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diretto da Romano Luperini

Brancati intellettuale cancellato (Dei manoscritti in bottiglia)

Brancati era molto freddoloso, mi par di vederlo al suo ritorno a Roma da Catania subito dopo la Liberazione, le sere di tramontana di quegli inverni che furono, o ci parvero così gelati e scalcagnati, ma furono anche, o ci parvero, i più allegri e speranzosi della nostra giovinezza che stava passando; mi par di vederlo, sempre il più coperto e imbacuccato di noi,  dentro un cappotto di taglio provinciale che lo gonfiava senza togliergli l’aspetto striminzito di uccelletto con le penne gonfie e arruffate dal freddo. Era freddoloso come un meridionale e un intellettuale o, meglio, come un intellettuale meridionale.

Così il pugliese Sandro De Feo ricorda l’amico scomparso nella prefazione del 1961 al Diario Romano. Ci restituisce un trompe l’oeil che ci trae in inganno con le sue movenze aggraziate. Proprio De Feo che racconta in quelle pagine il modo indiretto e barocco di descrivere e di dire le cose di Brancati, e individua in questo modo la sua originalità e la sua forza, ci costringe a guardare l’illusione delle duplicazioni, delle riprese lessicali e ci costringe a pensare che nelle coppie del significante sta custodito il significato di una amicizia profonda, che lega due persone. È un gioco di specchi in cui Sandro riflette Vitaliano e ce lo fa guardare come lui l’ha visto. Anche a noi, allora, par di vederlo e lo riconosciamo in quel suo cappotto che sa tanto di dopoguerra e di Gogol’. Nel parlare doppio, l’allitterazione della fredda f, della t, che si risolve nel trionfo fonico della rima (aspetto-uccelletto), ci fa battere i denti come se anche noi sentissimo quel gelo romano. E pensiamo al gelo della morte, di cui l’amico non vuole parlare. L’inganno letterario ci ha preso, l’incanto del quadretto offusca la recisa affermazione: in realtà non si tratta di quanto sia freddoloso un meridionale o un intellettuale. Si tratta del riconoscimento, ovvio per De Feo, di Brancati come intellettuale. Ma non è affatto cosa scontata per noi, che facciamo fatica anche solo a ricordarlo tra gli scrittori italiani.

La Sicilia come condanna

Il primo nodo nella fruizione di Brancati consiste nel suo essere meridionale. Il fatto in sé è tanto ovvio e indiscutibile che non varrebbe neanche la pena di parlarne, se non fosse stato assunto a categoria critica. Lo scrittore si definisce in quanto siciliano, in quanto catanese (per quanto nato accidentalmente a Pachino, in provincia di Siracusa), in quanto abitante della zona (oggi smantellata) adiacente via Etnea e con ciò si esaurisce ogni possibile discorso. Ogni riflessione o suggestione si stempera in colore locale e la Sicilia diventa un’esotica isola dispersa nei mari del sud i cui indigeni hanno usi, costumi, lingua e credenze diverse da quelle degli Italiani.  A lungo è stato così. Molto spesso, per abitudine, per pigrizia, si è adottata, nell’esaminare l’opera di Vitaliano Brancati, una sorta di antropologia culturale che si è limitata a ridurre lo scrittore alla sua origine regionale. Ma l’approdo all’isola è cosa naturale, ogni scrittore racconta la propria realtà, quella che conosce meglio, la Sicilia è l’Argomento preferito nel 1941 (e poi assumerà il titolo, nel 1943, di I piaceri della maldicenza):

Se parlo tanto spesso dei Siciliani, vuol dire unicamente che essi sono per me il migliore argomento; e se ne parlo con tono di scherzo, vuol dire che l’affetto che mi lega ad essi, è tale che io devo difendere la mia serietà con lo scherzo.

L’approdo si muta in condanna: se l’isola c’è, allora lo scrittore non c’è. Tutte le qualità della pagina brancatiana vengono miniaturizzate nella realtà geografica e antropologica. I primi a crederci sono stati quelli che hanno temuto di essere fin troppo riconoscibili sotto la maschera della deformazione espressionista. Troppi non hanno voluto tener conto del modernismo, di Thomas Mann, di Proust, di Cechov o Gogol’, della cultura europea tra anni trenta e quaranta del Novecento, della edificazione del romanzo in Italia, o, semplicemente degli aforismi taglienti e surreali di Flaiano, perché si sono, tragicamente, riconosciuti ridicoli. Brancati, il quale non ha mai fatto parte del canone della letteratura italiana e non ha mai goduto di una profonda considerazione, è stato così rinchiuso in una prigione che non ha mai abitato e che pure ha descritto.

In realtà, il mondo provinciale assume connotazioni più ampie di quelle deducibili da un ristretto e determinato luogo geografico e la Sicilia, per dirla con Vittorini di Conversazione in Sicilia, «è solo per avventura Sicilia; solo perché il nome Sicilia mi suona meglio del nome Persia o Venezuela. Del resto – scrive Vittorini – immagino che tutti i manoscritti vengano trovati in una bottiglia.» 

La regione è solo un fondale realistico su cui si dispiega una problematica esistenziale. La Sicilia di Brancati è sempre una regione dell’anima, è una provincia investita di consapevolezze letterarie. Più tecnicamente: la Sicilia è un cronotopo.

Il peccato originale

Se, con significati diversi, chiunque è d’accordo nel definire Brancati meridionale, non tutti (o pochi) sono disponibili ad indicarlo come intellettuale. È questo il secondo nodo che soffoca lo scrittore. Non che gli intellettuali in Italia abbiano mai goduto di grande fortuna. Tutt’altro. Anzi, molto spesso, in vita, sono stati additati come dei saccenti pedanti che si intrigano di faccende che non capiscono e che farebbero meglio a lasciare agli esperti. Solo dopo la morte gli intellettuali sono rimpianti in Italia, sprovvisti di quel caratteraccio che li rendeva scomodi in vita, diventano malleabili e adorabili in morte: gli si fa dire tutto ciò che si vuole, perché ormai non possono più brandire la scure della logica e il fioretto dell’ironia.

E, del resto, perché fidarsi di De Feo? Perché credere a chi ha inventato insieme a Brancati il mito della dolce vita? Perché credere a Moravia, Montale, Salvemini, Croce, Einaudi, Flaiano, Scalfari? Perché riesumare il gruppo del Mondo?Chi sono costoro che la sera si godono il ponentino seduti da Rosati e parlano di libri, di film, di commedie? A che specie appartengono gli intellettuali italiani negli anni ’50? Di che regione sono? E per Brancati che cosa significava essere un intellettuale? Sentiamolo raccontato da lui:

Il vecchio Adamo è un cupidissimo lettore di libri al quale mancano i libri. Il fatto che, pochi minuti dopo la nascita, sbadiglia e si annoia, denuncia in lui un vero intellettuale. Quando, svegliandosi, si trova accanto un essere del tutto simile a lui ma, per alcune piccole misteriose diversità, fortemente desiderabile, la contentezza lo invade. È una contentezza purtroppo che dura pochi minuti: di nuovo la noia prende posto nei suoi occhi, e la donna se ne accorge. Dotata di una fortissima intelligenza femminile, di tutta la possibile intelligenza che può raccogliersi in una fronte di donna, e che consiste nel comprendere il malumore dell’uomo, Eva si allea col serpente.

È molto più probabile che sia andata Eva da lui, piuttosto che il serpente da lei. Eva che si reca da un consigliere così misterioso anticipa tutte le donne che si recano da una fattucchiera per conoscere cosa si annida nel cervello scontento del loro uomo e quali rimedi bisogna usare. Il serpente le dà una chiara risposta: Adamo si annoia: egli è, per suo destino, padre a miliardi di uomini che leggeranno dei libri, e non possiede un solo libro.

Per Brancati «il peccato originale» è il «peccato d’intelligenza», in questo scritto del 1943, La guerra contro la ragione, ed è evidente che l’intellettuale è un uomo comune, il figlio di Adamo, la cui colpa è leggere libri: il frutto della conoscenza del bene e del male è stato morso per tenere a bada il tedium vitae. Ma per Brancati l’intellettuale, innanzitutto, è lo strenuo difensore della libertà, perché contro tutte le tirannidi, da quella fascista a quella dei preti (passando per Stalin), «La cultura è libertà»:

l’intellettuale, nella sua qualità d’intellettuale, non si piega mai. A metà del suo inchino davanti alla Potenza, viene salvato da un incantesimo pari a quelle nuvole con cui gli dei pagani rapivano fuori di una mischia, che stava per risolversi in sconfitta, i loro eroi prediletti: l’intellettuale è scomparso, e al suo posto c’è un uomo comune impaurito. Per bocca di Galilei, che ammette l’immobilità della Terra, non parla più la Scienza.

Il saggio Ritorno alla censura, datato marzo 1952, è un chiaro atto d’accusa delle ipocrisie dell’Italia democristiana. Quel tono che alcuni vogliono neutralizzare parlando di pamphlet nato da un egoistico e privato risentimento personale (suscitato dal divieto alla rappresentazione di La governante), è il tono dell’indignazione che sentiamo riecheggiare, in nome della libertà e della cultura, in Pasolini e in Sciascia, l’ultimo di una specie ormai estinta.

Il tempo della ragione

Ma, infine, che scrittore è Brancati, e perché oggi si dovrebbe leggere? E qui sarebbe molto lungo e complesso il discorso che dovrebbe seguire l’evoluzione dello scrittore dalle prime prove drammatiche all’ultimo romanzo. Ne risulterebbe, evidente, la difficoltà di ridurre uno scrittore ad una formula che ne esaurisca e ne compendi il valore e l’esistenza. Oppure, se ne avrebbe l’effetto ottico distorto di mille personalità frantumate: il fascista, il liberale, il moralista, il comico, l’umorista, il tragico, l’ossessivo, il romanziere, lo sceneggiatore, il novelliere… Certo in Brancati, sin dalle sue prime prove, sembra sottilmente presente una vena che mescola erotico e metafisico, aspetti che, insieme ad altri temi, troveranno la loro manifestazione più completa in Paolo il caldo e daranno vita alla singolare avventura di uno scrittore che mescola realismo a surrealismo, comico e pirandelliano umorismo. Sono i piccoli equivoci senza importanza, dal momento in cui si libererà della soffocante coltre fascista, ad intrigare lo scrittore, che svilupperà un acutissimo senso del comico, che i ridicolizzati catanesi non gli perdoneranno mai. E per farlo e nel farlo il motivo conduttore della sua narrativa diviene il tempo, che dalla pagina interna del romanzo o del racconto balza in copertina per la prima volta negli Anni perduti.

L’intera meditazione artistica di Brancati ruota intorno a questo tema, e la sua pagina, sempre sostenuta da una misura armonicamente classica, formula in termini di estrema semplicità e chiarezza una coazione ossessiva. I personaggi brancatiani, in preda a strane fissazioni, tipi strambi, lunatici e geniali, non appartengono alla schiera dei pupi siciliani, ma sono fatti della pasta degli inetti, degli anti eroi che intendono ammazzare il tempo per guadagnare la felicità dell’eterno. L’immobilità atemporale, metafisica, perfetta, senza desideri e angosce, senza apprensione e lussuria in termini brancatiani.

Da una notazione del Diario Romano: «Napoli. Il tempo è talmente soave che si prova sempre il rimorso di non averlo perduto abbastanza. Per quanto io stia seduto in Galleria a non far nulla, ho il sospetto che avrei potuto fare ancora di meno.»

Brancati sorride di sé, intellettuale e meridionale, ma non sta esaltando soltanto l’inerzia, il suo non è soltanto il compiaciuto e ironico elogio del non far nulla: è soprattutto l’aspirazione ad una serenità senza tempo, alla soavità non interrotta dallo scorrere che è movimento, distruzione, dissipazione di quell’attimo che perfino Faust voleva fermare nella sua bellezza. Brancati non è, però, disponibile ad alcun contratto mefistofelico, e non è disposto a perdere la sua Margherita. Il divino, per Brancati, è assolutamente percepibile e riconoscibile.

«Divina» è la «ragione», e «divina» è anche la «sensualità», purché non diventi «lussuria». In Paolo il caldo l’affermazione è recisa: «non credo nel peccato della carne», l’«oscenità» è nel «moralista» voyeur, il quale commette il «peccato sconcio» dell’«invidia» che si vuole spacciare per «collera sacra» e dà soltanto «una sensazione disgustosa del male.»

Rispetto alla «semplice, gaia e raggiante sensualità», che appare come elemento luminoso e numinoso, «il peccato» di lussuria assume i caratteri tetri della maligna oscurità. «Questo non è peccato della carne, ma contro la carne, che perde piano piano la sua lievità e trasparenza, e si riempie di oscuri fermenti, di opacità e ispessimenti di ogni genere fino nella sua parte più delicata e alta, fin nello strumento dell’intelligenza e della felicità, il cervello.»

Delitto contro natura la lussuria perché irragionevole, perché fa perdere all’uomo, materia pensante, le sue alte facoltà e lo imbestia. La «luce del sud» con i suoi lampi di tenebra, con quella angosciante parte luttuosa di «buio» da cui «derivano l’apprensione e la lussuria» siamo ancora certi che sia soltanto la luce del sud?

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