L’incontro e il caso ai tempi dell’ipermodernità: recensione a Trascurate Milano di Luca Ricci
Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.
Dopo il romanzo Gli autunnali (La Nave di Teseo) ambientato in una Roma estenuata dal trapasso all’autunno, Luca Ricci torna al racconto – da sempre il suo genere elettivo – e lo ambienta a Milano, nelle settimane immediatamente precedenti il Natale. La luce dorata, soffusa e avvolgente dell’autunno della capitale diviene qui il grigiore metallico di una metropoli dove si trasforma presto in buio:
Cammino nel buio prematura di Milano.
A dicembre qui la luce va via sempre troppo presto. La luce di dicembre a Milano è come l’acqua quando viene risucchiata dal lavandino, a un certo punto del pomeriggio puoi sentirla gorgogliare, sparire d’improvviso tutta insieme, eppure mancano ancora diverse ore prima della sera. A dicembre, il buio è la chiave della città. […] Buio per buio, tanto vale andarsene in metropolitana. (L. Ricci, Trascurate Milano, La Nave di Teseo, 2018, pp. 9-10)
In effetti il racconto, narrato in prima persona dal protagonista, si disloca tra due poli spaziali: l’alto della città – rappresentata nella «fregola» che stipa la Galleria fin dal disegno di Saul Steinberg in copertina – e il basso della metropolitana, l’uno e l’altro non-luoghi spersonalizzati e diversamente reificanti.
La vicenda si svolge per buona parte lungo le linee della metro, affollata dalla fretta e dall’indifferenza. Del resto è proprio su questo che conta il narratore della storia e chi, come lui, desidera molestare le donne: la calca, la premura, la noncuranza reciproca, l’inevitabile vicinanza dei corpi creano l’habitat ideale per sfiorare e palpare corpi il cui volto ha poca o nessuna importanza. Sono presenze corporee ed eteree al tempo stesso: il molestatore sembra avere bisogno di un contatto solo estemporaneo e anonimo. È singolare che nel racconto di Ricci (come accade in versi nelle poesiadi Umberto Fiori) riemerga in piena ipermodernità, la traccia dell’esperienza baudelairiana della metropoli, esplicitamente ricordata dal protagonista – «Baudelaire: l’unico poeta che abbia apprezzato in vita mia» (Ivi, p.27) – a dimostrazione di come il sonetto A una passante sia anche per la narrativa il modello di lunga durata «di una sessualità legata al movimento dei corpi nel tutto-pieno cittadino, al loro contatto obbligato in una società di massa […]» (R. Luperini, L’incontro e il caso, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 25-26).
Ricci fa davvero poco per far scattare la simpatia nei confronti del protagonista: disincantato, tediato, conduce una doppia vita tra moglie-figlia-amante. Eppure, molto di noi e del quotidiano “disagio della civiltà” è possibile condividere con questo anti-eroe: con la moglie trasferisce l’aggressività che la convivenza suscita nella competizione per le piante più rigogliose del terrazzo; per l’amante ruba qualche ora alla routine aggiungendo noia a noia, con il suo copione ormai scontato. La figlia – con i snervanti doveri quotidiani come ripetere insieme la tabellina del nove (tra le pagine più riuscite del racconto) incarna la stanchezza e l’insensatezza della quotidianità, dei «giorni in superficie» (p.22).
Da questa consunzione giornaliera l’unica via d’uscita sembra essere la vita ctonia in metropolitana, dentro i vagoni superaffollati:
Nei convogli non c’è neanche un posto a sedere e quasi non si respira. Mi piace. Forse non è una sensazione troppo diversa dall’indossare quelle maschere di lattice usate nel bondage. Sono ovattato, costretto. Lo siamo tutti. Subiamo un’imposizione a cui è impossibile ribellarci, un po’ come di sopra subiamo il Natale (qua sotto però la nostra schiavitù è chiara) (Ivi, p. 20)
È in quei convogli che l’io narrante di Trascurate Milano sviluppa un’ossessione amorosa che, mutatis mutandis, ricorda quella di Antonio Dorigo, protagonista di Un amore di Dino Buzzati, autore carissimo a Ricci. Come Antonio, il protagonista – intuiamo che si tratta di un impiegato o di un dirigente – appunta il suo sguardo su Martina, una giovane che diviene meta, chiodo fisso, catalizzatore di tutte le pulsioni profonde dell’uomo. Ma che di quelle pulsioni è anche specchio:
Adesso sono sicuro che lei sappia. La tocco quasi spudoratamente, lascio la mia impronta su di lei, mi avvento sul suo corpo per diversi secondi, le premo le dita sulle natiche, in mezzo alle gambe. […] La ragazzina si lascia rubare qualcosa di più profondo della sua dignità di giovane donna, permette che io veda il suo male di vivere. […] I suoi occhi non sono troppo diversi dai miei, abituati alla preoccupazione, avvezzi al tormento (Ivi, p. 39)
Con questo «racconto di cattivi sentimenti», come l’autore stesso lo definisce, il narratore smaschera la frenesia di una città simbolo dei consumi – Milano – ritratta nell’efficientismo lavorativo e nel perbenismo prenatalizio; mette a nudo l’oliata ipocrisia di cui sono ammantati i legami umani “sulla terra” per contrapporre loro l’istintiva vitalità di quelli sotterranei: «[…] in questo atto – io di toccare, lei di essere toccata – ci scopriamo non solo vivi, ma ancora umani» (Ivi, p. 86).
Ricci, scrittore anticonformista, in Trascurate Milano rinnova la «connotazione persecutoria» (A. Cortellessa) della sua narrativa: perfettamente incline nel delineare atmosfere-limite («Chi non mi spinge fin sul bordo dell’abisso non m’interessa» p.20), ostinatamente concentrata sulle manie, virtuosisticamente minuziosa nelle scelte stilistiche suggerisce al lettore di guardare “Oltre” le apparenze e gli stereotipi. Fin dalla citazione in esergo («Onestamente: trascurate Milano / evitatela nei viaggi d’istruzione), tratta da una poesia di Buzzati, è il caso di abbandonare l’idea di una Milano oleografica e scontata: non è una città da cartolina, quella di Ricci, ma una città ctonia, pulsionale e per questo più vera.
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