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L’insegnante invisibile. Piccola storia del TFA

· Alessandro Viti · · 22 commenti

Piccola storia del TFA

Anche all’interno della scuola, pochi sono informati sulla situazione paradossale che stanno vivendo gli abilitati TFA. Il Tirocinio Formativo Attivo, istituito dal ministro Gelmini col DM 249/10, avrebbe dovuto costituire il percorso abilitante con cadenza annuale che andava a sostituire le SSIS. L’unica via possibile per accedere all’insegnamento, con posti calcolati sul fabbisogno regionale per ogni classe di concorso: così viene presentato il TFA. Le prove selettive si tengono dopo due anni, a partire dall’estate del 2012, e tra la fine dell’anno e l’estate del 2013 si tengono i corsi nelle varie università con la dicitura retrodatata 2011-12. La selezione all’ingresso è particolarmente dura: si presentano circa 150000 aspiranti per 20000 posti a disposizione. Gran parte dei partecipanti non supera la prima prova, un quiz a risposta multipla su base nazionale. I risultati dei quiz delle varie classi di concorso scatenano polemiche per l’alto numero di bocciati, tanto che un certo numero di domande viene in seguito abbuonato per la formulazione ambigua o addirittura errata. Due successive prove, una scritta e una orale, proposte dalle singole università, scremano ulteriormente la platea finché ad essere ammessi al primo ciclo TFA sono circa 11000 futuri docenti, poco più della metà dei posti a disposizione. Dati questi numeri, i selezionati (tra cui chi scrive) sentivano la ragionevole sicurezza di aver iniziato un percorso con buone prospettive nell’ambito dell’insegnamento.

Vero è che, stante la chiusura delle graduatorie ad esaurimento (GAE) stabilita dal ministro Fioroni nel 2007, l’acquisizione del titolo TFA non garantiva il reclutamento a tempo indeterminato, bensì l’iscrizione in seconda fascia delle graduatorie d’istituto (GI). In attesa di una nuova forma di assunzione in ruolo, ciò avrebbe comunque garantito la priorità nell’assegnazione delle supplenze, a partire da quelle annuali, rispetto ai laureati non abilitati della terza fascia GI, cui le scuole ricorrono talvolta anche per supplenze lunghe, nelle classi di concorso e nelle provincie meno affollate. Il miglioramento della propria condizione sarebbe dunque consistito nello scavalcare i colleghi non abilitati con più anzianità di servizio, che non erano stati in grado di superare l’esame di ammissione al TFA.

Le buone notizie però finiscono qui: mentre ancora si stanno chiudendo le selezioni per il TFA, il ministro Profumo indice un concorso a cattedra per i già abilitati (unica eccezione i laureati prima del 2002), negando la possibilità di iscriversi con riserva agli abilitandi TFA, garantendo che essi avrebbero potuto partecipare a un nuovo concorso da indire la primavera successiva (prospettiva apparsa da subito poco realistica).

L’insegnante invisibile

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Iniziano i corsi del primo ciclo TFA: il costo medio è sui 2500 euro, la frequenza molto intensiva, dato che devono essere terminati entro il giugno 2013. Una nota del Miur del 17 aprile 2013 (poi scomparsa dall’archivio del ministero ma ancora facilmente reperibile in rete), infatti, precisa come lo scopo sia quello di garantire agli abilitandi la possibilità di fruire del titolo sin dal prossimo anno scolastico (quello attualmente in corso). Ciò lasciava prevedere l’aggiornamento anticipato delle graduatorie d’istituto, che originariamente sarebbe dovuto avvenire per l’anno scolastico 2014/15 (a cadenza triennale, anziché biennale come avveniva fino al 2011). Ciò avrebbe permesso ai “tieffini” (questo l’orrido quanto inevitabile neologismo) di essere inseriti ex novo in graduatoria o, per coloro già presenti, di aggiornare il proprio punteggio in modo da avere priorità sui non abilitati.

Passano però i mesi, cambia il governo e, nonostante le pressioni dei comitati spontaneamente fondati dai tieffini, il ministero non adempie a quanto previsto dalla nota di aprile, cosicché il titolo TFA acquisito in estate risulta totalmente inservibile per un intero anno scolastico. Nell’assegnazione delle supplenze i non abilitati con più anzianità hanno la priorità sugli abilitati TFA. I tieffini neolaureati dopo il 2011, quindi non ancora iscritti alle GI, restano per il momento fuori da ogni possibilità di svolgere il lavoro per il quale sono stati severamente selezionati. Si potrebbe dire che ciò non costituisce niente di strano, dato che l’aggiornamento delle GI non prima del 2014 era previsto sin dall’inizio (ma numerosi sono i precedenti di aggiornamenti straordinari), e comunque si tratta di pazientare ancora un anno (mica poco), poi dal 2014 le prospettive si sarebbero schiarite.

E invece no: qui comincia la parte più dolorosa e sconcertante della vicenda. Durante lo svolgimento dei corsi TFA, il ministro Profumo licenzia il decreto sul TFA speciale, poi PAS (Percorsi abilitanti speciali): corsi per ottenere l’abilitazione senza selezione all’ingresso, riservati a coloro che avevano almeno tre anni di anzianità. I criteri di ammissione vengono stabiliti nei dettagli dal successivo ministero Carrozza e, dietro pressioni sindacali, si fanno progressivamente sempre più laschi: per essere ammessi basta un anno di anzianità (ottenibile anche con sei mesi di supplenza, anche solo con tre ore a settimana) nella classe di concorso per la quale ci si intende abilitare, più altri due in classi di concorso diverse. Vale il servizio nelle paritarie (compresi i “diplomifici” nei quali si accetta di insegnare gratis in cambio di punteggio, ci sono casi documentati) e l’arco temporale in cui possono essere maturati i tre anni diventa assolutamente spropositato: dal 1999 (data dell’ultimo concorso a cattedra) al 2013, periodo in cui tra SSIS e TFA le opportunità di abilitarsi con un regolare percorso selettivo non sarebbero certo mancate.

Più serio sarebbe stato un criterio maggiormente restrittivo: ad esempio tre anni di servizio continuativo nel periodo successivo alla chiusura delle SSIS, in cui effettivamente non c’erano strumenti di abilitazione. Più serio ancora sarebbe stato non farli proprio, i PAS, e mantenere la cadenza annuale del TFA, in modo che gli esclusi dal primo ciclo avrebbero avuto altre possibilità di passare la selezione senza vedersela regalata. A queste condizioni, i PAS sono, va detto senza timore di smentita, una classica sanatoria all’italiana. Date queste maglie larghe, il 5 settembre 2013, termine delle iscrizioni, il numero dei futuri “Passini” è di circa 60000. I sindacati hanno spinto tutti a far domanda, i controlli sulle esperienze pregresse dichiarate nelle domande vengono effettuati a campione.

Qual è il problema per noi abilitati TFA? Il numero dei PAS, quasi sei volte il nostro, renderà pressoché inutile il titolo da noi faticosamente conquistato, con tanti saluti al fabbisogno regionale (art. 5 del DM 249/10). Infatti, i tieffini che prima non insegnavano perché avevano davanti i non abilitati con più anzianità continueranno a non farlo perché i più anziani vengono abilitati a loro volta ope legis e gli torneranno davanti in graduatoria; i tieffini, numerosi, che avrebbero avuto i requisiti per i PAS perché già stavano facendo supplenze come non abilitati da anni, continueranno a farle con la certezza di aver sprecato tempo, denaro ed energie per un titolo che avrebbero potuto ottenere senza sforzi. Il TFA infatti non gli è servito, perché resta comunque loro preclusa la prospettiva di un passaggio in ruolo. Allo stato dei fatti non cambia niente: la terza fascia per non abilitati verrà trasportata invariata in seconda fascia, chi era davanti per anzianità continuerà ad esserlo senza aver passato alcuna selezione.

Qui sta il punto della questione: il TFA non era un marchingegno studiato per penalizzare i “precari storici”, ma un’occasione per abilitarsi rivolta innanzitutto a loro, che partivano infatti avvantaggiati, essendo giustamente riconosciuto un punteggio aggiuntivo per anzianità. Molti di loro hanno provato l’esame TFA senza passarlo, altri addirittura non si sono cimentati confidando nei sindacati che garantivano la futura sanatoria. Si assiste così al paradosso per cui i bocciati ad un esame si ritroveranno nuovamente davanti a chi quell’esame lo aveva passato. L’assurdità e l’ingiustizia di questa situazione è stata denunciata in un appello diffuso dall’ADI e firmato da 800 docenti universitari. L’ADI ha inoltre diramato una nota molto dura e molto ben argomentata contro i PAS, così come hanno fatto altri, tra cui Claudio Giunta, in un post del suo blog su “Internazionale” poi pubblicato anche su “Le parole e le cose”. In questa sede, il lucido articolo di Giunta ha ricevuto una serie di coltissimi commenti sui massimi sistemi dell’istituzione scolastica, che tuttavia omettevano accuratamente di pronunciarsi sulla questione specifica TFA/PAS.

È questa sensazione di invisibilità ad aggiungere rabbia alla condizione dei tieffini. Grazie al nostro impegno nella diffusione delle notizie, sono usciti articoli sulla nostra vicenda su importanti organi di stampa su carta e su web (le televisioni l’hanno finora ignorata), eppure pochi hanno realmente capito di cosa si tratta. Coloro che vengono a sapere i dettagli di quanto accadutoci oscillano tra incredulità (i non addetti ai lavori) e comprensione mista a fatalismo (‘è uno schifo, ma così va da sempre’, i colleghi del mondo della scuola, con annessa deprecazione delle malefatte dei sindacati e dell’insipienza dei legislatori).

I debiti della politica e i crediti delle persone

Per chi, tra i tieffini, si è sempre riconosciuto nei valori della sinistra, l’amarezza raddoppia nel vedersi sostanzialmente osteggiati in nome di un solidarismo indiscriminato che alla retorica del merito contrappone una speculare retorica dei poveri precari (ma precari lo siamo tutti, ed esserlo non è un valore in sé), evoca l’immancabile guerra tra poveri (vero, però andiamo a vedere quali sono le ragioni portate dai diversi schieramenti, in questo caso TFA e PAS), si esercita nel consueto benaltrismo (e allora che dire di quota 96? E le scuole che cadono a pezzi? E i Bes? E il fiscal compact? E il Neoliberismo?).

Tutto giusto, ma noi siamo una categoria in lotta per difendere il valore di un titolo che è stato svalutato in corso d’opera, e gradiremmo risposte concrete e nello specifico. Risposte che certamente non abbiamo dai sindacati della scuola che, per dirla chiara, non ci hanno mai supportato e anzi ci mettono i bastoni tra le ruote sostenendo la stessa valenza del nostro titolo rispetto a quello che acquisiranno i PAS. Questo, perché? Perché essendo i Passini molti di più garantiscono più tessere? Affermazione “populista”, ma è la tesi più accreditata nei colloqui tra colleghi. Perché i sindacati italiani proteggono chi in qualche modo è già “dentro” il sistema a scapito di chi ne è fuori? Luogo comune vecchio di decenni, eppure si direbbe non lontano dal vero a leggere dichiarazioni come quella, mai smentita, attribuita a Anna Fedeli, segretaria nazionale FLC CGIL: «Per noi l’unico criterio di merito che va valutato è l’anzianità di servizio, l’esperienza sul campo. Introducendo un criterio diverso si sarebbero discriminati i docenti con una maggiore anzianità, a cui secondo noi va invece data la precedenza». La Gilda si preoccupa che gli insegnanti con esperienza possano essere “scavalcati dai neolaureati ‘sfornati’ dalle università”, come se l’essere neolaureati fosse una colpa (notare poi la scelta del verbo).

Lasciati soli con qualche pacca sulla spalla, i tieffini hanno dovuto fare di necessità virtù organizzandosi in comitati dal basso riuniti intorno a un blog (http://tieffini.wordpress.com/) e a vari gruppi facebook. Da luglio ad oggi, sono state organizzate già tre manifestazioni davanti al ministero, sempre con ricevimento di una delegazione da parte dei funzionari del MIUR, è stata intessuta una rete di contatti con esponenti dei media e rappresentanti politici di ogni schieramento che condividono le nostre istanze. Il ministro Carrozza è stato letteralmente perseguitato a ogni incontro pubblico da qualche rappresentante della categoria, pronto a chiedergli conto del destino degli abilitati TFA. Va detto che, mentre i funzionari ministeriali –per il momento solo a parole- hanno sempre detto di capire le nostre ragioni e di voler lavorare a una soluzione, le risposte del ministro si sono sempre caratterizzate per elusività, inconcludenza e scarsa conoscenza della materia in oggetto. Ad esempio è andata ripetendo per mesi che bisognava conciliare le esigenze di chi, appena laureato, aveva vinto il TFA con quelle di chi da anni si sacrificava mandando avanti la scuola (in genere regolarmente stipendiato, a dire il vero): ma l’età media dei vincitori TFA è di 38 anni, quindi si tratta in gran parte già di docenti con esperienza. L’alternativa non è tra giovani e vecchi, ma tra chi ha passato un esame e chi no. Senza voler togliere il posto di lavoro a nessuno: se io supero un esame e tu vieni bocciato, logica vorrebbe che io ti passi avanti in graduatoria. Il ministro ha risposto nella stessa maniera lacunosa anche alle interrogazioni parlamentari postegli sulla questione: l’ultima risposta deludente è stata data a quella dell’On. Di Lello del 4/12/13, alle argomentazioni della quale è seguita una pronta confutazione da parte del comitato abilitati TFA (http://www.orizzontescuola.it/news/abilitati-tfa-ordinario-confutano-argomentazioni-del-ministro).

Nonostante diversi emendamenti con firme bipartisan siano stati proposti all’interno della commissione cultura sia in occasione del decreto scuola che della legge di stabilità, finora non si è mosso ancora niente, anche quando essi sono stati accolti con valore di raccomandazione dal governo. Della questione si sta occupando al momento lo staff del sottosegretario Rossi Doria: tranne alcune rassicurazioni sul fatto di comprendere il nostro problema, per il momento non abbiamo ancora avuto risposte certe. La colpa è sempre attribuita alla giungla normativa e alle incongruenze del sistema di reclutamento accumulatesi negli anni; se ciò è certamente vero, non esime i legislatori attualmente in carica dal trovare una soluzione ai problemi che hanno essi stessi contribuito a creare.

Nel frattempo fioccano ricorsi di vario tipo già all’esame del TAR del Lazio: si va dall’inserimento degli abilitati TFA in GAE (avv. Solidoro e Codacons), all’inserimento in GAE anche degli abilitati PAS (Anief), all’abolizione dei PAS (ADI), fino alla richiesta di risarcimento danni da parte dello stato per il mancato mantenimento delle condizioni lavorative prospettate col TFA. Alcuni di questi ricorsi, discussi in aula lo scorso 21 novembre, attendono una sentenza entro 40-60 giorni. E allora forse se ne saprà di più.

I tieffini sono relativamente pochi, dispersi geograficamente e talvolta divisi anche per interessi e aspirazioni: coloro che già da anni fanno supplenze in classi di concorso le cui graduatorie sono da tempo esaurite vorrebbero far valere il titolo per l’assunzione in ruolo su cattedre vacanti, altri si accontenterebbero della possibilità di fare le supplenze annuali che altrimenti toccherebbero ai non abilitati e futuri PAS. La non facile conciliazione di esigenze diverse tra loro si è trovata a partire dalla piattaforma proposta dal gruppo facebook più attivo e propositivo tra quelli della categoria, chiamato “Manifestazione a Roma Tieffini x Inserimento in Gae”, amministrato dai proff. Arianna Cipriani e Edoardo Ricci.

Le richieste ufficiali, avanzate come prioritarie, contemplano:

-quarta fascia delle graduatorie ad esaurimento per gli abilitati con Tfa Ordinario, senza quindi ledere gli interessi di chi ci precede (abilitati SSIS, vincitori di concorso), ma assicurando incarichi dall’Ufficio scolastico provinciale (senza lista delle 20 scuole delle GI) e il ruolo a scorrimento, auspicando comunque l’indizione di futuri concorsi (mantenere il doppio canale di reclutamento previsto per le precedenti categorie di abilitati,quindi).
– assoluta differenziazione di graduatoria o fascia dai Pas, in virtù della diversità dei titoli nei cfu e nelle modalità di conseguimento dell’abilitazione, nel nostro caso selettiva e basata sul merito anziché sulla mera anzianità.

In conclusione, fino a questo momento gli abilitati del TFA hanno subito un rovescio dopo l’altro (ancora non si è detto che, come prevedibile, il secondo concorso messo in programma da Profumo non si è fatto e, vista la durata almeno triennale delle graduatorie, per un po’ di anni non se ne parla). Paradossalmente, è questo il nostro punto di forza: finora ci è andato tutto così male che siamo in forte credito nei confronti dei legislatori. Qualcosa dovranno pur concederci. Ci pare impensabile, infatti, ritrovarci da settembre 2014 ancora alle prese con la lotteria della scelta delle venti scuole in seconda fascia delle graduatorie d’istituto, in compagnia dei Passini, bocciati laddove noi siamo stati promossi ma che ci sopravanzeranno per anzianità.

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Comments (22)

  • solidarietà
    Conosco bene la situazione del precariato scolastico, anche dei “tieffini” (che ha un’imbarazzante assonanza con “gieffini”, quelli che escono dal Grande fratello).

    Viti coglie bene alcuni dei problemi e ha ragione da vendere.
    Io sono però molto pessimista perché si tratta di un ginepraio di problemi, da cui dispero sempre di più che ci si possa districare. Eppure qualcosa bisognerà pur fare.

    I nuovi insegnanti vengono reclutati in un modo confuso e ideologico. I colleghi di ruolo dovrebbero saperlo e aiutarci. Invece mi sembrano molto lontani e indifferenti. Li ho rivisti scendere in piazza solo quando Profumo lanciò le 24 ore di lezione frontale. Non è bello che ci si muova solo quando toccano te direttamente.

    Le proteste rabbiose di questa settimana (i “forconi”) dimostrano che ci sono persone che sono senza diritti e che non ne possono più. Ho parlato con alcuni di loro e ho trovato molta rabbia nei confronti di un precario della scuola come me, che- dicono – è uno dei garantiti. Esagerano, e scaricano la loro frustrazione su di me, anche io sto facendo la mia fatica nera; ma in parte hanno ragione, perché, per esempio, ho diritto alla disoccupazione per i mesi estivi, mentre quella folla di co.co.pro e partite Iva non ha questa garanzia.
    Non sto divagando: voglio dire che credo nei diritti e non ho mai fatto il giochetto dello scagliarmi invidiosamente contro chi i diritti li ha. Ma forse chi i diritti li ha – in questo caso gli insegnanti di ruolo – dovrebbe ricordarsi che ha fortuna, oggi, e riscoprire il senso politico della solidarietà. Solo questo. Per non dare ragione a chi per invidia quei diritti vorrebbe toglierteli, così da essere tutti nello stesso fango.

    Ho parlato personalmente con Profumo insieme ad altri colleghi (la Gelmini… figurarsi, chiusa nei sacri palazzi del potere), ho parlato personalmente con diverse altre persone che, se non hanno diretta voce in capitolo nelle decisioni prese in alto, almeno fanno parte della classe dei “politici o tecnici che si occupano di scuola”, e sono arrivato a queste conclusioni:

    1) in questo sistema di comunicazione tutti intervegno a dire la loro e conta di più la rappresentazione delle cose che le cose stesse. Più concretamente: i proclami per la meritocrazia che si scontrano con la lentezza dell’assorbimento dei precari. Se hai la sfiga, e ce l’hai spesso, di intrupparti in una fila che non si smaltisce presto, sta’ sicuro che prima o poi qualcuno arriverà a dire che sei un precario storico e che non hai meriti, dimenticando magari che i test di merito li hai fatti responsabilmente con il suo precedecessore al ministero e che se sei fuori la colpa è della fila, e la fila non la gestisci tu, ma lui che insinua il tuo demerito.

    2) i proclami di meritocrazia vengono sempre smentiti nei fatti, come dimostra l’assurdità di far pagare e faticare i tieffini, quando avrebbero potuto entrare per anzianità coi Pas.

    3)la divisione fra precari di diverso rango e genere sarà stata creata ad arte secondo il principio del divide et impera, come sussurrano i complottisti, anche se sono per natura poco incline a credere ai Grandi vecchi?

    4) ci sono interessi marci, marcissimi, in giro. Sindacati che tali non sono che sono specializzati solo in ricorsi: spesso è a causa della loro pressione politica e giuridica che il Miur viene messo alle strette e lancia sanatorie.

    5) i sindacati (quelli seri stavolta), difendono i diritti a prescindere, e non ce lo possiamo più permettere, almeno nella selezione degli insegnanti, perché la situazione è esplosiva. Bisogna dare normalità, chiarezza e continuità a una rigorosa selezione degli insegnanti. Per merito, vero.
    Invito però me e tutti gli altri alla cautela quando si parla male dei sindacati: sono forze di conservazione e resistenza, è vero, ma resistendo e conservando garantiscono anche chi merita di esserlo. Il punto è come riformarli radicalmente, perché troppi in giro vorrebbero semplicemente sbarazzarsene, e sarebbe ben peggio che averli così come sono ora.

    6) il ginepraio delle leggi è però – in questo smentisco parzialmente Viti – davvero delirante. Purtroppo le leggi si contraddicono l’una con l’altra, e i bravi legulei trovano sempre il punto che cede. Lo dimostra il concorso di Profumo, in cui, proprio per evitare contenziosi legali, la categoria degli aventi diritto era stata ampliata a tal punto da includere non solo sissini e precari storici, ma anche chi nella scuola mai aveva lavorato. Insomma, il restrittivo principio del merito fatica molto a farsi valere nel paese degli azzeccagarbugli.
    Mi permetto di rimandare a una cosa che scrissi un anno fa proprio sul sito di Claudio Giunta. I punti 2 e 3 non sono invecchiati.

    http://www.claudiogiunta.it/2012/11/il-concorso-per-i-docenti-5-cose-che-non-vanno/

    Infine, mi rivolgo direttamente ad Alessandro. Con l’avanzare inarrestabile dei Pas, puoi ben dire di avere subito un furto di soldi, tempo e fatica. Fai bene a denunciarlo. Per me la Sis è stata non dico inutile, perché mi ha permesso di fare anni di supplenza, ma anche una grande fregatura e una grande spesa. Infatti entrerò di ruolo grazie al concorso e non per quell’ormai lontano diritto acquisito (legittimamente, e illegittimamente calpestato da uno Stato idiota, come capita anche a te).
    Sono in contatto con Claudio Giunta e spero che di questa cosa continueremo a parlare, perché la soluzione non è affatto dietro l’angolo. Io mi sono abituato a lottare senza troppe speranza, ma non mi rassegno, anche se la speranza fosse solo un lumicino. Continuerò a sensibilizzare chiunque e in ogni luogo sui problemi della scuola, anche su quelli di chi ha fatto il Tfa.
    In bocca al lupo.

    Perdonate l’eccesso di personalizzazione del commento

  • meccanismo virtuoso rovinato da politici e sindacati
    Sono anch’io uno degli undicimila tieffini usciti dal faticoso, intenso, ma anche gratificante percorso formativo del TFA. Mi ritrovo perfettamente in sintonia col quadro delineato con tanta precisione dal collega Alessandro Viti. Non voglio ripetere nulla di quanto da lui già scritto, che confermo in pieno. Aggiungo solo un richiamo a ciò che significa TFA: tirocinio formativo attivo. Si tratta in sostanza di un periodo di preparazione specifica all’insegnamento, che prevede un corso di pedagogia intensivo che abbiamo svolto presso le Università, cui si aggiunge un’importante esperienza di presenza nelle classi, a osservare e a contribuire alla didattica accanto a un docente di ruolo che fa da tutor ad ognuno dei tirocinanti. La parte umanamente più gratificante, appassionante, anche divertente per me, è stata proprio questa fase del tirocinio, nella quale ho vissuto la scuola accanto ai ragazzi. Tutti i dieci-dodici tirocinanti che con me sono stati accolti nell’istituto scolastico di nostra destinazione si sono inseriti bene, apprezzati sia dai docenti di ruolo, sia dal preside, ma soprattutto dai ragazzi, i quali hanno vissuto come un elemento di interessante novità, nonché di stimolo al loro studio, la presenza in classe di un secondo docente, più giovane, anch’egli in qualche modo “allievo”, e portatore di un punto di vista diverso. Non si insiste mai, nel parlare del TFA, sull’effetto positivo, per tutto l’ambiente di una scuola, innescato dall’arrivo di un gruppo motivato di tirocinanti.

    Ebbene, è possibile che un’esperienza così positiva, pensata e realizzata per creare un numero preciso di nuovi docenti, selezionati formati e valutati con l’unico metro del merito, debba essere rovinata dai soliti pasticci dei sindacati e della politica? E’ gravissimo che il ministro stesso dell’istruzione, Maria Chiara Carrozza del PD, e con lei il suo partito, gli altri partiti della maggioranza di governo (pdl e scelta civica) e i sindacati si siano dimostrati, durante e dopo il il TFA, totalmente indifferenti al valore dell’esperienza in corso, e che abbiano promosso (ministro, PD e sindacati) o accettato (pdl e scelta civica) una vergognosa sanatoria che abilita una massa di precari non abilitati bocciati alle selezioni del TFA, e che porterà nel 2014 come conseguenza (dannosissima per noi, assurda e nefasta per la scuola italiana) l’inclusione dei sanati PAS nella nostra stessa graduatoria supplenze per abilitati. Gli artefici di questa sanatoria hanno dimostrato, e anzi hanno addirittura dichiarato pubblicamente, che a loro giudizio il vero merito è il servizio svolto da supplenti, senza controllo di supervisori, senza valutazione della qualità docente. L’aver svolto un po’ di servizio, sparso in ben 14 anni scolastici, è stato ritenuto dal ministro il requisito unico e sufficiente per fare entrare una massa di precari storici in un percorso abilitante facilitato, senza selezione d’accesso, al quale il miur conferisce la stessa dignità del nostro TFA. Aggiungo che noi, per frequentare il corso che ci siamo conquistati con le unghie con i denti, abbiamo dovuto sborsare 2500 euro a testa, e che oggi come oggi, ad abilitazione ottenuta nelluglio 2013, il titolo TFA non è ancora spendibile fino a riapertura delle graduatorie nel 2014. I beneficiari della sanatoria PAS, invece, non solo avranno una tassa da pagare dimezzata rispetto alla nostra ma, essendo già inseriti nel giro delle supplenze di terza fascia, a settembre 2013 hanno ricevuto tutti gli incarichi annuali senza colpo ferire (con annesso regolare stipendio) e tra poco, in quattro e quattr’otto, si abiliteranno con corso di pochi mesi, senza tirocinio, raggiungendoci e superandoci poi nella graduatoria comune che si aprirà nella primavera 2014. I perdenti ad un concorso convivranno con i vincitori del medesimo, supererandoli nella graduatoria comune. Solo in Italia avvengono cose simili!

  • il merito umiliato
    anch’io sono degli 11 mila docenti abilitati dal percorso virtuoso, meritocratico, e previsto dalla legge, del TFA ordinario. All’ottimo articolo del collega Viti aggiungo solo un richiamo a ciò che significa TFA, e a ciò che lo rende diverso e più prezioso di un normale precariato svolto da supplenti a scuola: TFA è tirocinio, è cioè un percorso di formazione e di prova sul campo nel quale l’aspirante docente è costantemente monitorato e valutato. Il corso di pedagogia è la parte teorica, ma il vero cuore del TFA è la presenza, gratificante, appassionante e divertente, a scuola, accanto ai ragazzi e al docente che fa da tutor al tirocinante. Ho potuto constatare con soddisfazione come l’ambiente della scuola, in cui io e altri miei colleghi siamo stati inseriti, abbia reagito benissimo all’arrivo di tirocinanti motivati e desiderosi di misurarsi con la didattica e con il rapporto con gli studenti dopo mesi di faticose selezioni e lezioni pedagogiche teoriche. Sia gli studenti sia i docenti sia il preside, nella situazione da me vissuta in prima persona, hanno definito molto positivamente l’esperienza di accoglienza del nostro gruppo di tirocinanti per un certo numero di mesi, durante l’anno scolastico 2012-13. Il solo arrivo in una classe di un secondo punto di vista e di osservazione, costituito dalla figura di un docente a sua volta allievo, e più giovane, innesca un clima di maggiore entusiasmo e motivazione negli studenti stessi.

    E’ possibile mai che un’esperienza positiva come il TFA sia stata rovinata e svalutata dalle scelte del ministro Carrozza e del suo partito, provocate da pressioni sindacali e accettate distrattamente dai partiti di maggioranza?

    E’ grave che il ministro abbia dichiarato di rietenere il solo servizio svolto a scuola per un po’ di tempo (nell’arco di 14 anni) come unico e sufficiente requisito per accedere, da precari NON abilitati, a un corso abilitante speciale PAS, facilitato in tutto rispetto al TFA (persino nella tassa da pagare di 1500 rispetto ai nostri 2500); un percorso al quale, ed è questa la vergogna, è riconosciuta la nostra stessa dignità del nostro TFA, e che si tradurrà nella convivenza di noi e tieffini e dei sanati PAS nella medesima graduatoria degli abilitati, nella quale i beneficiari PAS occcuperanno posizioni più alte della nostre a causa della somma del punteggio di abilitazione con i punti maturati col servizio di supplenza. Solo in Italia accade che i vincitori di un concorso siano raggiunti e superati dai perdenti nelle medesima selezione!

  • Augusto Di Benedetto

    ripristinare i concorsi VERI
    Troppe parole, l’articolo (mi rendo conto, non per esclusiva responsabilità dello scrivente, la realtà è essa stessa barocca) la fa troppo lunga e complicata.
    L’unica soluzione al gravissimo problema del reclutamento degli insegnanti sarebbe: azzeramento totale, definizione del numero di posti disponibili, indizione di pubblico concorso rigoroso e molto selettivo. Dovrebbe poi essere dichiarato “vincitore” solo chi rientra tra i primi n, se n è il numero di posti messi a concorso. Gli altri riprovino l’anno successivo: perché un concorso siffatto dovrebbe essere indetto ogni anno.
    Canali, graduatorie, sigle varie, etc. etc. sono il male della scuola.

    Facile rispondere che io, invece, la faccio troppo facile. Ma tant’è.

  • TFA e PAS
    Vorrei portare altre considerazioni in merito a quanto il collega Alessandro Viti ha scritto.
    Doveva essere una selezione, il TFA ordinario, di insegnanti preparati e idonei alla professione. Dopo 3 prove dure e selettive, la spesa di non so quanti soldi tra iscrizione e frequenza ai corsi, l’esame finale con relativa tesi, dopo tutto questo ora arrivano i PAS che, dell’odissea da noi subita, non ne conosceranno la benché minima parte. Ciò non è giusto, non è corretto! Ma non è corretto nei confronti degli allievi e delle loro famiglie che hanno il diritto ad avere per i loro figli docenti preparati e qualificati. La qualifica per una professione importante come la nostra non può essere sottovalutata e screditata in questo modo, prevedendo per una fascia di persone esami selettivi di accesso e per altre la mera adesione, senza alcuna valutazione delle capacità e delle conoscenze. Ricordo inoltre che per il TFA ordinario i corsi erano già cominciati a metà novembre, i Pas cominciano a gennaio inoltrato: sono mesi in meno di preparazione e fatica. Noi del TFA ordinario abbiamo trascorso un anno di intero studio e fatiche: un’estate studiando per i test selettivi ed il restante a frequentare i corsi all’università. I PAS cominciano nell’anno nuovo e finiscono a giugno: mesi e mesi in meno di preparazione e formazione. Questa ingiustizia è intollerabile!!
    Gianluca De Biaggi, Padova
    TFA ordinario presso Università di Verona – classe di abilitazione A345

  • farla facile e difficile
    Getile Di Benedetto, la sua proposta astrattamente sarebbe la migliore, certo. Non che non si sia già provata anche quella strada, però.
    Due cose:

    1) Non è così facile stabilire il fabbisogno: io sono stato selezionato sulla base di un fabbisogno reale in un certo anno, poi la contrazione di posti dovuta ai tagli ha reso il fabbisogno non più credibile. Io ho la fortuna di aver vinto il concorso attuale, ma ho tanti bravi colleghi che, magari per principio, non l’hanno nemmeno tentato. Hanno fatto le Sis, se stanno dove stanno ancora non è colpa loro. Può davvero passarci su un colpo di spugna, azzerare i loro diritti in un giorno?

    2) Non c’è una sola autorità che decida il fabbisogno: questo viene “contrattato” tra Miur e università. Non dovrebbe essere così, ma è così. I Tfa sono una risorsa finanziaria per atenei sempre più dissanguati. Le università portano dunque acqua al loro mulino, e non per il bene degli abilitandi, almeno non sempre.
    Esempio: nella mia provincia la classe A051 (italiano e latino nei licei) vede ogni anno, da 4 anni, un cospicuo e unico in Italia numero di sovrannumerari fra gli insegnanti di ruolo. I precari attualmente già in circolazione non lavorano più, sono migrati su altre classi di concorso (medie, tecnici e professionali). Sa cosa ha fatto l’ateneo torinese? Ha attivato il Tfa per la classe A051, 25 posti se non ricordo male.
    Spero di sbagliarmi, ma al momento ha abilitato candidati alla disoccupazione.

    E’ davvero così facile come crede?

  • Grazie
    Ringrazio tutti dei commenti. Quelli di Sarno e De Biaggi integrano utilmente l’esperienza del TFA che ho cercato di raccontare. La soluzione draconiana proposta da Di Benedetto ha il fascino della tabula rasa, certo è che si andrebbe a scontrare con una serie di problemi come quelli posti da Lo Vetere. Oltretutto nel fabbisogno vanno considerati anche le supplenze, quindi un “esercito di riserva” di abilitati ci sarà sempre, tutto sta nel definirne le proporzioni.
    Per quanto riguarda il primo commento, molto lucido e articolato, di Daniele, non posso aggiungere molto altro se non che lo condivido pressoché in pieno. Ad esempio quando scrive che i docenti di ruolo dovrebbero curarsi di chi non lo è: non che si mettano a fare le barricate, ci mancherebbe, ma almeno informarsi, avere un’idea di ciò che li circonda. Il mio articolo mira anche a questo. Poi sono molto giusti anche i punti 4 e 5, sui sindacati-ricorsifici e sui sindacati seri che, invece, sono da riformare radicalmente ma non certo da buttare. E’ particolarmente sgradevole per me dovermi porre in modo così conflittuale con chi ha il compito di difendere i diritti dei lavoratori, e mi spiace sentire ovunque la vox populi che addita i sindacati come colpevoli delle peggiori nefandezze. Però su questo bisogna anche interrogarsi, e cade a proposito il collegamento di Lo Vetere con la protesta del 9 dicembre.

  • Augusto Di Benedetto

    vedi Francia
    Gentile Lo Vetere,
    l’uso di avverbi come “astrattamente” o di espressioni come “in teoria” non mi convince quasi mai. Ovviamente non è questo il luogo per discussioni dettagliate. Mi limito ad appoggiarmi alla logica, che permette di dedurre il possibile dal reale. Nel senso che tutto ciò che esiste è possibile. E le cito il caso della Francia. In Francia si fa più o meno come ho sinteticamente proposto, ergo ciò che ho proposto è possibile. Sul grado di “facilità”, essendo questo un termine vago, non mi pronuncio. Ma credo che, nell’impiegarlo, avesse semplicemente voluto evidenziare la mia superficialità. In tal caso le faccio presente che “semplice” non è sinomimo di “facile” e che richiamarsi a difficoltà e complicatezze (dopo averle peraltro create, non è sicuramente il caso suo sia chiaro, ma della classe dirigente, politica e anche sindacale, di questo paese)è uno dei più classici alibi per non cambiare le cose.

  • carne e sangue
    No, Di Benedetto, non volevo darle del superficiale. Se dalle mie parole si desume questo, me ne scuso.
    Forse, sì, del “draconiano”, come suggerisce Viti.
    La sua proposa deduce il possibile dal reale, ma dimentica che nel reale ci sono persone che hanno carne e sangue (e qualche diritto).
    Conosco la situazione della Francia solo indirettamente, dalle parole di colleghi francesi con cui ho parlato.
    Una cosa positiva del loro sistema è che è strutturale, esiste da tempo, e che è molto rigoroso. Questo si può importare.
    Ma, mi dicono, si fa anche fatica a trovare insegnanti, in Francia. In Italia invece sembra sempre di esser in troppi (salvo forse per gli insegnanti di matematica alle medie).
    Dunque, l’Italia non è la Francia e il sistema scolastico sta dentro una società e la nostra ha queste contraddizioni. Spero che riusciremo a risolverle, anche con qualche taglio corragioso, ma di bisturi, non di machete.

    Saluti

  • Augusto Di Benedetto

    disaccordo di fondo
    Gentile Lo Vetere,
    dal nostro breve scambio di idee mi pare risulti un disaccordo di fondo. Sì, per me la scuola italiana ha bisogno di interventi secchi, precisi, rigorosi. “Draconiani”? Non so, non propendo per l’uso di termini così connotati.
    L’Italia non è la Francia: se permette è un truismo; quantomeno una verità di cui arrivo ad accorgermi anche io. Ma non credo si tratti di società cosi diverse da non consentire che l’una impari dall’altra. In ogni caso io intendevo solo mostrare che il sistema da me proposto esiste ed è materialmente possibile adottarlo.
    Non sono poi d’accordo sulla questione, diciamo così, “carne e sangue”. Mi pare un po’ il solito “tengo famiglia” italiano. La scuola non va anche perché la si è pensata soprattutto come una risorsa lavorativa (semplifico, ma la penso così).
    Inoltre il sistema delle graduatorie etc. è profondamente ingiusto perché in ultima analisi pone una sorta di diritto di prelazione in favore di chi “viene prima” (cronologicamente, intendo). Secondo me tutti i laureati dovrebbero concorrere sullo stesso piano per il ruolo di insegnante, a prescindere dalla data della loro laurea.
    Grazie comunque della cortese attenzione

  • pessimismo e ottimismo
    Gentile Di Benedetto, non so se lei sia dentro il sistema scolastico o no.

    Le chiedo solo se le pare giusto che una persona paghi tra 2 e 3mila euro per fare corsi di specializzazione (con test d’accesso rigorosi. Cos’è, meritocrazia o no?), acquisisca non un diritto, ma un attestato di dimostrazione della sua qualità intellettuale, poi per colpa del sistema, non sua, venga messo in sala d’attesa, e poi si dica, ad un nuovo refolo di vento politico: ora si ricomincia.

    Le è capitato? A me e a Viti sì.

    Io non tengo famiglia, ma ho carne e sangue, dunque mi perdoni se insisto, non è una questione di principio, ma, se vuole, personale (o generazionale e professionale, che forse è un po’ più interessante).

    Il suo, me lo consenta, mi pare il correlato logico e antropologico necessario del familismo italico in cui nulla cambia: tutto deve cambiare, pazienza se saltano un po’ di teste. Una forma di giacobinismo.

    Io invece continuo a credere nel terium semper datur tra la palude e la rivoluzione.

    Saluti

  • Augusto Di Benedetto

    disaccordo di fondo 2
    Gentile Lo Vetere,
    che lavoro io faccia non è rilevante per valutare i miei argomenti; non essendo incline a quelli ad hominem ho omesso di specificarlo proprio perché avrei dato l’impressione di fondarli non sulla pura logica e la osservazione dei fatti, ma sui miei “titoli”.
    Credo che, almeno per quanto mi riguarda, possiamo chiudere qui il nostro scambio di idee: lei continua a usare, in luogo di argomenti, iperboli e termini suggestivi: non solo ragionerei “astrattamente”, ma sarei draconiano e, infine, addirittura giacobino (?).
    Ribadisco che uno dei mali della scuola italiana è quello di aver posto l’accento su esigenze “sociali” e presunti diritti non degli studenti ma degli insegnanti, che spesso hanno utilizzato il classico “tengo famiglia” per giustificare le loro richieste di non tenere spesso concorsi. Il precariato, GIUSTAMENTE indicato come un’aberrazione, è anche il frutto di tali richieste. Ma si rende conto dell’assurdità dei doppi e tripli canali, delle precedenze “per età”, del fatto stesso che dei docenti che stanno in cattedra solo una minoranza sono entrati direttamente per aver vinto veramente un concorso pubblico ordinario (l’ultimo si è svolto nel 1999/2000)?
    Mi chiede se mi pare giusto quello che lo stato italiano ha fatto etc. etc. La risposta mi sembra evidentemente desumibile dal mio primo intervento: NO. “Giusto” (se è questo il termine da impiegare) sarebbe fare come in Francia. Concorso con un numero n di posti in palio, e chi arriva tra i primi “n” è selezionato. E’ semplice, non semplicistico.
    Non so francamente cosa sia un “correlato logico e antropologico del familismo” (altro -ismo!) se non un confuso o contorto modulo polemico che, anch’esso ad hominem, non dice nulla di rilevante nel merito.
    Saluti anche a lei.

  • chiusura dello scambio di idee
    Gentile Di Benedetto, anche io credo che il nostro scambio di idee possa chiudersi qui.

    Ha ragione: abbiamo due modi diversi di ragionare. Lei si basa solo su sodi fatti e deduzioni logiche, io su blande suggestioni. Cercherò di procurarmi il manuale di Toulmin per migliorare le mie capacità di argomentazione e la ringrazio di avermi segnalato la mia deficienza in tale senso.

    Non capisco invece perché i miei argomenti sarebbero solo ad hominem, mentre i suoi di merito. Forse proprio questo è un modo di squalificare l’avversario, dandogli, grosso modo, dell’incapace, benché con grande eleganza.

    Tuttavia, parlando di sodi fatti, vale la pena precisare che l’ultimo concorso si è svolto l’anno scorso, non nel ’99, che buona parte degli ultimi immessi in ruolo proveniva dalle Sis, che erano scuole in cui si entrava per selezione (non credo che lei voglia fare del feticismo linguistico: concorso vale per “selezione rigorosa in ingresso”, credo, e anche le Sis la praticavano).
    Questi sono fatti, e bisogna conoscerli prima di trarre conclusioni. Altrimenti i sillogismi son difettivi.

    Saluti

  • Augusto Di Benedetto

    sui concorsi
    Gentile Lo Vetere,
    non per riaprire la discussione che, come lei stesso riconosce, è chiusa perché abbiamo sufficientemente chiarito i nostri rispettivi punti di vista.
    Ma devo precisare una questione di fatto perché desidero che, per quel che vale, la mia opinione non sia scorrettamente rappresentata.
    Per concorso pubblico rigoroso intendo ovviamente un con-corso rigorosamente pubblico. Non riservato e non come quello che escludeva buona parte dei laureati. Dunque l’ultimo di questo genere per me si è svolto nel 1999-2000. Se si vuol dare lo stesso nome (“concorso pubblico”) ai concorsi riservati o a quelli surrettiziamente riservati come l’ultimo, non c’è problema. Non faccio questione di nomi, ma di concetto e di fatti. Lamento che l’ultimo concorso pubblico “universale” (peraltro nemmeno quello, per ragioni che ora non è il caso di richiamare, del tutto soddisfacente in quanto a rigore)si sia tenuto nell’anno di grazia 2000.

    Le selezioni delle SSIS erano di una RIDICOLE (così anch’io mi permetto un termine non del tutto asettico). Insomma avendone preso cognizione da persone che le hanno sostenuto, posso affermare che fossero molto al di sotto dei livelli di conoscenza che si presumono in un laureato.

  • proviamo a fare un po’ di chiarezza?
    L’ultimo concorso era bandito per abilitati, cioè sissini (la Sis, non più la laurea era titolo abilitante) e laureati entro il 2001/02 con laurea quadriennale o 2002/03 con quinquennale (perché fino ad allora la laurea era titolo abilitante).

    Lasciar supporre che fosse una sorta di ope legis all’italiana è fuorviante (“concorsi riservati”: che per chi non è del settore significa pochi noti, sanatoria per gente già dentro il sistema la cui situazione va normalizzata giuridicamente).
    La questione (vera) degli interessi corporativi sindacali e delle sanatorie può esser posta, ma chiarendo con precisione a quali iniziative ministeriali particolari si riferisca. Per farlo bisogna conoscere i documenti ministeriali e non parlare per sentito dire.

    Il punto dolente è semmai come le selezioni vengano fatte: pagando in modo misero i commissari e con prove di cui raramente si coglie la ratio. Non entro però nel dettaglio delle prove, allungherei troppo il brodo.

    Anche le prove di accesso alle Sis lasciavano molto a desiderare, specie la prima, un test a scelta multipla, come, d’altra parte, la prima prova d’accesso al Tfa.

    Tuttavia dalla approssimazione delle prove non si può dedurre, come sembra, l’ignoranza dei partecipanti: qualche relazione tra l’esito di un test a crocette e la preparazione del candidato c’è. Certo, visto che esistono strumenti migliori (se si avesse la volontà politica e il denaro per usarli) non ci stancheremo di protestare.
    Ma, ripeto, non si può squalificare un’intera coorte di futuri insegnanti estendendo indebitamente anche a loro il giudizio negativo sulle prove che li selezionano.

  • Augusto Di Benedetto

    sui concorsi
    La logica, sempre la logica. Non si può dedurre dal fatto che una prova sia risibile che chi sia impreparato chi l’ha superata.
    Ovvio. Embè?
    Io deduco, tautologicamente, che la selezione è risibile. Punto.
    E continuo ad auspicare concorsi seri e universali. Quelli riservati agli abilitati SSIS o ad altri già abilitati, ma arrivati millesimi, in precedenti concorsi, non sono universali.
    Quanto ai “riservati”, in Italia e per l’assunzione come docente, non erano riservati a chi era genericamente “nel sistema”, ma a chi nel sistema non c’era e ci voleva a tutti costi, perché precario, blablabla, entrare. Io almeno lamento questa specie di ope legis, che nemmeno questa formalmente lo è (per le boiate ope legis vedasi soprattutto il modo con cui sono stati fatti diventare professori universitari i vari “assistenti”; per esempio). Non faccio questione di parole.

    Quindi, per l’ultima volta, e per chiarezza: magari ci fossero concorsi tutti gli anni, seri, come quello del 2000, anzi più rigorosi, ché anche quello aveva parecchi punti critici (anche se infinitamente più serio di quel che è avvenuto dopo).

  • Provincie certo
    “nelle classi di concorso e nelle provincie meno affollate.”
    province semmai, la c e la g se precedute da consonante la i cade al plurale, questi grandi esperti… Imparate un po’ di italiano e di umiltà prima di mettere bocca sulle capacità degli altri.

  • “Provincie”
    “Provincie” è desueto ma non errato. Se comunque l’unica argomentazione contraria è questa, direi che mi è andata bene.

    Saluti

  • La spocchia
    [quote name=”bux”]”nelle classi di concorso e nelle provincie meno affollate.”
    province semmai, la c e la g se precedute da consonante la i cade al plurale, questi grandi esperti… Imparate un po’ di italiano e di umiltà prima di mettere bocca sulle capacità degli altri.[/quote]

    È sintomatico come, tra i commenti “costruttivi”, emerga l’immancabile spocchioso che, anziché concentrarsi sul problema sollevato da Alessandro Viti, sente il bisogno di insegnare al mondo la grammatica… Povera Italia.

  • Ok quasi tutto ma..
    Puntualizzo subito che sono un “passista” che parla ad un “tieffino” e che quindi già di base non avremo mai idee completamente uguali (siamo 2 categorie che ha creato il sistema e destinate a litigare per poter lavorare a sfavore l’un l’altro) ma cercherò di essere obiettivo.
    Ho letto tutto quello che hai scritto e direi che hai messo in risalto tutto quello che è accaduto negli ultimi anni (anche se un po’ troppo a favore solo di una categoria visto che gli insegnanti invisibili non siete solo voi tieffini).
    Io ho sempre detto che lo stato vi ha preso in giro con promesse non mantenute e che le vostre proteste sono più che legittime come del resto molte delle nostre. Ma aggiungo almeno un po’ di cose cosicchè se qualcuno estraneo ai fatti legge tutto capisce chi sono TUTTI gli insegnanti invisibili. Gli insegnanti invisibili siamo noi di terza fascia e di seconda fascia che non potremo entrare in gae perchè lo stato non ce lo permette (e che quindi chissà quando mai avremo un lavoro stabile). Gente che ha vinto selezioni dure o gente che ha lavorato molti anni e che quindi è già più che idonea a fare il suo lavoro(per quelli che l’hanno sempre svolto bene s’intende). Gente a cui, a fine anno scolastico, i genitori chiedono il motivo per cui non rimaniamo nella stessa classe ad insegnare e che si rivolge al preside per elogiare l’operato di molti di noi sperando di avere una conferma della nostra presenza per l’anno successivo per il bene del proprio figlio e di una continuità didattica che c’è poche volte. Invece l’unica risposta del dirigente è sempre: “speriamo… ma non dipende da noi!” Io ti dico solo che se dopo l’università, un master e 7 anni di insegnamento devo pensare di dovermi pure rimettere a studiare cose ormai lasciate nei libri da tanto tempo (mica insegniamo le cose che vi chiedono nei test ci mancherebbe solo quello!) per fare una selezione più poi un concorso per stabilire chi merita e chi non merita di fare un lavoro che già faccio (in base a dei questionari e a dei compiti?!)non ci sto. E sia chiaro non è noi contro voi ma tutti noi categoria di insegnanti che come tali abbiamo già fatto le nostre scelte e già fatto il nostro percorso e ora siamo stanchi di dover dimostrare ancora quello che sappiamo fare. Io lo faccio tutti i giorni in classe, davanti ai consigli di classe, ai collegi docenti, ai vari presidi e alle varie scuole che ho cambiato e mi sento sempre trattato dai colleghi di ruolo come quello di passaggio a cui nessuno da peso!Questo purtroppo è essere insegnanti invisibili! Nel resto del mondo dopo anni che uno fa un lavoro in maniera seria e con buoni risultati si è assunti oppure vuol dire che è meglio cambiare strada perchè non si è portati. Le porcherie all’interno della scuola ci sono ovunque anche tra noi colleghi sia di ruolo che non. Il brutto è vedere gente che non sa insegnare ma che è di ruolo e che nessuno può mai cacciare. Questa è la cosa peggiore che vedo ultimamente! E noi invece passini, tieffini, vincitori di concorsi ecc. continuiamo a convivere con certe persone che mi chiedo come abbiano fatto ad arrivare lì. Ah sì la risposta è semplice: “dimmi quando hai finito l’università e ti dirò come hai fatto a diventare insegnante!” Ora tra corsi e ricorsi la lotta interna della nostra categoria ci sta togliendo le energie e ci sta allontanando dal nemico comune: lo stato che purtroppo cambia leggi così velocemente che a volte ho paura di guardare il telegiornale e scoprire che magari da domani neppure pas e tfa saranno validi per insegnare ma solo le nuove lauree abilitanti e noi saremo dimenticati con tempo e poi cancellati. Soluzioni? Al momento ogni proposta aggrada solo o una o l’altra categoria ma ripeto: la lotta non dovrebbe essere tra noi e voi, come tu hai fatto intuire dal tuo articolo, ma tra insegnanti invisibili (tutti quelli che non sono di ruolo) e lo stato. Nota che non ho offeso categorie come invece hai fatto tu (bocciati alle selezioni i passisti? Sicuramente come del resto idonei ai concorsi tieffini ecc.) Mai generalizzare perchè molti neppure l’hanno fatto il tfa visto che già eravamo stati avvertiti della porcheria a cui si stava per andare incontro e quando è uscito il pas tanti neanche lo sapevano. Anche noi siamo stati presi in giro per il tempo e il denaro speso (media di 2700 euro per il pas) e colleghe che abilitate pas non hanno una certezza per il futuro all’interno della scuola perchè le cose sono in continua involuzione e lo sconforto regna sempre più sovrano..

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