Cos’è la letteratura per ragazzi?
Prende avvio oggi un ciclo di interventi con cui apriamo una finestra sulla narrativa per ragazzi. Gli appuntamenti – per lo più interviste ad autori italiani e stranieri del settore – avranno cadenza quindicinale. Inaugura il ciclo Daniela Palumbo, autrice di numerosi romanzi tra cui Sotto il cielo di Buenos Aires e Il cuore coraggioso di Irena. Ha vinto il Premio Battello a Vapore Piemme 2010, con il libro Le valigie di Auschwitz.
Il suo pezzo “Che cos’è la letteratura per ragazzi” è comparso lo scorso 18 luglio sul sito https://www.ibbyitalia.it/ che ringraziamo per la concessione.
La letteratura per ragazzi è…letteratura. Ed è così.
Esistono, però, delle differenze fra la scrittura per adulti e quella per l’infanzia/ragazzi. Provo a tracciare alcuni elementi, nei quali intravedo confini e incontri. In comune hanno le eterne, grandi questioni della vita, che percorrono tutte le storie scritte: l’amore, la guerra, la morte, l’amicizia.
A cambiare è lo sguardo, che noi autori per l’infanzia posiamo sull’amore, sulla morte, sulla guerra, sull’amicizia. Perché è lo sguardo che contiene il punto di vista del bambino. Uno sguardo che abbiamo il privilegio di conservare, ma che ci interroga, anche come adulti. La narrazione del mondo dal punto di vista del bambino non confeziona risposte, ma può moltiplicare dubbie e attese. Una delle differenze che intravedo è nel linguaggio. La letteratura per ragazzi ha un linguaggio universale, perché sa parlare ad adulti e bambini, a qualunque latitudine. Il viceversa è più difficile.
Anche l’età del destinatario ha delle conseguenze interessanti nell’ottica delle differenze. Il lettore bambino è un essere umano in divenire. Sì, d’accordo, siamo tutti in divenire, anche noi adulti, ma per un ragazzo è diverso. Si tratta di dare radici alla propria identità, che rischia di frantumarsi nella difficoltà di vivere la complessità della realtà. La posta in gioco è, dunque, capire qual è il proprio posto nel mondo. Che non è banalmente capire il proprio, utile, posizionamento dentro l’esistenza umana. Ma in gioco ci sono le tracce che decideremo di lasciare lungo quel passaggio. D’altronde, è sempre il viaggio che conta, non la meta.
L’incontro con un libro può essere determinante? Certo che sì. Una storia è determinante per illuminare zone d’ombra a cui non avevamo dato significato, per cercare dentro di sé parole nuove: e sono le parole che costruiscono il pensiero, ogni parola nuova che nominiamo è un pezzo di realtà che scopriamo, inventiamo, liberiamo. È capitato a molti di noi, nell’adolescenza (o giù di lì), che la lettura di un romanzo ci sembrasse un viatico importante per il nostro futuro. E non è un caso. A quell’età un libro arriva a toccare i fili che portano la corrente dentro un universo emotivo e cognitivo che si sta lentamente formando. Sono le parole nuove che aspettavi, sono i punti di vista diversi che nessuno aveva mai illuminato.
Per uno scrittore è una responsabilità importante, bella, da tenere presente, sempre. In effetti, la parola chiave della letteratura per ragazzi è: formazione. Sono convinta che tutti i romanzi per ragazzi (buoni e cattivi, ahimè) siano romanzi di formazione. Un libro per ragazzi mette in atto un processo di narrazione del
mondo che diventa un vero e proprio percorso di educazione sentimentale, oltre che di lettura critica del reale. Non intendo dire, però, che si debbano leggere libri dove assimilare un modello edificante e monocorde. E nemmeno che solo i libri con argomenti complessi, difficili, siano ascrivibili alla formazione. Anche l’ironia, la leggerezza, la letteratura distopica e quella fantasy, quella d’amore, quando è intelligente, trovo che possano avere un valore formativo in chiave positiva. L’importante è che siano libri capaci di parole che restano, che meravigliano, che sappiano precipitare dentro il cuore e in fondo all’animo, facendo intuire mondi inesplorati dentro di sé. Un’altra differenza sono i finali. Fino a pochi anni fa, nei libri per ragazzi c’era prevalentemente il lieto fine. Da qualche anno emergono finali negativi. Anzi, siamo all’esposizione a mo’ di catalogo del male e della potenza di quest’ultimo. La mia impressione, poco condivisa da alcuni esperti in realtà, è che ultimamente si faccia a gara, nei romanzi per adolescenti, a superare i confini emotivi, nel bene e nel male, in quest’ultimo soprattutto. Il finale dove il male sovrasta ogni umana capacità di riscatto e di ribellione, è dietro l’angolo. Tutto è ineluttabile, dunque nessuna reazione umana che sovverta la realtà appare sensata. Accade spesso che questi libri arrivino dal mondo anglosassone. E, naturalmente, hanno grande fascino per un adolescente. Il male ineluttabile ha grande ascendente su un universo in formazione, con mille paure a cui fare fronte: è rassicurante pensare di non poter essere io, proprio IO, agente di cambiamento nel mondo. Ma questo è un discorso che meriterebbe un capitolo a parte.
Infine, mi chiedo: ma è davvero così importante il finale di una storia, per decretare se un romanzo è bello, oppure no? Tutto sommato, credo di no. La bellezza di certi libri non ha niente a che vedere con il finale, ma è data dalla potenza dei sentimenti che ha generato durante tutto lo svolgersi della storia. Nel libro di John Green, per restare nel mondo anglosassone, “Colpa delle stelle” il protagonista muore, ma questo avvenimento doloroso non cambia il fatto che resta un buon romanzo di formazione, compiuto e complesso, perché è tutta la storia che ti consegna la speranza, l’utopia e la bellezza. Il finale è semplicemente coerente. E certamente non è poca cosa! Quello che fa la differenza, non è tanto il finale, insomma, quanto la visione generatrice dello stesso, che si manifesta nel punto di vista dei protagonisti, lungo tutto il libro. A mio avviso, l’elemento che non dovrebbe mancare dentro un libro per ragazzi è la speranza. Intendiamoci: non il vagheggiamento di un lieto fine a tutti costi, ma una visione del mondo, in cui le persone visionarie e fragili possano avere voce, abbiano la forza necessaria per tentare di cambiare il mondo. La speranza è una rivolta, è un rischio, è rivoluzione, non è un regalo. Accade che raccontando la contemporaneità a un bambino o a un adolescente, gli si mostri anche l’orrore. Lo si fa sempre più spesso. Ma bisogna fare attenzione. A non indugiare, a non mostrare la cronaca. Raccontare l’orrore è facile. Difficile è fargli intravedere in quell’orrore una via d’uscita, un riscatto, un’utopia: la speranza appunto. È la parte più complicata per uno scrittore perché deve essere credibile. Non c’è niente di più brutto di
un libro edificante. Allora smette di essere formazione, smette di essere letteratura. Mi sono definitivamente convinta che, la narrazione della contemporaneità si configuri anche come educazione sentimentale, quando ho letto poche righe di Erri De Luca. Le sue parole, a mio avviso, segnano un viatico per la letteratura e in particolare, per noi, che scriviamo letteratura per l’infanzia. Per me è diventato un divieto, severissimo, a evitare di indugiare nell’emotività e nel didascalico:
Fai come il lanciatore di coltelli che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare. Distraiti dal
vocabolo solenne, già abbuffato, punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano
l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo.
(da Erri De Luca, “L’ospite incallito”)
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