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diretto da Romano Luperini

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Leggere per capire e stare nel mondo. Il mio migliore amico è un fascista di Takoua Ben Mohamed

La scuola è un luogo di possibilità in cui si incontrano storie ed esperienze diverse, in cui chi insegna può imparare e chi impara può, talvolta, diventare docente, in cui dialogano insieme la tradizione e la modernità, il canone e ciò che sta fuori dal canone, in cui capita di parlare di quello che è successo il giorno prima insieme a eventi vecchi di secoli. La scuola è un organismo complesso, estremamente composito e fluido, in cui si gioca la relazione tra docenti e studenti all’interno del sapere, uno scambio a due direzioni, però, non unilaterale. Provo a spiegarmi con un esempio: durante le ore di lettura libera si è formato spontaneamente un gruppo di lettori del manga “L’attacco dei giganti”, a fronte delle mie domande curiose sono stati i ragazzi a spiegarmi il testo (e anche a prestarmelo), a mostrarmi le caratteristiche, i temi, la caratterizzazione dei personaggi e dell’ambiente. Io mi sono accorta che nello spiegarmi stavano applicando le strategie e le routine di lettura su cui lavoriamo da due anni, grazie alle quali, ad esempio, hanno trovato connessioni tra il Manga e il romanzo “La collina dei conigli” di Adams che avevamo appena finito di leggere ad alta voce. Abbiamo imparato insieme e io ho scoperto un’opera, uno stile, una cultura che sto cercando di studiare e approfondire, partendo dalle domande: perché i ragazzi sono così interessati ai manga? Cosa trovano in queste opere? Quali sono le caratteristiche di questa tipologia di fumetti? Come immagine e testo dialogano insieme? Quali temi vengono sviluppati? Insomma, alcune delle domande chiave del docente di lettere.

Lettura a scuola (con i preadolescenti)

Ho una biblioteca di classe a disposizione degli studenti: ci sono romanzi classici per ragazzi, nuove uscite, riviste, albi illustrati e graphic novel. Ciascuno sceglie liberamente, a volte seguendo i consigli o le presentazioni dei compagni, altre i miei suggerimenti, altre ancora i propri desideri. C’è un solo “obbligo”: una volta terminato, raccontare agli altri, discutere e, perché no, stroncare quanto letto purché si motivi e argomenti. È importante che un docente abbia chiaro cosa leggano i ragazzi oggi, in quale direzione stia andando la letteratura per ragazzi, quali siano i libri più validi, quali forme narrative si stiano sviluppando e affermando: dalle discussioni sui libri contemporanei e sulle forme narrative diverse dal romanzo, avremo un osservatorio privilegiato sulla classe, sull’editoria per ragazzi e su cosa questi ultimi si aspettino da un libro. E dalla lettura di testi scritti con lo sguardo strabico degli scrittori per ragazzi (che provano a scrivere adottando il punto di vista del loro sé ragazzo, ma non dimenticando di essere adulti che hanno superato e rielaborato quel periodo) risulterà qualche tassello in più per conoscerli e capirli.

Oltre alla lettura autonoma però è importante che a scuola si leggano testi complessi e apparentemente lontani, che mai gli studenti affronterebbero da soli: lì la funzione del docente è quella di esperto, di traduttore, di memoria. Il docente sa selezionare cosa è opportuno affrontare in classe, sa ricostruire il contesto e decodificare il testo, suggerisce ai ragazzi piste di analisi, prova ad aiutarli a mettere in relazione un testo complesso e polisemico, come sono i classici, con la loro vita. Insegnare significa, ovviamente, continuare a studiare la propria disciplina, domandandosi come la lettura di un’opera si modifichi nel tempo, sia perché cambiamo noi che la leggiamo, sia perché muta di anno in anno il contesto in cui andremo a leggerla. Studiare la propria disciplina, però, si deve accompagnare a“studiare i ragazzi, la scuola e la società”: saper osservare gli studenti e il contesto in cui si trovano, conoscere come oggi apprendono, studiare i cambiamenti sociali e il mondo digitale non sono, se mai lo sono stati, un surplus, ma un preciso compito del docente. Solo unendo questi due ambiti, conoscenza disciplinare e conoscenza dei ragazzi, è possibile scegliere cosa spiegare, come e con quali tecniche e per quali fini. Troppo spesso invece il percorso pare inverso.

Una scuola che ha coraggio, quindi, non teme di affrontare opere classiche legate al canone, ma trova lo spazio, per ascoltare i ragazzi su testi contemporanei, sui nuovi linguaggi, sulle forme ibride, imparando da loro e fornendo loro, al contempo, le strategie più adatte alla comprensione profonda.

Preadolescenti e graphic novel: Takoua Ben Mohamed Il mio migliore amico è un fascista, Rizzoli

Non mi arrischio nella definizione di graphic novel, mi limiterò a dire che si tratta di una forma narrativa che riscuote molto successo anche con i preadolescenti, penso alle opere di Silvia Vecchini e Sualzo, a quelle di Raina Tegelmeier, Vera Brosgol, Jennipher L. Holm. Credo che il motivo di tale fortuna sia legato al dialogo tra parole e immagini, alla velocità della narrazione, al linguaggio mai banale ma semplice, sintetico e icastico, allo stile ironico e apparentemente leggero, ai temi biografici in cui facilmente i ragazzi e le ragazze possono riconoscersi.

Il libro Il mio migliore amico è un fascista di Takoua Ben Mohamed, Rizzoli edizioni, è un’opera che si rivolge agli adolescenti ma che molto ha da dire a noi adulti, già a partire dalla struttura scelta: le pagine alternano testi scritti senza immagini (sono di solito le sequenze riflessive, i commenti della protagonista), a fumetti veri e propri (corrispondono alle parti mimetiche), a singole tavole illustrate (le descrizioni dei luoghi e gli ambienti).

Come avviene spesso nelle graphic novel il racconto è autobiografico, Takoua Ben Mohamed, racconta la sua storia di quattordicenne, giunta in Italia per ricongiungimento familiare a otto anni, che il primo giorno della scuola superiore si trova come compagno di banco Marco, dichiaratamente fascista: iniziano insulti e incomprensioni (talebana e terrorista le accuse di lui, fascista e nazisenzacervello quelle di lei).

Il tema vero, però, è un altro. Io stessa, fuorviata dal titolo, mi aspettavo una storia di amicizia, di politica, di conflitti; in realtà lo scontro c’è ed è con il mondo degli adulti, che discrimina, classifica e giudica, anche quando pensa di accogliere: le maestre della scuola primaria che scelgono sempre Takoua quando c’è da parlare di pace e lotta al terrorismo nelle recite scolastiche, oppure la docente di matematica che antepone l’ideologia a tutto. Per lei il velo è “uno straccio imposto dalla cultura patriarcale”, poco importa se Takoua rivendica sua libera scelta, la docente la incalza: “Tu pensi di aver avuto libera scelta, ma sei stata influenzata dalla società.”

La risposta della ragazza è una bomba sganciata da uno sguardo svogliato e rassegnato (con il palmo appoggiato sulla guancia): “Io abito nella sua stessa società professoressa”.

Takoua vive in Italia da anni, ma scrive, dando spazio al flusso del suo pensiero, caratteri in stampato maiuscolo compresi:

“Mi sento in balia di quello che la gente pensa di me. Terrorista, beduina, immigrata. DIVERSA. Da tutto e da tutti. Per i bianchi sono nera e per i neri sono bianca. Sono tunisina e sono italiana. Sono TUTTO e sono NIENTE. Mi sento così, mi fanno sentire così. Non sono parte del Paese che sento mio, dell’identità che sento mia, ma non conosco nemmeno quella che gli altri hanno deciso per me. Cosa sono io?”

Alcuni mesi dopo Takoua ha un colloquio con l’insegnante che più le sta vicina, quella che vuole aiutarla e la sprona a studiare: l’intento della docente è nobile, vuole farle capire che ce la può fare. Ma entriamo nel testo, che stringe e allarga continuamente il campo:

Osserviamo la tavola a p.162: il volto della docente occupa tutta la pagina, la sua bocca è grande e rettangolare, emerge il suo disappunto.

Alla pagina successiva risponde Takoua: il campo si allarga, la figura è a mezzo busto, la bocca appena socchiusa, gli occhi fissi, come se parlasse a denti stretti e dice:

“Persino lei, che si preoccupa per me, ha dei pregiudizi nei miei confronti, lei e gli altri prof. avete deciso chi sono, e mi dite come devo essere e cosa devo fare della mia vita, senza nemmeno conoscermi.”

Il dialogo prosegue in quattro riquadri, docente-Takoua-Takoua-docente: un botta e risposta nel quale la ragazza esclama “sono stufa di voi e di questa scuola”; la docente, in evidente imbarazzo, segnalato dalla mano sopra la testa e dagli occhi allarmati, risponde “Ben, non dire così”.

Torna ora il disegno a tutta pagina e a mezzo busto, l’immagine è la stessa della pagina precedente, solo gli occhi sono diversi, ora quasi timidi e rassegnati: “Ma è vero. Pensate tutti che non sono brava a fare niente e che la mia famiglia mi ha obbligato a portare il velo. Per voi sono sempre quella straniera, quella che viene da lontano. Non sapete nulla di me”

Iniziano a questo punto le pagine di riflessione dell’autrice che ci narra delle sue passioni, della sua attività di volontariato, dell’amore per i libri trasmesso dai genitori attivisti tunisini, ma poi, di colpo, si ritorna al dialogo. L’impressione per il lettore è di passare rapidamente da dentro alla testa di Takoua a fuori, come un osservatore alla finestra.

Siamo alla serrata finale: il volto della professoressa occupa una pagina la sua bocca è aperta in una “o”, quella della grande comprensione, di noi adulti che sappiamo fare e dire tutto: “Ben mi dispiace! Hai ragione, ma con me puoi parlare di quello che vuoi. Cosa posso fare per aiutarti?”

Takoua in questa tavola ha gli occhi chiusi e piange, come in un manga giapponese: “Per il momento basterebbe che non mi chiamaste più BEN [ben corrisponde all’italiano “di”, sarebbe come chiamare Marco di Maria solo di]. Usate il mio nome, o almeno il mio cognome per intero. Sarebbe già qualcosa”

Non vediamo la risposta della docente, io ho sentito un pugno nello stomaco e ho pensato a tutte le volte che non sono riuscita a pronunciare correttamente il nome dei miei alunni cinesi: nell’ultima tavola l’inquadratura cambia, appare solo metà del volto di Takoua, sembra se ne stia andando e non c’è un balloon, ma un riquadro. Il rettangolo riproduce una sua profonda convinzione:

“Non sono nata per fare la vita che gli altri hanno deciso per me. Voglio essere me stessa. Ed essere se stessi significa essere più veri e sinceri che mai.” La frase chiave per comprendere l’intera storia.

Questo è un libro sulla scoperta di sé, delle proprie radici e sulla solitudine e la paura, rappresentata dalle tavole nere da cui la nostra protagonista prova ad uscire, ma è anche un libro sui ragazzi, sull’amicizia che nasce proprio quando pare impossibile, sulla loro capacità di riscrivere il mondo intorno. Marco e Takoua si incontrano grazie ad un gesto, i nostri ragazzi sono fatti di gesti e di azione, le parole vengono dopo: da lì iniziano a parlarsi, a conoscersi, a scoprirsi. E a rendere le loro vite migliori, l’uno per l’altra.

Gli adulti? In questo caso non pervenuti, anche se sono onnipresenti nel cercare di insegnare a Takoua come dovrebbe essere, come dovrebbe comportarsi, “per il suo bene”.

Takoua Ben Mohamed è una fumettista, illustratrice, produttrice cinematografica e graphic journalist. Ha pubblicato altre tre graphic novel Sotto il velo (2016), La rivoluzione dei gelsomini (2028) Un’altra via per la Cambogia (2020).

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