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Qualche riflessione su Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi

Un libro ibrido

Il libro si colloca al confine tra vari generi: è una marca dell’allegoria moderna. Per molti versi è un libro di memorie, autobiografico, ma per altri è un saggio di antropologia o di sociologia con aspetti nettamente politici, e per altri ancora è una narrazione romanzesca. L’autore, Carlo Levi, è di formazione un medico, che ha esercitato poco la professione. Ha scelto l’arte, la scrittura e la pittura a scuola di Casorati (cui giunge grazie alla frequentazione del circolo liberale di Gobetti), attraverso il quale scopre, nell’esilio parigino, il movimento fauvista e Modigliani. Un’esperienza culturale, avversa a quella fascista allora dominante, che approda politicamente al movimento “Giustizia e libertà”. Il regime fascista lo condanna al confino in Lucania e, dopo avere trascorso nel paesino di Galliano (Aliano nella realtà) un anno tra il 1935 al 1936, viene liberato in anticipo sulla condanna a tre anni per la conquista di Addis Abeba. L’avvenimento conclude il libro, che racconta l’intero anno trascorso appunto in Lucania. Il titolo è spiegato nella prima pagina. Il protagonista incontra «quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà». Dicono i contadini: «Noi non siamo cristiani, … Cristo si è fermato a Eboli. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere … non siamo cristiani, non siamo uomini, ma bestie, bestie da soma». Questo tratto della Lucania, arido e argilloso, infestato dalla malaria all’epoca, assolato e polveroso d’estate, dilavato e franoso d’inverno, è un luogo abbandonato, che sta in “un oltre” fuori della storia. Il tempo dei contadini è un «tempo immobile», non scorre, è la conclusione del libro. Le stagioni si ripetono una uguale all’altra immutabili con riti antichissimi, intrisi di magia, che scandiscono la vita degli uomini in un rapporto con la natura invariato, in cui uomini, donne, animali e spiriti stanno in un unico continuum. Ogni anno è «identico al precedente, e a tutti quelli che sono venuti prima, e che verranno poi, nel loro indifferente corso disumano».  Il domani è un futuro fuori da tempo, un «crai» (dal latino cras-crai), un vocabolo ancora in uso, «quel vago crai contadino, fatto di vuota pazienza, via dalla storia e dal tempo» e «nell’uguaglianza delle ore, non c’è posto né per la memoria né per la speranza: passato e futuro sono come due stagni morti».

«L’inferno di una umanità irredimibile»

Il protagonista, considerato dai contadini «un esiliato» come ai tempi dei Borboni, accompagnato solo da un cane, viene accolto sulla piazza del paese dalla piccola comunità dei «signori», nei confronti dei quali prova ripugnanza per l’arte «piccolo-borghese» di espropriare i contadini, che si spezzano la schiena su una terra arida e per i quali finisce per simpatizzare. Prende una casa in paese, che era stata di un ricco prete, e per il lavoro domestico gli viene consigliata Giulia, «una strega contadina», che lo accudisce e gli insegna le pratiche magiche, una sorta di medicina tradizionale. Possono, infatti, fare i servizi ad un scapolo solo le streghe, «donne che fossero … esentate dal seguire la regola comune; quelle che avessero avuto molti figli di padre incerto, che senza poter essere chiamate prostitute (ché tale mestiere non esiste in paese), facessero mostra di una certa libertà di costumi, e si dedicassero insieme alle cose dell’amore e alle pratiche magiche per procacciarlo». Godono di un certo margine di libertà. Levi descrive Giulia come «una donna alta e formosa, con un vitino sottile come quello di un’anfora, tra il petto e i fianchi robusti», un viso di «un fortissimo carattere arcaico» né greco, né romano, «ma di una antichità più misteriosa e crudele» (“Era una donna antichissima, … la sua sapienza una specie di fredda consapevolezza passiva, dove la vita si specchiava senza pietà e senza giudizio morale … Era come le bestie, uno spirito della terra»).  L’immagine ricorda la natura dell’operetta morale di Leopardi Dialogo della natura e di un islandese (1824) e, più in generale, emerge, quindi, nelle figure femminili, un fondo inconscio primordiale, a volte libidico, a volte ostile. Levi, medico rinnovato, incrocia gli insegnamenti magici con il sapere moderno, acquisendo grande popolarità tra i contadini. Viene indotto a riprendere la pratica medica, perché i medici del luogo, detti «medicaciucci» (cioè medici-asini), non sanno nulla della medicina e sono presi solo dalla concorrenza per estorcere denaro ai contadini. Egli pensa di poter fare qualcosa per estirpare la malaria e presenta un piano articolato, che il podestà fascista finge di sostenere, inviandolo alla prefettura di Matera, cosa che gli vale solo tante belle parole e, alla fine, il divieto di esercitare la professione. I contadini si armano e minacciano di uccidere il podestà e di bruciare il municipio in una delle tante rivolte delle plebi meridionali represse nel sangue. Il protagonista riesce a fermare la rivolta, che diventa l’occasione di una rappresentazione teatrale popolare satirica per mettere alla berlina le autorità. È indotto dai contadini suoi amici ad esercitare di nascosto, tollerato dalle autorità e mal visto dai medici concorrenti, stabilendo con gli abitanti del paese un legame affettivo, che sarà difficile sciogliere al momento della partenza. Alla fine del libro vi sono alcune pagine politiche, un’invettiva contro «la piccola borghesia dei paesi», definita «una classe degenerata, fisicamente e moralmente», che ha contagiato l’intero paese e che è destinata a permanere anche nelle «nuove istituzioni che seguiranno il fascismo». Sembra una visione profetica, anche se Levi spera in «una rivoluzione contadina», che potrà trasformare lo stato centralista e vessatorio attraverso «l’insieme di infinite autonomie, in una organica federazione». Tale rivoluzione si connette per Levi alle «guerre nazionali» dei contadini, da quella contro Enea e la sua «religione dello Stato» fino al brigantaggio. Ad essa affida la soluzione dei tre concetti su cui, per lui, fonda la questione meridionale, ossia: la coesistenza di due diverse civiltà (quella contadina e quella borghese), la liberazione dalla miseria e l’abolizione di ogni potere dei grandi proprietari e della piccola borghesia.

Un’allegoria moderna

Seguace di Gobetti, del suo liberalismo illuministico e democratico, Levi è sempre stato aperto anche alla filosofia irrazionalistica di Bergson, al simbolismo, agli studi di mitologia e di etnologia. Questa doppia prospettiva è evidenziata anche nel breve saggio di Jean-Paul Sarte, posto come introduzione al volume di Einaudi. Levi risente della corrente del neorealismo, negli anni dell’immediato dopoguerra, con il bisogno di tornare a raccontare la realtà dopo la sbornia retorica del fascismo, ma con un «doppio rifiuto»: «egli respinge contemporaneamente l’oggettività di maniera e la pura soggettività». Lo stile nitido della scrittura di Levi si ripete nella struttura dei capitoli non numerati: parte da una descrizione del paesaggio, insieme allo stato d’animo dell’autore, in cui realismo e soggettività sono intimamente connessi, sviluppa un particolare evento narrativo, quelli che Sartre indica come «aneddoti», in cui si manifesta «l’universale singolare», e chiude con alcune riflessioni di ordine generale, antropologico, sociologico o direttamente politico. Ciò che ne esce nel complesso è quello che Calvino definisce «una selva di figure allegoriche». L’allegoria moderna, che permea il libro, fa emergere gli aspetti primitivi della condizione umana, che la modernità mette fuori dalla storia. Per questo Cristo si è fermato ad Eboli: dove si ferma la ferrovia, a Eboli appunto, si ferma anche la storia.

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