Quello che possiamo sapere: ce la caveremo anche stavolta?
La fragilità della conoscenza
Nelle parole prese in prestito dallo scrittore Richard Holmes, e contenute nell’epigrafe iniziale scelta dall’autore, risiede il senso dell’ultimo libro di Ian McEwan, Quello che possiamo sapere, pubblicato da Einaudi nella traduzione di Susanna Basso: «Ci interroga su quello che possiamo sapere, quello che possiamo credere e, in ultima analisi, quello che possiamo amare».
Un romanzo che prova a capire e a spiegare cosa sta succedendo al nostro presente, in quale direzione stiamo andando, e cosa, invece, ci sfugge. Perché la conoscenza può aiutarci a ricostruire il passato e quello che siamo stati, e forse ci indica anche una possibilità per salvarci. Ma non ci sono soluzioni e risposte sicure nel libro di McEwan. Del resto la verità non è mai completamente autentica, è sempre condizionata, e non è facile stabilire un buon rapporto con il passato e con la storia: «Se il passato non ci aveva annientati, ne eravamo comunque terrorizzati» (p. 117). Che la memoria sia inaffidabile «è stata una delle scoperte della psicologia del ventesimo secolo» (p. 99), eppure può anche rassicurarci, aiutandoci ad essere migliori di quello che siamo.
McEwan ci racconta il presente affidandosi al domani, non senza tenere conto, però, delle responsabilità morali che abbiamo per quel futuro che stiamo costruendo. In questo modo, il nostro presente diventa un passato al quale guardare con nostalgia.
La vicenda è infatti ambientata nel 2119, quando è già avvenuto il Grande Disastro, «Può essere utile ricordare che verso la metà degli anni Trenta del Duemila l’espressione “Grande Disastro”, rispettosamente scritto con le iniziali maiuscole, entrò nell’uso come forma abbreviata in luogo del consueto elenco di conseguenze legate al riscaldamento globale» (p. 39). In questo futuro prossimo, Thomas Metcalfe, studioso di letteratura del periodo 1990-2030, è alla ricerca di un poema poetico in forma di corona scritto da Francys Blundy, famoso poeta inglese, e recitato nel 2014 per il compleanno della moglie Vivien durante una cena tra amici divenuta nota come «Secondo Immortal Convivio» (il primo è il leggendario banchetto del 1817 al quale presero parte Keats e Wordsworth). Una Corona per Vivien è il poemetto perduto mai pubblicato ufficialmente, e un secolo dopo, in un mondo dilaniato, dove guerre nucleari e inondazioni provocate dal riscaldamento globale hanno dimezzato la popolazione, diventa l’ossessione di Thomas Metcalfe. Deve scoprire perché quel poemetto è scomparso, e si mette alla ricerca convinto che sia nascosto da qualche parte e che vada necessariamente ritrovato. La ricerca, grazie all’immensa quantità di dati che il web ha mantenuto intatta nonostante le devastazioni provocate dal Grande Disastro, lo porterà a scoprire e a conoscere molte informazioni. Perché importante è restituire «vitalità, trasmettere l’esperienza della vita vissuta e percepita, comunicare che cosa volesse dire vivere in una determinata epoca, per quanto remota» (p. 80). Il suo unico dovere, in fondo, è dire la verità e salvare la poesia, come gli ricorda la compagna e moglie Rose.
Protagonista e io narrante della prima parte del romanzo è dunque Thomas, intento a ritrovare il poema perduto. Nella seconda parte della narrazione la storia è invece ambientata nel passato, raccontato attraverso lo sguardo di Vivien, moglie di Blundy. Il passaggio tra le due parti avviene senza preavviso, al lettore non viene spiegato niente, ma procedendo nella lettura vede cadere tutti i dati e le informazioni apprese attraverso la ricerca di Metcalfe. Adesso la vicenda è raccontata da chi c’era un secolo prima, da un io narrante che l’ha vissuta in prima persona, e quindi dalla voce narrante di Vivien. Lei è la vera protagonista della storia, forse tra i migliori personaggi femminili di McEwan: forte e onesta nonostante le numerose fragilità e mancanze. Passionale e desiderosa di vita, è un’accademica che porta con sé la frustrazione per avere rinunciato alle proprie ambizioni, inizialmente per occuparsi del primo marito, il liutaio Percy, precocemente malato di Alzheimer, poi per lasciare spazio e visibilità al grande poeta Blundy. Ma la sua complessità diventa via via sempre più evidente, e quando nella seconda parte è lei a prendere la parola, si ha la sensazione di essere finalmente di fronte alla verità. Anche se può apparire poco credibile – essenzialmente è una traditrice – il suo diario è la testimonianza di una consapevolezza che esiste nonostante le numerose contraddizioni che la riguardano. Vivien è infatti il personaggio che più si avvicina alla verità, o quantomeno a una possibile verità. Proprio da lei viene infatti il titolo del libro: “quello che possiamo sapere” è molto, ricorda McEwan in un’intervista, eppure c’è sempre una grandissima inconsapevolezza che fa da contrappeso.
Memoria e oblio
Se la verità è ciò che possiamo verificare, i documenti sono gli strumenti per conoscere questa verità e restituirla. Ricercare attraverso i documenti è dunque un modo per svelare quello che è realmente accaduto e riportarlo alla memoria. Tutto il libro ruota intorno al tema della memoria, ma accanto ai dati conservati grazie all’era tecnologica, c’è la perdita della memoria, l’oblio, rappresentato emblematicamente da Percy, il primo marito di Vivien affetto da Alzheimer. Accanto alla qualità e alla quantità di informazioni che abbiamo sul passato, nel presente c’è anche molto che si sta dimenticando e perdendo. Su tutto, dichiara McEwan in un’intervista, una delle più significative perdite è l’attitudine alla riflessione. E questo libro ha proprio il merito di proporre numerosi spunti di riflessione parlandoci di malattie, della complessità delle relazioni, di tradimenti e questioni etiche, di crimini morali, di sensi di colpa e, soprattutto, della sopravvivenza culturale in un mondo segnato da catastrofi e crisi climatiche.
Quello che possiamo sapere non è tuttavia un romanzo sul clima, non si occupa di climatologia o geopolitica, non segue attivismi o movimenti civili, e non è nemmeno un semplice romanzo apocalittico. La questione climatica è qui parte integrante della funzione narrativa, diventa condizione materiale e fisica della memoria, che McEwan utilizza per influenzare la comprensione umana. Negli scenari rappresentati, con inondazioni che hanno sommerso la maggior parte delle terre e delle città, non c’è il compiacimento della catastrofe, ma un invito alla riflessione, a fare i conti con la conoscenza e non soltanto con le emozioni. Stiamo andando a sbattere contro un muro, dice lo scrittore, «ma forse ce la caveremo anche stavolta». Per cavarcela, però, è necessario guardarci dentro a fondo, e, anziché idealizzare il nostro tempo, riconoscerne «lo squallore, la crudeltà e la morbosa cupidigia» (p. 116). Il doppio binario temporale di questo romanzo non prevede una progressione lineare, le azioni del 2119 sono prefigurate dal 2014 e viceversa, per questo quando Thomas parla del suo mondo sta parlando anche alla nostra memoria. E cerca di individuare una possibile verità: quella che conosceranno i nostri discendenti tra un secolo, quando il mondo sarà stato devastato dalle guerre e dal cambiamento climatico:
«Il nostro traguardo più alto era non essere in guerra. Non bastava raccontare a noi stessi che adesso i mari erano più puliti, e la vita vi stava facendo ritorno, e che le nostre isole sotto la luce giusta apparivano belle e lussureggianti. Tutto questo non dipendeva da un comportamento virtuoso. Era il risultato del crollo della civiltà. Ogni volta che gli esseri umani si fanno da parte, il resto del mondo vivente torna pian piano a fiorire». (p. 117).
Proseguendo su questa alternanza di piani temporali: «i più grandi pensatori del ventesimo e ventunesimo secolo erano tormentati da un mondo innamorato della guerra e dei suoi aspetti tecnologici, e ne avevano scritto magistralmente. Quanto a noi, le sole cose che ci impedivano di saltarci alla gola erano il mare e la penuria di metalli con cui fabbricare armi decenti» (p. 119).
Il dovere della chiarezza: il romanzo come atto di responsabilità
Quale destino attende dunque il futuro degli studi umanistici? Niente di rassicurante dal momento che gli studenti «non hanno interesse per la storia» (p. 43), «si iscrivono a facoltà umanistiche perché non hanno talento per le discipline matematiche o tecnologiche» (p. 87), e pensano che «gli antichi [cioè noi] erano una banda di selvaggi sterminatori, rozzi e ignoranti» (p. 87). «Le discipline umanistiche sono costantemente in crisi» (p. 69), e lo saranno definitivamente nel 2119 di McEwan. Per questo oggi più che mai è compito della letteratura non tanto fornire risposte, ma spingere il lettore a porsi domande, a scardinare le proprie certezze, interessandosi delle vittime delle numerose guerre in atto, della sicurezza dell’intelligenza artificiale, del ruolo della politica e delle istituzioni, dei soprusi alle democrazie liberali. Anziché promuovere libri scritti in prima persona, soggettivi, e incapaci di parlare di umanità. Ci ricorda Albert Camus negli anni Cinquanta del Novecento, autore citato più volte da McEwan, che nei momenti difficili della storia gli scrittori hanno il dovere della chiarezza: la letteratura deve essere compresa universalmente, senza ambiguità.
E nello specifico, il romanzo può essere il genere capace di sopportare ancora il peso di questa responsabilità collettiva. La ricerca di un sonetto è al centro della narrazione, eppure Quello che possiamo sapere è soprattutto un riconoscimento alla narrazione, al romanzo e alla verità che questo genere può consegnarci attraverso la sua chiarezza espressiva. Quella di Camus, e quella che rivendica Vivien proprio nel finale del libro: «Nessun ricorso a veli poetici, niente figure simboliche, nessun significato nascosto. Ciò che auspico è la chiarezza espressiva indicata da Albert Camus per i momenti difficili. Dovrei essere l’ultima persona a sostenerlo, ma esistono circostanze in cui la prosa dovrebbe eclissare la poesia» (p. 356)
Del resto quel sonetto era un miracolo di «parole tanto armoniose in contrasto con la natura stessa del suo essere», ma «il miracolo era anche una menzogna» (p. 358).
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