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diretto da Romano Luperini

Su l’ultimo libro di Fernando Aramburu, I rondoni

I rondoni e la libertà

Come ci si può sentire conoscendo con precisione il momento, il giorno, l’ora della propria morte? È questa la domanda che accompagna, pagina dopo pagina, il lettore de I rondoni, ed è la domanda che muove tutta la scrittura di questo nuovo romanzo di Fernando Aramburu uscito per Guanda nel 2021. Quali strategie esistenziali escogita il protagonista del romanzo possedendo queste informazioni? Diventa padrone della propria vita.  

È questo che accade a Toni, professore di filosofia che, giunto a cinquantaquattro anni, matura la decisione di togliersi la vita, dichiarandolo, senza drammi e senza retorica, fin dalle prime pagine del romanzo: «Ho previsto di suicidarmi tra un anno. Ho perfino fissato la data: 31 luglio, mercoledì, di sera. È il periodo che mi concedo per mettere in ordine le mie faccende e per scoprire perché non voglio continuare a vivere».

Il protagonista del nuovo romanzo di Aramburu non conosce la ragione di questa scelta, non ha, infatti, motivazioni o situazioni particolarmente dolorose o laceranti che possano spingerlo a compiere questo gesto. Non ci sono insomma nella sua vita drammi profondi, sa solo che non prova più interesse per la vita:

Non mi piace la vita. La vita sarà pure tanto bella come afferma qualche cantante e poeta, ma a me non piace. Che nessuno mi venga a tessere lodi al cielo del tramonto, alla musica o alle strisce delle tigri. Al diavolo tutti quegli ornamenti. Per me la vita è un’invenzione perversa, mal concepita e peggio realizzata. Mi piacerebbe che Dio esistesse per chiedergliene conto. Per dirgli in faccia quello che è: un pasticcione.

L’anno che separa Toni dalla data del suicidio gli servirà quindi per scoprire perché non vuole continuare a vivere. Perseguirà questo obiettivo affidando la sua vita alle pagine di un diario intimo che scriverà ogni sera. In questo modo, mentre ripercorre la propria esistenza e costruisce un diario della memoria, compie anche un progressivo distacco dagli oggetti e dai ricordi: la scrittura diventa un modo per congedarsi dalla vita.  

Attraverso queste pagine, il protagonista ripercorre un’esistenza mediocre e senza qualità, dove niente sembra essere capace di colmare quel vuoto esistenziale che non gli ha mai permesso di avere delle risposte e di vivere qualcosa di interessante. Toni è infatti un uomo ormai stanco e inasprito dalla vita, che ha deciso di sperimentare qualcosa di grande e di tragico per sfuggire al senso di precarietà e di insensatezza che lo avvolge.

Nato in una famiglia disfunzionale, con un padre frustrato e violento, e una madre che sputa di nascosto nella minestra del marito, ha alle spalle un rapporto di amore-odio con la ex moglie Amalia, e un figlio, Nikita, che si è tatuato la svastica sul corpo e, problematico fin da piccolo, ha disatteso le sue aspettative di genitore. Toni cova inoltre un disprezzo ricambiato verso il fratello Raul e la sua famiglia perfetta, e un sentimento contradditorio e confuso, in cui convivono sentimenti dolci e amari, verso la vecchia amica Agueda, definita «un essere asessuato, non mostruoso, quello no, ma senza mistero, senza incanto». Si trascina tra le aule scolastiche senza trovare più nessuna soddisfazione e ha una vita sessuale squallida: dopo avere scartato anche il rapporto a pagamento con una prostituta perché ritenuto troppo coinvolgente, trova appagamento nell’immutabile disponibilità di Tina, una sexy doll gonfiabile. L’unica consolazione alle sue giornate solitarie e senza senso sono le chiacchierate al bar con Bellagamba, il solo amico che gli è rimasto, anche lui deciso a porre fine alla sua vita, e le passeggiate per Madrid con il cane Pepa, animale capace di dare amore senza pretendere nulla, e verso il quale il protagonista nutre un vero sentimento di affetto, forse l’unico che non rinnega. Pepa era infatti parte della famiglia, di quella famiglia di cui non esiste più nulla e di cui lei è l’unica sopravvissuta, «il membro più affettuoso, anche il più tranquillo e ragionevole, e per ciò stesso quello che amavo di più».

Crisi individuale e Storia contemporanea

La storia familiare di Toni, i suoi dispiaceri, le sue esperienze amorose sono dunque l’argomento del diario dei dodici mesi che lo separano dal meditato suicidio, pagine in cui la narrazione segue l’ordine della memoria del protagonista e lascia che passato e presente si sovrappongono. Ma accanto alla vicenda personale, I rondoni offre anche spunti di riflessione sulla vita contemporanea: perché l’esistenza di ciascun individuo è anche un prodotto del mondo che lo circonda. Ecco allora che accanto alla vita privata del professore cinquantaquattrenne c’è la Spagna contemporanea, e c’è Madrid, la città che pur non essendo mai menzionata apertamente, costituisce lo scenario in cui si svolge tutta la vicenda, la capitale del paese e dunque il luogo politicamente più importante perché immagine del tempo attuale.

Se Patria è la grande opera corale in cui Aramburu si concentra sulle problematiche connesse al terrorismo basco, mostrando una comunità lacerata dall’odio e dal fanatismo, qui siamo di fronte alla crisi individuale di un uomo per cui la vita non è più meritevole di essere vissuta. La Storia resta dunque sullo sfondo, non è protagonista, però diventa funzione del punto di vista del protagonista. Toni è necessariamente il risultato della sua famiglia e delle persone che ha avuto vicino, ma è anche frutto della storia del paese in cui è nato, cresciuto e vissuto: nato alla fine della dittatura franchista, ha visto il paese traghettare verso la democrazia e ora sopravvivere in un presente incerto e immobile, condizione che non può essere ignorata se si vuole comprendere appieno la sua storia. Nonostante sia cresciuto con un padre comunista, tale è il suo disincanto nei confronti della classe politica, che quando va a votare barrerà una casella a caso tra quelle proposte nella scheda elettorale. La Spagna e la storia dei nostri giorni consentono inoltre al protagonista importanti riflessioni sullo stato dell’insegnamento nelle scuole, sul problema dei cambiamenti climatici, sul complesso rapporto tra genitori e figli, e più in generale sulla difficile relazione tra esseri umani. Pur rimanendo in secondo piano questi aspetti costituiscono il substrato culturale di Toni, condizionandone la prospettiva anche quando parla dell’amicizia, del piacere, o della delusione che può scaturire dall’amore e dal sesso. E poi, anche se appena accennato, c’è anche un riferimento al terrorismo, tema caro ad Aramburu: infatti Bellagamba è chiamato così perché ha perso una gamba nell’attentato alla stazione di Atocha del 2004.

Il distacco dalla vita come celebrazione della vita stessa

Sebbene ricordare faccia male, è scavando dentro se stesso, dentro i ricordi più sordidi, che piano piano Toni riesca ad alleggerirsi del peso della vita.: «Se mi fa male rivivere questi ricordi? Cazzo, mi fa malissimo, ma allo stesso tempo ho bisogno di tirare fuori tutta la sporcizia accumulata dentro di me. Non voglio che mi ci seppelliscano, voglio essere in pace con me stesso e sentirmi pulito dentro nei miei ultimi istanti». E come si libera dei ricordi, così tenta di fare con le cose materiali a cui è stato più legato, vuole alleggerirsi del peso di tutto ciò che lo ha portato fin lì, persino dei libri, suoi compagni di vita da sempre, ma che forse non sono stati capaci di salvarlo. E per questo decide di abbandonarli sotto le panchine della sua città, o in qualche altro angolino urbano. La storia raccontata da Toni in questi dodici mesi è insomma un tentativo di prepararsi al distacco con lucidità e consapevolezza, un tentativo di congedarsi dalla vita avendo la vita stessa sotto controllo. E l’espediente del diario diventa un modo per raccontarsi senza ipocrisie e senza filtri, una confessione senza reticenze, ovvero uno spazio di libertà che gli consente di prepararsi a questo distacco. Nel diario,  scrittura intima, può dire ciò che vuole, può sentirsi libero di esprimere i suoi pensieri, senza rischiare di dover fare i conti con il  politicamente corretto che imperversa nella nostra epoca.

Giorno dopo giorno, questo distacco dalla vita, anziché trasformarsi in una celebrazione del nichilismo, diventa un inno alla vita e alla libertà. La libertà espressa dal volo dei rondoni, gli uccelli ai quali Aramburu affida il ruolo simbolico della speranza, perché, dopo la migrazione, ogni primavera tornano a portare la vita che si credeva perduta.

Con la scelta del suicidio Toni mette fine ad ogni costrizione della vita, alla sua drammatica finitudine e al suo non senso. Il suicidio è infatti il gesto di chi non accetta più le regole e la “schiavitù” cui è sottoposto, è il gesto di chi non accetta la finitezza e cerca l’infinito e cerca un senso nel non senso. Toni è l’uomo che di fronte al non-senso della vita si domanda se questa valga davvero la pena di essere vissuta, e così, ricordandoci l’importanza della libertà e delle scelte individuali, sembra ricordarci il pensiero camusiano secondo il quale «c’è soltanto un problema filosofico davvero serio: il suicidio». Attraverso questo gesto l’uomo può infatti tentare di uscire dalle condizioni di assurdità in cui è immerso vivendo. Ma morire significa anche avere in cambio il niente, l’azzeramento di qualsiasi ulteriore possibilità esperienziale. E allora sorge spontanea una domanda: perché Toni, proprio ora che ha assaporato la libertà di chi sa che non ha più nulla da perdere, proprio ora che nelle lezioni ai suoi studenti non ha più l’ansia di dover aderire al programma e alle direttive, ma è animato soltanto dalla curiosità sincera di passare del tempo con loro a discutere, proprio ora che riscopre l’orgoglio di se stesso e sente di avere ancora qualcosa da dire nei dialoghi con l’ex-moglie Amalia e col figlio Nikita, perché proprio ora deve andarsene? Perché proprio ora che sta ritrovando una ragione per restare?

Se Toni non sa dunque perché vuole suicidarsi, sa però che con questo gesto, con questo progetto (che alla fine non ha più importanza se sarà realizzato o meno), potrà recuperare la libertà, e scoprire, e lo ricorda volgendo lo sguardo ai rondoni che si muovono liberi in cielo, di avere ancora qualcosa in cui provare a credere:

Credo in poche cose che mi danno piacere e che sono quotidiane e visibili. Credo in cose come l’acqua e la luce. Credo nell’amicizia del mio unico amico e nei rondoni che, malgrado l’aria inquinata e il rumore, tornano ogni anno in città, anche se ho il sospetto che ce ne siano sempre meno.

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