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Genova 2001: il rimosso politico. Su “Come farfalla a luglio” di Stefano Valenti

Dopo un quarto di secolo dal G8 di Genova, a proposito dell’immensa manifestazione coordinata dal Forum Sociale e delle repressioni e torture poliziesche, a dominare il senso comune sono ancora due letture: la prima, erogata dai poteri costituiti e dall’informazione servile, è il duraturo teorema degli “infiltrati violenti”, del “terrorismo di piazza”, della militarizzazione preventiva e necessaria, della morte di Carlo Giuliani come di chi “se l’è cercata”; l’altra è quella condivisa dagli intellettuali disillusi e scettici, i teorici della “forma di vita occidentale” e della dissoluzione delle contrapposizioni di classe, per i quali quei fatti attesterebbero l’obsolescenza conclamata delle insurrezioni novecentesche, la liquidità smaterializzata, spettacolare e in definitiva effimera e impotente, dei conflitti duemilleschi.  Entrambe queste “narrazioni”, tra loro complementari, presuppongono un rimosso politico che, grazie ai dispositivi retorici di un’opera d’immaginazione, potrebbe essere riportato a coscienza.

Come farfalla a luglio (Feltrinelli, 2026) di Stefano Valenti riesce in questo intento: contro le mode dell’ibridazione, sceglie esplicitamente la strada dell’invenzione romanzesca (“il romanzo non ha valore documentale. E deve essere pertanto inteso come opera di fantasia basata su fatti realmente accaduti”, si legge nella Nota autoriale, a p. 181).  La sua forma è il romanzo politico, non l’autobiografia o il reportage: implica dunque un certo tasso di finzione percepibile nella creazione dei personaggi, nel montaggio dei paragrafi alternati, nella solennità iterativa e ricorsiva del dettato.

Montaggio e iterazione

La creazione di personaggi e la modellizzazione letteraria, a differenza di quanto accade nel non fiction novel, consentono al lettore identificazione e straniamento. Nel libro di Valenti, il modello letterario esibito è Il soccombente di Thomas Bernhard, la storia fittizia in un conservatorio di Salisburgo di tre compagni di studi: il narratore ex pianista, il suicida Wertheimer e il musicista inarrivabile Glenn Gould.  Anche in Come farfalla a luglio compaiono tre amici: il narratore-testimone, il professore soccombente Francesco e l’ineguagliabile giovane Carlo.  Il loro sodalizio “gravido di vita” si consolida “conversando di filosofia” (p. 28) nei giorni di Seattle: “Carlo manteneva fin da quei tempi una eccelsa forma di coerenza (…) mentre io e Francesco avevamo finito col dare ragione ai nostri fantasmi mandando ben presto a monte il nostro attivismo” (p. 40). Tutti e tre si ritrovano a Genova: ma se il testimone e il soccombente falliscono, Carlo si adempie morendo “nel bel mezzo di un’azione politica” e Francesco “si vergogna di essere ancora in vita” e soffre di “ansia improvvisa e forme di panico, eredità delle settantadue ore di sequestro nei giorni di luglio 2001” (p. 16).

Il romanzo si compone di un Prologo, di un Epilogo e di due capitoli centrali in cui si alternano in brevi paragrafi la vicenda finzionale dei personaggi e il montaggio di frammenti documentari, in corsivo, tratti dal Libro bianco su Genova. Il montaggio è un procedimento formale e un metodo conoscitivo in grado di mostrare il fondo delle cose, invisibile al senso comune. Le immagini e le sequenze infatti “prendono posizione” (Didi-Huberman): la soffitta soppalcata di Francesco è lo spazio in cui, prima del suicidio a dieci anni da Genova, il professore va elaborando un libro dal titolo Fascismo Capitale. Un’implosione, la cui tesi è “che il progetto capitalista  (…) incapace di suscitare il consenso di un tempo, per sopravvivere aveva stretto alleanze con il fascismo” (p. 30); analogamente, il corpo morto di Carlo, con “il sangue sulla testa e sul cemento”, è una scandalosa “dimostrazione della presenza di orientamenti fascisti nello Stato” (p. 58).

Un’altra struttura formale ricorrente nel testo convoca inoltre le risorse della lingua poetica: il titolo, come dimostra la citazione in esergo, è tratto dai versi del  Battello ebbro di Rimbaud (“leggero come farfalla a maggio”);  le ripetizioni degli stessi sintagmi finiscono col dare alla scrittura un ritmo rituale, solenne, sempre disposto a ripassare a spirale per i medesimi luoghi: la mansarda dominata dalle circostanze del suicidio, il divano, i libri di Marx, Marcuse, Sartre, Kafka e soprattutto Benjamin, gli oggetti, i post-it,  la bellezza delle parole e delle loro connessioni (Costituzione, Collettività, Cantiere, Condizione, Classe);  infine, nei capitoli documentali, compare costantemente  la stessa locuzione verbale, ritmica, dichiarativa e protocollare: ” è scritto” (p. 43, p. 89, p. 101,  p. 123, p. 131) a marcare la veridicità corale delle voci riportate in corsivo (“gli agenti tutti intorno a dire Bastardi, merde, comunisti del cazzo, ora non avete Manu Chao a salvarvi“, p. 43; “fermi, con le mani alzate, e se qualcuno, per la stanchezza, abbassava un braccio o una mano, entrava un agente e lo picchiava”, p. 89; Dalla finestra i poliziotti dicevano Entriamo dentro e vi stupriamo, vi mettiamo un manganello nel di dietro, puttane, troie, bocchinare“, p. 91).

Quale rimosso?

Non sono stati scritti molti romanzi su Genova 2001. Per avere un’idea di ciò che di rimosso Valenti riesce a far riaffiorare è utile comparare il suo libro a quello di Francesco Pecoraro sul medesimo tema: Solo vera è l’estate (2023). Pecoraro è un maestro del romanzo-saggio: La vita in tempo di pace (2013) e Lo stradone (2019) hanno messo in scena la disperazione metafisica, la lucidità analitica e la frustrazione politica di un io narrante senile. In Solo vera è l’estate invece i personaggi di cui possiamo abitare le menti sono tre maschi trentenni diretti verso il litorale romano e Biba, una loro coetanea che ha deciso di andare a Genova. Ai dialoghi dei quattro giovani, in cui pullulano le figure di godimento, le asserzioni politiche falso-vere, il disprezzo esibito e l’ammirazione inconscia per il potere del capitale globale, si contrappongono le zone saggistiche in cui il narratore evidenzia il lato isterico dei protagonisti: a Biba, in definitiva – anche dopo aver visto spaccare le teste a manganellate –  piace piacere al suo capo (p. 196).  Il solo a garantirsi una consapevolezza superiore, scettica e impietosa è insomma il narratore: “i no global erano a loro insaputa intrisi di consenso, perché mancavano di un’ideologia unitaria”, “privi della forza che si costruisce con l’ideologia”, senza un “forte partito di tipo leninista” (p. 33).

La distanza fra i due romanzi su Genova non potrebbe essere più marcata: i protagonisti di Pecoraro, flaubertianamente incoerenti, non si aspettano nulla di decisivo dalla politica e vivono i grandi avvenimenti come astrazioni e varianti del sempre uguale. Viceversa i personaggi del romanzo di Valenti presuppongono la coerenza, la fedeltà e i tempi lunghi della storia.  In Come farfalla a luglio l’autore si priva inoltre di ogni prerogativa superiore: la voce narrante è quella del personaggio testimone e i lacerti protocollari, montati fra loro, mettono a disposizione del lettore la lama tagliente del documento e della deposizione, un utensile allegorico in grado di fendere le mistificazioni, come avveniva nella scrittura di Peter Weiss (L’istruttoria, 1965).

La ragione paradossale

Il rimosso politico svelato dal libro di Valenti non è dunque la “macelleria messicana” in sé: riguarda piuttosto la riattivazione della paradossale verità di lungo corso della violenza politica, con la conseguente saldatura della battaglia di Genova alle battaglie precedenti e future.

 Lo stato di diritto, sospeso a Genova, non è del resto un immutabile feticcio: varia col variare dei rapporti di forza. Al contempo, la “violenza” di piazza – a dispetto del discorso martellante del potere costituito – ha diverse gradazioni e difformi aspetti: va quantomeno comparata criticamente la violenza di chi si difende rispondendo a una carica massacrante a quella di chi, armato fino ai denti dallo Stato, tortura degli oppositori pressoché inermi. Per utilizzare le parole inequivocabili di Haidi Giuliani “occorre distinguere la violenza di chi aggredisce dalla violenza di chi si difende. La Resistenza è stata in Italia il momento più alto di questa storia e io credo che quel giorno mio figlio come altri ragazzi abbiano fatto Resistenza”.  (27′.21″ nel documentario di Francesca Comencini https://peertube.uno/w/bc4f0372-7359-403d-8b03-a9d743559d23). Le torture, gli abusi e le umiliazioni della Diaz e di Bolzaneto, l’uccisione di Carlo Giuliani, la fabbricazione di false prove, la successiva promozione di molti dei responsabili non costituiscono un’anomalia. Sono invece il prodotto di una storia lunga, fatta di continuità istituzionali, di culture autoritarie e di pratiche repressive che hanno attraversato diverse stagioni politiche italiane (cfr. S. Palidda, 25 anni dal G8: continuità militaresca della sicurezza e delle polizie dal 1860, 2026). 

Questa tradizione dei conflitti è ciò che i personaggi di Valenti, veri tipi allegorici, finiscono per riabilitare e presupporre. Risultano perciò figure del tutto inopportune per la mentalità e il senso comune contemporanei, cinici per decreto.  Carlo e Francesco sono infatti solenni, coerenti, eroici, assoluti, e morendo, come semi interrati lasciano una traccia di speranza futura.  Carlo ammazzato con una pistola automatica Beretta e schiacciato dal Defender dei carabinieri, si trasfigura in un exemplum; Francesco al contempo, prima di impiccarsi, con il suo libro Fascismo Capitale. Un’implosione ci addita un fenomeno attuale: il neoliberalismo per realizzare il progetto di una società di mercato pura è disposto a una guerra di dominio polimorfa, non disdegna la coercizione militare, non presta attenzione ai mezzi da utilizzare per rendere impotenti i propri nemici. (cfr. P. Dardot, Ch.Laval, La scelta della guerra civile. Un’altra storia del neoliberalismo, 2023). Si tratta di una riedizione aggiornata del fascismo, oggi variamente denominata (“oltrefascismo”, “fascioliberismo”, “liberalfascismo”) e già prefigurata dalla repressione e dalle intuizioni del movimento di Genova:

All’inizio dell’era fascista, Walter Benjamin ebbe a scrivere È solo per chi non ha più speranza che ci è data la speranza. La serietà, il fervore della discussione sulla teoria rivoluzionaria, scrive Francesco, proprio in base all’imperativo categorico di rovesciare tutte le situazioni in cui l’uomo è un essere umiliato, asservito, abbandonato, sono ormai incomprensibili. (p. 167)

Questa deriva autoritaria, oggi funzionale al controllo del “fronte interno” e alla riabilitazione della guerra, risveglia al contempo la possibilità (e il dovere) di attingere alla dimenticata tradizione rivoluzionaria, supremo rimosso dei nostri tempi. Davanti alle parole di Francesco, in apparenza desuete nella loro solennità, il lettore ha davanti a sé la scelta fra due opposte reazioni: può ridicolizzarle altezzosamente, se crede di vivere in un tempo parodico, oppure deve prenderle sul serio se intende il tempo presente tanto tragico e spietato quanto il passato:

I ricchi non rinunceranno volontariamente alla proprietà e i tiranni non abbasseranno le armi. Dovremo infine togliergliele. Anche se messi alla prova dalla disperazione, dovremo ricordare che nel corso della storia accadono eventi inaspettati, in grado di rimescolare del tutto le condizioni del potere politico, scrive Francesco. Non possiamo sapere quando questi eventi si produrranno. Ma ciò non vuol dire che dobbiamo limitarci ad attendere. Il nostro compito politico è paradossale, ed è nostro dovere prepararci a quegli eventi anche se non sappiamo quando accadranno. (p. 178)

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