
Quattro poesie da L’altro limite di Maria Borio
Cari lettori e lettrici, la redazione di LN si prende una pausa estiva per tutto il mese di agosto. Durante questo mese, ripubblicheremo alcuni articoli già usciti nel corso dell’anno. Ci rivediamo a settembre.
Pubblichiamo quattro testi dalla plaquette di Maria Borio L’altro limite, pubblicata da Lieto Colle, Collana Pordenonelegge. Le prime due poesie provengono, rispettivamente, dalla seconda e dalla terza sezione del libro; la terza fa parte della serie Eredità e, con la quarta, proviene dalla quarta sezione. Ringraziamo l’autrice e l’editore per averci concesso la pubblicazione.
E’ quasi pronto, sta per passare
la vita nell’aumento
della proprietà con un distacco, una ricompensa
fedele a sé, solo il giglio viola dal prato
non vale perché dura un giorno.
Potrebbero vederlo dalle finestre di notte,
se volesse potrebbe
consumarlo, riaffilarlo la gente
come la punta di una matita.
Questo essere soli è essere di tutti,
il corpo ha odore, la proprietà ha odore,
l’affezione per una donna
che non ha odore, non ha proprietà
rientra nel cliché.
Lo descrivono come si racconta
la vita degli altri o si immagina
inesistente.
La storia dei prodotti
così viva nel minuto
che milioni cercano
la stessa parola, non lo sanno, lo fanno,
lui è il blog, il vlog, il tube
della proprietà isolata di sesso
maschile su cui appoggerebbe la testa
una donna di sesso femminile.
La casa senza io gli altri l’accumulo
degli anni e solo
la felicità del processo, non del fine.
Potrebbe vederlo la gente
nella stanza a volte con il suo odore
e anche lei
che gli è madre vicino
abitualmente avendo speso insieme
una vita.
Si dorme in due.
Si stava immaginando nelle case
degli altri.
Del male
incagliato e invisibile:
l’ombra, la macchia vicino al polso, la macchia nell’odore, il vestito come il corpo, lo spettro che sale sulla chiazza di benzina, sulla calce, sull’erba, sugli escrementi degli uccelli e nei voli la migrazione che dispone schieramenti e collidono come asteroidi.
Del male che invece
brucia per cecità:
l’uomo diviso per se stesso, come capire che qualsiasi numero diviso per zero dà zero, e zero diviso per zero: zero. Ma questo non è la fine del mondo, perché la vita è propria di divisioni infinite. Ma l’uomo ha iniziato a pensarsi eterno dividendo: ogni uomo come un centimetro di spazio. Lo spazio si satura a mosaico, verità individuali spingono le une contro le altre, asteroidi dentro ogni cellula.
Del male che guardandoci
facciamo bruciando:
l’incandescenza fonde i ricordi, fondono la vita avanti un passo.
Del male che la polvere
secca può coprire:
il cimitero con il nido delle rondini sopra la trave e il libro dei nomi, le date di nascita, le date di morte, l’ostinazione a dividere lo spazio in quadrati di nomi, ogni centimetro un centimetro, una voce probabilmente eterna vicino al mare che arriva di notte e divide tutto per zero, morti di guerra e vivi.
Del male che la rondine del nord
non riconosce:
il suo petto bianco brucia nell’angolo d’ombra, nel verso che assottiglia lo spazio dei nomi trasformandoli in sassi e pagliuzze, cose di materia dura, prove, nell’inerzia e nella lotta, prove nel becco vive.
Del male che dividi per zero
e mai zero diventa:
la volontà si prolunga – sul libro dei nomi in un cimitero di guerra; del male che raccontano e del male che esiste, del male che non si fa invisibile – in zero.
Piantato nel midollo di una donna che vuole essere uomo, di un uomo che vuole essere donna, di identità che sarà quando potremo dividere tutto per zero, zero per zero, le rondini nello zero quando dalla costa migrano
all’altro zero incorruttibile.
II
Del nostro bene avrai un’eredità
come raccogliere la filigrana dei cristalli di neve
e aspettare che si sciolgano sopra un’immagine.
C’è una precisione fra le molecole, non si può dire:
intricate e salde quando iniziavamo a capirci,
poi aperte, parlanti, inesistenti.
Allora incido l’eredità della tua voce
attraverso i microfoni, la lascio sedimentare.
Con distanza l’immagine dei nostri piedi si sforma,
è polvere, tutte le cose intorno diventano opache.
La zip che unisce la giacca al petto sembra
la strada di una città con molte archeologie,
la polvere ci copre come la voce:
nevica su tetti di paglia, su teste di paglia,
i cristalli sono ognuno diverso e inumano.
Consapevoli fingiamo che il bene costruito
possa sciogliersi definitivo
insieme a tutto leggero tutto è
definitivo.
Le forme che si allontanano nella memoria
erano forti da una pietra.
Le forme, i patti, unioni di natura –
è il fiume, il giudice.
Ti sei tirata i capelli
dietro le orecchie,
mia sposa, nel silenzio contemporaneo.
Molto dopo, l’occhio di lui
che può essere lei
scambia uomini e sessi,
il tutto amare liquido.
Mio nonno si sposa, mia nonna
indietro per generare,
mio nonno mia nonna maggiore e minore.
Raccogli la nebbia per fare pietra –
e mi accarezzi le mani,
mio sposo, nel silenzio contemporaneo.
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