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Il tempo di vivere con te: una questione privata raccontata da Giuseppe Culicchia

 Che anno è.

Che giorno è.

È, questo, il tempo di vivere con te.

L’altra notte ti ho sognato. Sono passati più di quarant’anni eppure tu ne avevi sempre venti. Ed eri bello come un giglio tra i rovi e ridevi e io bambino tornavo a ridere con te. Eravamo nella vecchia casa di Grosso Canavese. Io mi arrampicavo sulla scala a chiocciola, tu mi facevi il solletico. E sapevo di potermi staccare e cadere perché c’eri tu, pronto a prendermi tra le tue braccia.

(…)

Ora invece tu Walter sei morto.

Tu Walter sei morto all’alba di quel 15 dicembre 1976.

Tu Walter sei morto e io cerco di farti rivivere almeno un po’.

Tu Walter sei morto all’alba di quel 15 dicembre 1976 perché ti hanno ammazzato.

Tu Walter prima di morire hai ucciso a tua volta senza che nessuno di noi sapesse che eri entrato nelle Brigate rosse. Nessuno tranne tua madre Ada. Che era per me una seconda madre. Ed era la madre di Walter Alasia.

(Giuseppe Culicchia, Il tempo di vivere con te, Mondadori, 2021, pp.9-11)

Tempo della Storia e tempo del racconto

Giuseppe Culicchia ha dovuto aspettare più di quarant’anni per scrivere questa storia. Eppure – scrive adesso – «È per raccontare la tua storia che ho cominciato a scrivere, il giorno dopo la tua morte. È per questo che ho continuato a farlo in tutto questo tempo» (p.30).

In realtà su Walter Alasia è stato scritto di tutto già a partire da quel 15 dicembre 1976 in cui i poliziotti della squadra antiterrorismo e gli uomini della Digos, che ne seguivano da tempo i movimenti e ne avevano accertato l’appartenenza alle Brigate rosse, si recarono a prelevarlo presso l’abitazione dove viveva con i suoi, a Sesto San Giovanni. Il maresciallo Bazzega e il vicequestore Padovani vennero uccisi da Walter sulla soglia della camera da letto dove dormiva con il fratello Oscar. Walter saltò giù dalla finestra in cortile e fu prima gambizzato, poi freddato con un colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata. I genitori assistettero all’uccisione dei due uomini della polizia e, trattenuti in soggiorno, udirono soltanto gli spari in cortile destinati al figlio. Questi momenti sono ricostruiti da Culicchia insieme a tanti altri eventi che segnarono pesantemente le cronache italiane (e non solo) a partire dalla data-simbolo del 1968 e nel corso dei cosiddetti Anni di piombo, con l’ausilio di giornali e documenti dell’epoca e di alcuni testi: in particolare, Indagine su un brigatista rosso di Giorgio Manzini e i libri-culto di Walter, fra cui Il sovversivo di Corrado Stajano e Col sangue agli occhi di George L. Jackson. I fatti vengono attraversati in una rassegna per nulla asettica, anzi, dolorosa, che nella sofferenza di quegli anni drammatici trova la forza e il pudore per scongiurare letture faziose. Questo è il tributo che esige il tempo della Storia, quel tempo che, se aspira ad essere misura attendibile, non può  prescindere dalle date e dai dati, dalle cause, dagli effetti, dai luoghi, dai ruoli. Ma c’è poi un altro tempo che reclama il racconto, che reclama la sua porzione di attendibilità: un tempo intimo, privato, segreto, eppure non meno vero, non meno determinato e determinante, non meno folto di nomi e relazioni. Ed è questo tempo che Culicchia prova a recuperare, innestando l’immagine di Walter Alasia consegnata alla Storia («l’assassino», p.127) su quella consegnata ai ricordi di un ragazzino di undici anni, agli occhi del quale il cugino, maggiore di nove, biondo era e bello e di gentile aspetto: scanzonato, allegro, vitale, generoso; appassionato lettore, abile cestista, pazientissimo compagno di giochi – che però esige di fare Nuvola Rossa se Giuseppe s’impunta a fare il Generale Custer (pp.31-32). Innesto terribile, straziante: la memoria vorrebbe rigettarlo, come Jeckyll rifiuta Hyde. Invece  comprende la necessità di quell’operazione lancinante, che non contrappone ma ricompone quelle due immagini e le loro ragioni. Il libro è il racconto di questo innesto coraggioso.

È così che a undici anni capisco per la prima volta il vero significato di parole come dolore e disperazione. Un dolore e una disperazione che accomunano in quelle ore la mia famiglia, la tua, quella di Vittorio Padovani, quella di Sergio Bazzega. A me sembra di vivere un incubo. Non può essere vero. Non puoi essere tu. Non deve essere vero. Non devi essere tu. E invece è tutto vero. E sei tu. (p.127)

Nomi cose e città

L’esito più interessante e struggente di questo innesto è nell’intreccio di nomi, cose e città che, come sui fogli del gioco dei bambini, avvicina il grande e il piccolo, la Storia e la storia, Mauthausen a Grosso Canavese, Pasolini a Zorro, Il settimo sigillo al Sandokan televisivo, la pistola del tiro a segno alla rivoltella assassina.

La casa piemontese del nonno materno («figlio di un artigiano (…), ex squadrista che in camicia nera aveva partecipato appena diciottenne alla Marcia su Roma, (…) operaio tessile», p.35) è il luogo privilegiato di incontro fra i due cugini e le loro famiglie, un cronotopo capace di rilanciare le dinamiche relazionali tra i nuclei familiari e i loro componenti entro una vicenda più ampia, storicamente connotata e mai rintuzzata nei confini della cronaca. La Storia non si legge in filigrana: è corpo, anima, viscere, entra negli accadimenti, entra nelle scelte, entra perfino nei pensieri di tutti i personaggi, dei protagonisti come dei protagonisti involontari. Si mostra nei racconti di chi Giuseppe ha vicino, per esempio suo padre che, nella casa-cronotopo,

parla di Marsala, della Sicilia, della sua esperienza di ventenne che lasciata la terra dov’era nato si è ritrovato a Torino nel 1946, quando a un meridionale nessuno dava un lavoro se non aveva la residenza, e nessuno dava la residenza se non aveva un lavoro. (p.14)

E parla di quando «a Grosso era l’unico siciliano, e non l’hanno aiutato», di quando «i ragazzi del posto» deridevano «il barbiere siciliano», di come sia riuscito a farsi degli amici, a guadagnarsi il rispetto (p.67); e, nella sua narrazione, c’è quella di una vicenda più grande di emigrazione, emarginazione, integrazione – una ferita, in Italia, non ancora sanata. Ma la Storia si mostra anche, semplice e difficile, nei pensieri dei poliziotti sconosciuti coinvolti nell’operazione di cattura di Walter:

A che cosa pensa il vicequestore Vittorio Padovani mentre guida quegli uomini verso di te? A che cosa pensa il maresciallo Sergio Bazzega? A che cosa pensano i loro sottoposti? (…) In tutto sono una quarantina. Pensano al collega ucciso a Roma la mattina del giorno prima. Pensano alle loro mogli. Pensano ai loro figli. Pensano alla sfortuna che li ha voluti di turno per quell’operazione proprio quel giorno. Pensano che vorrebbero essere a casa, nel caldo dei loro letti. Pensano all’ultima volta che sono stati in ferie. Pensano al fatto che tra dieci giorni è Natale e devono ancora comprare i regali ai figli. Pensano che rischiare la vita in quel modo per quei quattro soldi a fine mese non è giusto. Pensano che per loro non è mai Natale. Pensano che comunque vogliono arrivare vivi al giorno di Natale. Pensano che vorrebbero già avere finito l’operazione, blindato il brigatista, riposto le armi in caserma. (…) Pensano che l’inverno che sta per iniziare sarà ancora lungo, a Milano fa un freddo cane d’inverno, beati i parenti della maggior parte di loro, che stanno ancora in Meridione. (pp.103-104)

La Storia può assumere infine le fattezze di personaggi di cui, nel bene o nel male, tramanda il nome (Pasolini, Moro, Sossi, Valpreda, Pinelli, Cagol…), per mostrare in loro, tramite loro, come possa ugualmente segnare l’esistenza dei molti e dei pochi. È il caso di Renato Curcio, «il convitato di pietra» (p.139), di cui, dopo aver riportato la testimonianza rilasciata in carcere al Progetto Memoria (Roma, 1995), Culicchia dice:

Da parte mia, non ho mai voluto incontrare Renato Curcio. Ne avrei avuto la possibilità, bastava che lo avvicinassi al Salone del Libro di Torino. A volte penso che se tu non lo avessi incontrato quel giorno in Ticinese saresti ancora vivo. I tuoi figli giocherebbero coi miei. Quelli di Padovani e Bazzega non sarebbero cresciuti orfani. Le loro mogli non sarebbero state vedove. Tua madre non sarebbe morta di crepacuore. Aveva appena cinquantadue anni. Lo so, sono pensieri inutili. (p.141)

Un racconto difficile, dunque, non solo perché doloroso, ma perché giocato sull’intreccio (mai sovrapposizione) non solo della macrostoria con la microstoria, ma anche dei molti modi in cui l’una e l’altra possono essere raccontate.

Laio e Giocasta

Compiuta nel e col racconto la ricomposizione difficile tra il tempo intimo dei ricordi e il tempo documentato della Storia, il narratore guarda in avanti, verso coloro a cui passerà il testimone, e indietro, verso coloro da cui l’ha ricevuto. Per andare avanti è ancora troppo presto:

E quante volte sono passato davanti al portone della casa dei nonni a Nole, sai Walter? Lo faccio sempre, quando torno a trovare mia madre. Anche se non dovrei passare da lì faccio una deviazione ed eccomi dove bambino sono stato felice. (…) Solo una mattina, passando davanti a quel portone sempre chiuso, l’ho trovato aperto. Ero coi miei figli. Ho detto loro: «Venite, vi mostro la casa dei vostri bisnonni, di vostra nonna e della zia Ada, e di vostro cugino Walter». E siamo entrati. (…) Gli occhi mi si sono annebbiati. I miei bambini se ne sono accorti e mi hanno chiesto (…). «E’ una storia lunga e difficile da raccontare. Siete ancora piccoli perché possa farlo. Ma arriverà il momento». (pp.138-139)

Ma guardando indietro giunge a sfiorare la dimensione senza tempo dei legami ancestrali con il padre e con la madre e tratteggia con delicatezza e con forza il profilo di una questione privata dietro la scelta ideologica, dietro la irreversibilità dell’accaduto. «Di sicuro c’entra Edipo, come sempre in questi casi. Ma è questione innanzitutto di carattere». (p.37)

Entrambi operai e iscritti al PCI, Guido e Ada, i genitori di Walter, sono due persone profondamente diverse tra loro. Guido «durante la guerra era stato prigioniero a Mauthausen, deportato proprio in quanto operaio per lavorare nell’industria bellica del Reich» (p.13); di questa esperienza non riesce a parlare, preferisce, «con quel suo vocione da baritono», riempirsi la bocca «di quanto è grande e moderna Milano, di come sia diverso vivere in una metropoli industriale come Milano rispetto alla provincia, alla campagna, che si tratti di Grosso oppure di Nole» (p.14). Ma Guido «è fondamentalmente un egoista», mentre Walter, al contrario, «l’egoismo non sa cosa sia» (p.37). Giuseppe lo dice schiettamente al cugino, come fosse sulla tomba del fratello Giovanni:

Tu e lui non avete mai legato. Tu gli hai sempre rimproverato il rapporto che aveva instaurato con tua madre. Gli facevi notare che si definiva comunista ma si comportava da maschilista, e che le due cose erano incompatibili. (…) Sta di fatto che era diverso da te e da Ada. Mi dispiace scriverlo, ma non era una persona di cuore. Non sapeva essere generoso. (p.121)

Ada no. Lei «parla della fabbrica, della sua condizione di operaia a Sesto e dello sfruttamento padronale» (p.14) e si batte per sé e per le sue compagne, costrette a lavorare alla Pirelli «in una nebbia grigia che prendeva agli occhi e alla gola», nebbia di poliuretano espanso (pp.47-51), ed è Walter a sostenerla, a starle vicino; a farla ridere, perfino, ironico e allegro come lei, perché loro due sono «entrambi belli da impazzire coi loro sorrisi, le loro voci, i loro occhi blu» (p.142). A questa madre, al suo legame col figlio, fatto di viscere e sostanza, è dedicata la pagina forse più intensa del libro, dove il racconto si fa cauto, non per viltà, ma per rispetto, e ogni «spiegazione plausibile», ogni «motivazione razionale» si dissolve come risposta «da mass media e da sociologia da strapazzo» (p.136) e lascia il posto al dolore tragico e antico di questa moderna Giocasta che, sposando le scelte del figlio, lo condanna; o – forse – lo salva da ciò che il figlio temeva di più:

Nessuno di noi sa che peso doveva portarsi tua madre in quel suo cuore spezzato. (…) Quante volte deve essersi chiesta se le cose dovevano andare proprio così oppure no. Che cosa avrebbe dovuto fare, nel momento in cui le confidasti di avere conosciuto Curcio e di essere entrato nella Brigate rosse? Aveva tentato di dissuaderti? Se chiudo gli occhi, mi sembra di sentire la sua voce. Ma sei sicuro, Walter? Ti rendi conto dei rischi che corri? Eppure poi lei una volta si era unita a te. Si era messa un cappotto fucsia e una parrucca. Quel cappotto lo aveva chiesto in prestito a mia madre, senza dirle a che cosa sarebbe servito. Era un cappotto molto bello, di gran marca: mia madre lo aveva ricevuto da una loro cugina ricca, la stessa che le passava i vestiti smessi quando era ragazza. Quando poi tua madre aveva rivisto sua sorella, le aveva confessato: «Sai il cappotto fucsia di nostra cugina? L’ho poi fatto tutto a pezzettini con le forbici e l’ho buttato nel water». No, tua madre non avrebbe mai potuto denunciarti. Se lo avesse fatto, forse ti avrebbe salvato la vita. E assieme alla tua, quella di quei due poliziotti. Ma doveva sapere che tu non intendevi farti prendere vivo. Avevi fatto la tua scelta. Una madre sta sempre dalla parte di suo figlio, diceva lei. (p.134)

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