari buchi» – scrive Roberto – «come caverne in montagna. Anche l’esterno non è liscio e tondo, è imperfetto con vari viali, fosse e buche. Ho l’impressione che la pagnotta è una montagna e la farina la neve che lo copre. ll pane unisce i popoli»; «Questo oggetto» – scrive Giorgia – «non ha una perfetta forma geometrica: è ovale ma con qualche imperfezione. È giallo ocra è ricoperto con una polvere bianca».

Nella maggior parte dei testi gli studenti hanno unito all’esplorazione percettiva, quasi sempre visiva e tattile, una dimensione simbolica.

Esercizio 2 (il corpo)

Il corpo è sicuramente uno spazio fertile per un’indagine fenomenologica. Nei seguenti esercizi gli studenti (un terzo economico) hanno lavorato sui paesaggi sonori del corpo prima in situazione di riposo, poi dopo un gioco di movimento. I testi sono stati scritti in modo anonimo.

«Il rumore del mio corpo, il respiro lento e pesante, le dita che scorrono tra i capelli, il sangue che scorre, il cuore che batte»; «il rumore mi dà fastidio, il rumore fa troppo rumore il rumore c’è ed io non lo voglio»; «le scarpe quando cammino, quando mastico la gomma, il naso quando lo soffio, lo starnuto, il cuore»; «fuori c’è silenzio dentro di me c’è un gran chiasso, sento in lontananza il ritornello di una canzone, di cui non ricordo neppure il titolo. Sono stanco: le voci mi dicono di dormire, altre voci mi dicono di restare sveglio». 

Esercizio 3 (spazio/casa/abitare)

Il tema dell’abitare, in particolare quello della “casa”, è molto caro a Schütz. «Il carattere simbolico – scrive – del concetto di casa è emozionalmente evocativo e difficilmente descrivibile». A sostegno di questa tesi Schütz cita una ricerca del Chevron, giornale del Corpo dei Marine: con stupore ciò che manca ai soldati di stanza nel Pacifico (con ovvia esclusione di famiglia e fidanzate) sono cose banali: un bicchiere di latte, il fischio del treno. Cose di cui è possibile non accorgersi e che possono anche non essere apprezzate. «Casa» – conclude Schütz – «significa una cosa per l’uomo che non l’ha mai abbandonata, un’altra per l’uomo che risiede fuori di essa e un’altra per colui che vi fa ritorno».

L’esercizio è stato realizzato chiedendo agli studenti di due classi 4 Scienze Umane di disegnare delle mappe di spazi e abitazioni (reali o immaginarie) e di commentare liberamente.

«Si parla in questo senso di uno spazio intangibile» – scrive Alyssa – «che trascende la fisicità e comprende noi stessi, la nostra psiche, pensieri, emozioni, sentimenti e tutto ciò che noi scegliamo di definire come “il nostro spazio” che solo noi percepiamo e dal quale possiamo scegliere di escludere l’altro. Diviene così un agglomerato di dimensioni diverse tra loro, ma accomunate da un elemento centrale: l’individuo. Non possiamo infatti scindere l’uomo dallo spazio, ed anche volendo sarebbe impossibile. Semplicemente esistendo egli occupa spazio, anche rimanendo inerte in un qualunque punto dell’universo, quel preciso punto verrebbe occupato da un corpo. L’avvento di internet ed in particolar modo dei social media ha come estrema conseguenza la nascita di un ulteriore spazio, quello della piattaforma internet, del network, spesso percepita come una dimensione dissociata dalla realtà».

«Come ben sappiamo» – sostiene Giulia Maria – «la parola “casa” non indica soltanto le quattro mura in cui i nostri genitori ci hanno cresciuti, viene infatti usata spesso l’espressione “sentirsi a casa” che molti pronunciano senza nemmeno riferirsi direttamente alla loro casa natale che magari per loro è stata solamente la culla di dolorosi ricordi. 

Ci insegnano fin da piccoli a rappresentare la casa come un quadrato, un luogo ristretto, bidimensionale che però nella nostra testa diventa subito una delle prime iconografie che impariamo ad associare a quel concetto, eppure man mano che cresciamo ci rendiamo conto di quanto quel disegno sia limitante e riduttivo. Iniziamo così ad esplorare e ci rendiamo conto che ciò che chiamiamo casa non si riduce soltanto ad una singola abitazione, ma ad una molteplicità di luoghi che costituiscono tutti piccoli pezzi di un grande puzzle. 

Il lato positivo e allo stesso tempo destabilizzante di questa prospettiva è proprio che nel corso degli anni il nostro concetto di casa può mutare con il tempo poichè rispecchierà le nostre esigenze, nonostante ciò di certo non potremmo mai dimenticare di quel luogo che per primo ci siamo sentiti di definire “casa».

«Concepisco le porte» – osserva Chiara Maria – «sia come elemento di divisione che di unione per via della loro capacità di unire gli spazi attraverso i muri che isolano le stanze, ma anche di intervenire nei rapporti dell’uomo. Quest’ultimo, appunto, può utilizzarle per comodità, per celare discordie, mantenere segreti o interrompere e ravvivare discussioni, tanto che in ogni litigio si sentono le porte che vengono sbattute dietro i propri passi in modo secco ed inutile, visto che quando vengono chiuse per non sentire l’altro si finisce per origliare e quando lo si fa per interrompere una sgridata e far vedere che si è in grado di andarsene fregandosene della discussione, prontamente si ritorna sui propri passi dopo qualche secondo facendo altrettanto rumore spalancando quel pezzo di legno innocente. In sostanza le porte fanno un po’ da intercalare, da elemento che assume realmente un significato quando sembra perdere la propria funzione principale di estetica e struttura, andando a costituire uno “spazio-non spazio” dal forte valore simbolico, sia come passaggio tra le stanze (e perciò, nel caso del nostro lavoro, di sensazioni ed emozioni) che come mezzo di comunicazione, siano esse a soffietto o tradizionali».

Quasi una verifica

«Mentre pranziamo» – scrive Alessia – «vi racconto cosa abbiamo fatto a scuola con il professore di scienze umane. L’altra mattina si è presentato con una cornice di legno vuota, chiedendoci di scrivere cosa vedevamo in quell’oggetto. Sinceramente quello che vedevo era ben poco, un oggetto di legno che non sta svolgendo la funzione per cui è stato costruito, cioè contenere qualcosa. Quindi io ho scritto cosa avrei voluto fare con la cornice, avrei voluto inserirci un paesaggio per riportare magari alla mente delle cose belle, dei ricordi, per portare un pezzo di mondo dentro la mia stanza. Questa mattina invece il prof. ha appeso quella cornice al muro. Parlando a lungo siamo arrivati a collegare la cornice ad un testo di un sociologo, Schutz. Nel testo “lo straniero” infatti questo sociologo sostiene che ogni persona si trova a vivere dentro una cornice sociale che lo condiziona. Questa cornice è piccola, il mondo che ci creiamo con il nostro gruppo è piccolo ma ci sembra l’unico. Lo straniero che prova ad entrare nel gruppo prova a vivere come noi, scordandosi della sua vecchia cornice, ma spesso non ci riesce».

Esercizi necessari (ma forse poco rassicuranti)

Gli uomini, da sempre, abitano il mondo: lo riempiono di segni e simboli (lo fanno anche con il proprio corpo) segnano confini, delimitano.  Questi segni possono diventare rassicuranti a patto che se ne scelgano alcuni, li si ponga al centro, li si ripeta spesso, li si designi come fondativi e si riducano gli altri all’irrilevanza. A queste condizioni i segni scelti diventano identitari, naturali e capaci di distinguere il “normale” da ciò che non lo è, di ridurre la complessità, di annullare le sfumature. Quando sentiamo un nostro studente sostenere che “tanto conta solo il voto”, un docente che loda la scuola autoritaria del passato o una descrizione della classe in cui si sostiene che solo due o tre valgono e gli altri sarebbero da bocciare, è probabile che ci si trovi di fronte a messaggi che utilizzano cornici che producono una forte semplificazione e un’altrettanto forte rassicurazione. Sono espressioni lineari, semplici e apparentemente prive di contraddizioni interne, definiscono ruoli e compiti. Presentano chiaramente dei vantaggi ma credo che, nella scuola e nella società di oggi, i costi siano superiori ai benefici: un pensiero semplificato alimenta il conflitto, riduce la ricchezza e la complessità delle pratiche comunicative e relazionali, limita il numero e la qualità degli apprendimenti significativi.

La sfida va accettata: dobbiamo cercare di adottare pratiche e percorsi culturali che, attraverso il coinvolgimento di tutto il mondo della scuola e di tutte le discipline, ci spinga all’ascolto, ad attraversare e confrontare cornici, a fare i conti con il senso comune ed i molteplici livelli di realtà. Non possiamo tirarci indietro. Anche a costo di diventare meno rassicuranti.

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Comments (2)

  • Incredibile come nel momento in cui si sta per perdere speranza arrivi da lontano un raggio di luce.
    Il Tuo testo mi ha fatto molto riflettere.

    Da una parte penso alla Satipattana , una pratica di meditazione Buddista che prevede il concentrarsi su un oggetto .
    Dopo aver molto meditato su un singolo oggetto si passa proprio a meditare sul proprio corpo fisico.
    Una delle litanie dice : ” …questo corpo non è mio… non sono io…questa mano non è mia…non sono io….etc etc…”

    Rifletto poi sui commenti dei ragazzi. Immensa profondità, totale padronanza del linguaggio.
    Temo siano rappresentanti di una minoranza fortunata.
    I ragazzi che abbiamo in Comunità sono strappati dalla terra, le radici divelte, nessuna cornice, muri di rabbia cieca.
    Eppure, anche in questa tempesta, tutto il lavoro che facciamo è un lavoro sulla cornice e sulle cornici.
    Poggiamo piccoli segni, delicatamente, debitamente, devotamente.
    E innaffiamo ogni giorno….

  • Ti ringrazio, Ugo, per l’intensa riflessione e il prezioso suggerimento. Non ho avuto occasione di praticare la meditazione ma, se interpreto correttamente le tue parole, mi sembra porti ad una consapevolezza senza valutazioni: esattamente, quindi, nella direzione che ho provato a percorrere insieme ai miei studenti. Forse il prossimo anno si può sperimentare: credo che tutte le strade che evitano il pensiero dicotomico debbano essere imboccate, attraversate, seguite.
    Ho lavorato anche io in comunità e ho vissuto vicino all’abisso di rabbia e al crollo brutale di tutti futuri possibili. E’ difficile. Hai detto bene: è un lavoro devoto.

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