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diretto da Romano Luperini

Perché leggere (in classe) Gli anni al contrario di Nadia Terranova

Aurora e Giovanni avevano deciso che si sarebbe chiamata Mara. Come la ragazza di Bube, aveva detto Aurora. Come Margherita Cagol, aveva aggiunto Giovanni. Margherita, detta Mara, moglie di Renato Curcio, morta pochi anni prima.

La bambina nacque con enormi pupille nere e fissò tutti con aria interrogativa. L’avvocato e il fascistissimo convennero su un punto: uno in tribunale e l’altro in carcere avevano incontrato mafiosi e assassini, eppure nessuno li aveva spaventati allo stesso modo. – Lo sguardo di questa picciridda mi inquieta più di quello dei delinquenti, almeno loro parlano! Certo, meno di quello del mio professore di matematica quando mi doveva interrogare, – aggiunse l’avvocato soddisfatto, e tutti attorno risero.

Giovanni arrivò molte ore dopo. Il fascistissimo lo accolse con gli occhi ancora lucidi e una bottiglia di champagne (N. Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, Torino 2015, p. 44).

Romanzo d’esordio di Nadia Terranova, autrice fino a quel momento di libri per ragazzi, Gli anni al contrario esce nel 2015 e riceve il Premio Bagutta Opera Prima, incontrando l’apprezzamento di Annie Ernaux, che ne loda la «precisione e sensibilità», e di Roberto Saviano, che parla di un «racconto senza fondo, che stringe la schizofrenica storia italiana al pulsare dei sentimenti». Ambientato tra gli anni Settanta e Ottanta, in Sicilia, in un contesto quindi alla periferia della “Storia”, l’opera, definibile come un romanzo di formazione, segue le vicende di due giovani, Aurora Silini e Giovanni Santatorre che, pieni di ideali e desiderosi di cambiare il mondo, verranno travolti dalla quotidianità e dalle difficoltà che la vita adulta presenterà loro. La misura breve del romanzo, focalizzato su due personaggi in formazione, colti negli anni dell’adolescenza e accompagnati nell’età adulta, ne fanno una lettura adatta ad una classe quinta, con studenti che devono prendere decisioni relative al loro “posto nel mondo”. Ecco alcune loro riflessioni apposte su una “lavagna virtuale”:

«Mi sono identificata sin da subito con Aurora, perché anche i miei genitori vorrebbero che facessi un lavoro “da donna”» (Rita).

«Il romanzo mi ha fatto riflettere molto sulle dipendenze, perché a quel tempo erano le droghe e l’alcool, mentre per noi sono i social e lo smartphone» (Gabriele).

«Mi è piaciuta la capacità dell’autrice di intrecciare la storia di Giovanni e Aurora con il contesto storico; vengono citati degli eventi che avevo sentito solo in televisione, ma che il romanzo mi ha spinto ad approfondire in autonomia, per riuscire a capire meglio la trama» (Angelica).

Perché consente di conoscere vicende storiche filtrate dalla letteratura

Gli anni al contrario è ambientato a Messina, in un territorio bagnato dai due mari (Due mari è il titolo, infatti, del Prologo), dal quale si percepisce però solo l’eco degli anni di piombo. Alla storia d’amore tra Aurora Silini, figlia del direttore del carcere cittadino, detto il fascistissimo, e Giovanni Santatorre, terzogenito di un avvocato comunista, Terranova intervalla infatti diapositive delle vicende che sconvolsero gli anni Settanta e Ottanta:

Aldo Moro era stato sequestrato, il paese parlava solo delle Brigate Rosse. Giovanni si preparò all’incontro con Gipo provocando suo padre sull’argomento. – Lo ucciderete, – rispose l’avvocato, accomunando in un’unica generazione tutto ciò che stava a sinistra del partito. Voi chi?, continuò a pensare Giovanni: era da tempo che non si sentiva parte di un «noi». Quell’accusa generica, buttata lì, gli diede una scarica di adrenalina: in quel voi c’era posto per chi stava facendo tremare l’Italia e forse c’era posto anche per lui (p. 39).

Il giovane messinese decide infatti di non seguire le orme del padre, che voleva i figli avvocati nello studio di famiglia, e di iscriversi a Filosofia; qui però antepone i comizi e i cortei ai libri, sentendo forte il richiamo della Storia: fa amicizia con Gipo, militante comunista, brigatista poi finito in carcere, organizza viaggi a Bologna, a Berlino, con quell’impossibilità di permanere che ne fanno un personaggio inquieto. Nel capitolo intitolato In Sicilia contro la luna Giovanni manifesta con evidenza il suo desiderio di essere parte attiva della storia:

Nello stesso giorno di maggio furono ritrovati i corpi di Aldo Moro a Roma e di Peppino Impastato a Cinisi. Giovanni aveva incontrato Peppino a Palermo una volta sola, durante la protesta a fianco dei contadini espropriati, contro la costruzione della terza pista dell’aeroporto. Aveva poi seguito il gruppo «Musica e cultura» e salutato con favore la nascita di Radio Aut. La notizia della sua morte lo spiazzò. Il tritolo, l’ipotesi del suicidio. Giovanni andò a Cinisi per il funerale, insieme a un ristretto gruppo di compagni fra cui Luigi (p. 43).

È quindi al personaggio di Giovanni che l’autrice affida lo slancio utopico, la speranza di una rivoluzione, armata, che cambi la situazione in Sicilia, ma anche in Italia e in Europa. Il narratore ci racconta le sue piccole imprese locali contro fabbriche siciliane, che culminano con il lancio di una bomba grezza e artigianale che danneggia un mobilificio, il cui padrone aveva licenziato dei lavoratori. Tuttavia Giovanni, dopo l’autodenuncia alla polizia, con la storia che «non ebbe conseguenze e fu definitivamente archiviata grazie all’intervento dell’avvocato Santatorre, che qualche giorno dopo, senza dire niente al figlio, fece le telefonate giuste» (p. 63), matura la convinzione della sua inconsistenza e inettitudine:

Ho fallito, si tormentava, altro che rivoluzione, ho anteposto le mie piccole sicurezze alla lotta, mi sono isolato, mi sono tirato indietro. Non sono un buon padre, non sono neanche un marito, non sono un eroe della politica. Dovevo fare tutto, non ho fatto nulla (p. 54).

Dopo il racconto della tossicodipendenza, del successivo invio del giovane in una comunità di recupero, con la scoperta finale dell’AIDS, la Storia riemerge con prepotenza nel capitolo finale, intitolato La questione della primavera: siamo nel marzo del 1989 e quella Germania tanto amata a inizio romanzo ritorna nelle pagine conclusive attraverso la lettura di un quotidiano in ospedale: «Giovanni sfogliò un quotidiano. Peter, dalla Germania, gli aveva scritto che il muro sarebbe caduto di lì a pochi mesi, ma la stampa italiana taceva» (p. 139).

Perché è un racconto di formazione

Seduta sul gabinetto, Aurora Silini si tappò le orecchie per concentrarsi sul libro di geografia che teneva aperto sulle ginocchia.

In corridoio i fratelli si stavano picchiando, presto qualcuno avrebbe bussato, e solo fingendo una lunga e penosa evacuazione poteva tenersi quella stanza tutta per sé: il suo obiettivo era prendere un altro nove prima della fine del trimestre, anche se poi i genitori le avrebbero concesso al massimo un’occhiata distratta alla pagella (p. 5).

Gli anni al contrario si apre con questa immagine, che fonde ironia e una citazione colta (il saggio di Virginia Woolf Una stanza tutta per sé): il successo del romanzo in classe va infatti ascritto alla partecipazione degli studenti con le vicende dei protagonisti, che il narratore ci presenta già nelle prime pagine negli anni delle scuole superiori, nella stessa età, quindi, dei lettori. I due rappresentano due modelli antitetici, tra pragmatismo e idealismo, rigore e mollezza, ordine e disordine.

Aurora incarna, fin dalle prime pagine, la studentessa modello, che crede nello studio e nella fatica profusa sui libri come condizione necessaria per raggiungere, citando l’art. 34 della Costituzione, «i gradi più alti degli studi». Dopo il diploma in un istituto religioso, si laurea con il massimo dei voti in Filosofia ma, a causa dei condizionamenti familiari, deve sempre sottostare a soluzioni di comodo: il diploma magistrale e il concorso vinto per diventare maestra sono strategie per sopravvivere di fronte alle tempeste della vita che la travolgeranno. La ragazza, inizialmente inesperta ed insicura, diventa una sorta di “carabiniere” nei confronti di Giovanni, che preferisce al piccolo nido familiare con la moglie e la figlia Mara la compagnia degli amici di partito, l’alcol e la droga. La requisitoria verso il marito tocca il punto più aspro in una lettera, l’unica scritta dalla ragazza:

Caro Giovanni,

non so proprio cosa raccontarti. Sono stanca di te che ti perdi, ti ritrovi, ti disperi, torni saggio mentre io rimango a guardare. Tra dieci anni tu potrai dire di avere vissuto, io di aver pagato affitti, bollette e libri scolastici (p. 105).

La corazza che la giovane donna indossa è necessaria per far fronte a una serie di tragedie che costellano la sua vita: l’inaspettata morte della sorella Rosa durante un’escursione, quella del suocero e, infine, del fascistissimo.

Privo di corazza è invece Giovanni, che Terranova ci dipinge come un eterno Peter Pan, incapace di crescere, alla perenne ricerca del suo posto nel mondo, caratterizzato dalla ricerca di un “altrove”, che lo faccia uscire dai limitati confini siciliani. Un personaggio destinato all’errare e all’errore, ma con cui la classe riesce a identificarsi: Giovanni è il fuoricorso che va alle manifestazioni e preferisce i cortei ai libri, che sogna l’Europa, come nei viaggi low-cost tanto di moda nelle giovani generazioni odierne:

Un viaggio: ecco cosa serviva contro la palude della provincia.

Peter andò a prendere Giovanni alla stazione di Berlino Ovest e insieme attraversarono la città in macchina. I quartieri occidentali lo abbagliarono con insegne blu ossidriche di night club, graffiti, architetture eccentriche. […] Sul treno l’avevano perquisito e lui si era sentito offeso, al punto che avrebbe voluto urlare qualcosa come «voi non sapete chi sono io».

Non l’aveva fatto per evitare rivendicazioni ridicole, ma anche perché la sorpresa di quella scoperta l’aveva ammutolito: aveva l’aspetto di un tossico (p. 72).

Ma c’è una sezione del romanzo che risulta interessante e produttiva in classe: è quella in cui i due protagonisti, dopo aver concepito la piccola Mara, vengono mandati a vivere nella casa in miniatura, che il fascistissimo aveva preso per loro: lungi dal diventare un piccolo nido d’amore, diventa emblema dell’incapacità delle giovani generazioni di emanciparsi veramente, diventa uno spazio claustrofobico in cui nessuno dei due conviventi è davvero libero: insomma, una prigione, un po’ come il matrimonio, definito dall’amico Gipo «una tomba borghese» (p. 29).

La maturazione tanto vagheggiata da Giovanni, convinto che con un figlio entrambi avrebbero avuto la forza di cambiare il mondo, però non arriva: le premesse della vicenda sono già nefaste ed è la vita ordinaria, la quotidianità, la mediocrità borghese, a stare stretta a entrambi. Terranova ci dipinge due giovani che ambiscono a scuotere la Sicilia dal torpore e dall’immobilismo a cui è condannata per la posizione periferica, ma che, alla fine, vengono travolti, Giovanni dall’abuso di droghe e alcool e Aurora dalla quotidianità, dalle bollette, che sembrano porre fine ai suoi sogni di gloria.

Perché tratta con delicatezza temi come le tossicodipendenze, l’AIDS e la (dis)parità di genere

Poco prima di bucarsi la prima volta, Giovanni ripensò all’estate del Settantasette, agli sguardi bramosi delle turiste, all’energia riposta nel riprendere l’università insieme ad Aurora. Si tolse il giubbotto, lo stese su un gradino e allontanò Ines, che si offriva maliziosamente di tirargli su la manica della camicia. Aspettò invano l’euforia. L’eroina fu invece un sogno, una consolazione materna. Niente divenne migliore, tutto si fece sopportabile (p. 76).

Oltre alla politica e all’amore, c’è però un altro tema che Terranova affronta in modo delicato e, soprattutto, senza moralismi: la tossicodipendenza di Giovanni. All’inizio è l’erba, poi l’Lsd, in seguito la combinazione di Roipnol e alcol, infine l’eroina. Il narratore ci mostra la progressiva degenerazione del protagonista che, spigliato oratore, lettore di Marx, insegnante in una scuola di Milano, si riduce poi a versare l’intero stipendio agli spacciatori e a mostrarsi con il volto di un tossico. Questa vicenda sembrerebbe trovare un riscatto con il ricovero in una comunità di recupero: le lettere che scambia con la figlia Mara sono, a mio avviso, la parte più dolce e toccante del romanzo, in quanto mostrano un amore verso il padre sincero e privo di pregiudizi.

Caro papuccio,

hai visto com’è bello avere un amico del cuore? Puoi dirgli i tuoi segreti ed essere sicuro che non li racconterà a nessuno. Ginevra è sempre mia amica. Le dico un sacco di cose che la mamma non sa. Non storcere il nasone perché non lo dirò nemmeno a te (p. 112).

Ma in quegli anni Ottanta si stava diffondendo lo spettro dell’AIDS:

Aurora accompagnò Mara in piscina. Mentre la aspettava sfogliò una rivista lasciata nello spogliatoio, c’era un lungo articolo sul virus. Si diffondeva a macchia d’olio, come illustrava la cartina dove le freccette si spostavano dall’Africa agli Stati Unii per poi tagliare l’oceano fino all’Europa. I tossicodipendenti che avevano scambiato siringhe erano a rischio, Aurora lo aveva sentito infinite volte (p. 114).

Dopo la scoperta del contagio, l’uscita dalla comunità e la breve parentesi a Pantelleria, le ultime pagine del romanzo rappresentano Giovanni in ospedale, attaccato a una flebo, che ripensa a una vita in cui sperava di essere un eroe, ma nella quale, con un gioco di parole, aveva solo accumulato un errore dietro l’altro.

Se Giovanni incarna un personaggio trasgressivo, che finisce dentro il vortice dell’alcol e della tossicodipendenza, Aurora rappresenta tutte quelle ragazze che, in quanto donne, avevano negli anni Settanta-Ottanta un destino prestabilito dai propri genitori, in questo caso dal fascistissimo:

Grazie al massimo dei voti e alla menzione speciale del collegio, i genitori decisero di risparmiarle il concorso alle poste […]. Stabilirono che sarebbe diventata maestra, unico mestiere che il fascistissimo ritenesse adatto a una donna (p. 11).

Ma quella figlia così sgobbona, invece, decide di iscriversi a Filosofia e lotta affinché anche le donne conquistino, parafrasando il saggio di Daniela Brogi, il loro spazio; sui libri scopre il femminismo, il trockismo, l’anarchia, rigettando quel modello di donna angelo del focolare che aveva osservato dentro le mura domestiche:

Sui libri Aurora scopriva un femminismo ferreo, orgoglioso. Poi rientrava a casa e non riusciva a parlare con la madre, che aveva fatto del distacco un’arte e della propria esistenza una depressione muta. La vita fuori e quella dentro l’università non si sovrapponevano ancora (p. 15).

La successiva nascita di Mara e l’allontanamento di Giovanni, più interessato alla storia pubblica che a quella privata, dimostrano come il privilegio della maternità si riveli per le donne un’arma a doppio taglio: Terranova dipinge con delicatezza e senza fronzoli la vita di questa madre-lavoratrice, un pendolo tra aule scolastiche, asili e casa delle “amichette” di Mara. Aurora risulta un personaggio messo sempre di fronte a delle scelte, che per lei risultano però obbligate, a causa di un eccesso di responsabilità che la porta sempre a posporre i propri bisogni a quelli altrui.

Una storia di rinunce, di potenzialità gettate al vento, ma che, nel capitolo intitolato, con una ripresa da Majakovskij, La questione della primavera, culminano (forse) con la vittoria in un concorso un po’ pilotato, alla maniera italiana:

Il concorso con cui l’università la invitava a diventare ricercatrice si fece pochi giorni dopo il ricovero di Giovanni. Aurora aveva fretta di finire e tornare in ospedale. Certo, la prova non era stata brillante, ma a suo favore giocavano i titoli, gli articoli e una commissione bendisposta. Avrebbe avuto il lavoro che aveva sempre sognato e desiderò esserne felice (p. 137)

Nell’Epilogo, intitolato significativamente Storia degli occhi, ricompaiono quegli occhi che avevano spaventato il fascistissimo e l’avvocato Santatorre, ma che, con un cambiamento della voce narrante, parlano e raccontano l’esito delle vicende di Aurora e Giovanni: la prima ha ricostruito una nuova famiglia, mentre l’uso del condizionale per la storia di Giovanni allude a un esito infelice, dati gli anni in cui ha contratto l’AIDS. Il messaggio del romanzo, però, affidato alle parole di Mara, figlia di genitori separati e che non sono mai stati davvero in sintonia, lascia una speranza, anche alle nuove generazioni:

Dunque, ecco i miei occhi: […] non sono seducenti come quelli di mio padre né lunari come quelli di mia madre; sono la mia valigia, la mia infanzia senza tempo, la certezza che me la caverò perché me la sono già cavata (p. 144).

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