Proposte per giovani lettori – La porta delle stelle. Un racconto di Natale di Ingvild Rishøi
Assaggio di lettura
A volte ripenso a Tøyen. E allora lo rivedo in tutta chiarezza, il mio quartiere.
La gente esce dal super con i sacchetti della spesa, spinge il passeggino nella neve, corre a scuola con lo zaino che gli rimbalza sulla schiena e durante la ricreazione il custode si fa la sua sigaretta appoggiato al pilastro del portone. Poi la neve si scioglie, gli alberi di Natale restano spogli e marroncini davanti ai palazzi e i prati tornano verdi e pieni di denti di leone, e continua così, la gente cammina dritta, barcolla, si rimette a camminare dritta, i bambini nascono e i vecchi muoiono, e durante la ricreazione il custode si appoggia al pilastro del portone e soffia il fumo verso il cielo.
È allora che pensa a me. Perché aveva capito tutto, adesso me ne rendo conto. Guarda al di là dei tetti e ricorda ogni cosa. (p.7)
Il genere
La stessa autrice lo definisce racconto; ma non mancano le suggestioni fiabesche, che rimandano a Andersen (La piccola fiammiferaia) e a Dickens (Canto di Natale), con una sapiente dose di correttivi narrativi e anche “emotivi”. Anche per questo e come per tutte le fiabe, è una storia che va bene per qualsiasi età: non appartiene infatti alla categoria di storie esplicitamente destinate al pubblico cosiddetto “Young adult” e proporlo ai giovani lettori è una scelta di chi scrive.
Il titolo
La porta delle stelle è il nome di un pub dove il padre di Ronja, la protagonista della vicenda, trascorre colpevolmente parecchie giornate anziché lavorare. E tuttavia la storia ha un sottotitolo: Un racconto di Natale; e il sottotitolo diventa piano piano la guida per comprendere quali accessi apra quella porta, e a quali stelle.
La storia
La vicenda, ambientata in un presente perfettamente riconoscibile, è narrata in prima persona da Ronja, una ragazzina di dieci anni. Orfana di madre, vive in un piccolo appartamento alla periferia di Oslo insieme al padre e alla sorella, Melissa, maggiore di sette anni. Si vogliono molto bene e hanno sogni semplici: cose buone da mangiare, una baita calda nel bosco, un grande albero da addobbare a Natale. Tuttavia c’è un problema: quel papà – invero molto simpatico e affettuoso – agli orari e ai luoghi di lavoro preferisce il tempo pieno del pub; anche quando le figlie riescono a trovargli un impiego presso il popolarissimo vivaio degli abeti natalizi, vincendo le resistenze e i pregiudizi del proprietario, l’uomo non resiste più di un mese ai ritmi lavorativi e torna a sbronzarsi. La famiglia pertanto, assediata dai debiti e minacciata da freddo e fame, è perennemente sull’agenda dei servizi sociali e nel mirino del giudizio frettoloso degli estranei (grandi e piccoli) e del cinismo dei profittatori. Altri però (il custode della scuola, un vicino di casa, un misterioso passante…) la osservano con uno sguardo diverso: non pettegolo né istituzionale, ma solidale, senza che questo significhi indulgente o pietoso; e in modo diverso, ma sostanziale, vanno in aiuto delle due sorelle, che, per scongiurare l’affido a un istituto per minorenni, decidono di assumere l’impiego paterno, combinando acrobaticamente gli impegni scolastici con l’attività del vivaio, resa frenetica dall’imminenza del Natale. In realtà l’unica che possa ufficialmente presentarsi a lavoro è Melissa; Ronja è troppo piccola. Ma, approfittando dell’assenza prolungata del padrone, Tommy, il commesso del vivaio – giovane padre squattrinato – mette in piedi insieme alle due sorelle una sorta di commercio parallelo di ghirlande, di cui la bambina, sveglia e intraprendente come la sorella maggiore, è l’anima: la gente passa, la vede, si commuove, acquista la ghirlanda. Con i soldi guadagnati, forse potranno anche loro acquistare un grande albero di Natale e qualche regalo; intanto possono mangiare e fare i compiti al caldo. Però al vivaio fa freddo, tanto. Ronja si ammala, un gran febbrone la costringe a casa, sola. Il padre non c’è, Melissa è al lavoro, il vicino amico stranamente non apre la porta. Ronja corre al vivaio e, stremata per la febbre e la paura di essere scoperta dal padrone, si nasconde sotto un enorme abete di Natale. E lì, mentre impazza una tempesta di neve, la raggiunge Melissa e le due sorelle si addormentano vicine. Al loro risveglio, prendendosi per mano, varcheranno insieme la porta delle stelle.
Ecco com’è finita.
È cominciata, poi è andata avanti, e alla fine è finita. Proprio così. Il seme germoglia, cresce e diventa un abete che mette le pigne e diventa ancora più alto, poi cade e muore. La gente s’inventa delle divinità e poi le dimentica, però tutto continua. Le stagioni vanno e vengono, e forse dietro il distributore il punto vendita di alberi di Natale non c’è più, resta solo qualche ramo di abete a terra, è il Cerchio della vita. E ogni tanto vengono i giorni in cui il sole scalda le rocce lisce dove ti puoi sdraiare a pancia in giù. Ti tuffi nel mare e qualcuno ti sorride sott’acqua, ma poi devi tornare in superficie a riprendere fiato, e così continua. Ma senza di noi. (p.154)
I personaggi
Il sistema dei personaggi è probabilmente il punto di forza del racconto. Ronja, protagonista e voce narrante, è molto lontana da quello che – per età, condizione sociale, situazione familiare, oltre che affinità geografica e ambientazione “stagionale” – potrebbe apparire il suo antecedente più ovvio, ovvero la piccola fiammiferaia di Andersen. Tutt’altro che remissiva e sottomessa, la bambina ricorda piuttosto, a tratti, la Matilda di Dahl per ironia, acume, spavalderia; ma la surclassa per dolcezza, e per la qualità speciale dei suoi sogni comuni. Perché Ronja non è un genio incompreso: è solo una bambina che vorrebbe fare la bambina. Nume tutelare della sua infanzia, costantemente minacciata dagli errori e dai problemi degli adulti, è la sorella Melissa; madre e padre insieme, la ragazza protegge Ronja dalla realtà con la verità: non le nasconde mai le difficoltà economiche, le mancanze paterne, la crudeltà dolosa o banale della gente, ma con fermezza, e piglio, e incantevole rabbia si batte perché Ronja, quella realtà, possa lucidamente vederla, riconoscerla, affrontarla, ma anche viverne le promesse, le speranze, le piccole gioie (preziose le pagine in cui Melissa, sfinita da una massacrante giornata di lavoro, si mette alla ricerca del costume da Santa Lucia, affinché Ronja possa prendere parte alla sfilata a scuola). Smentendo secoli di ottuso ossequio al talis pater, talis filius (filiae, in questo caso), si direbbe che le due sorelle siano animate da senso del reale in misura inversamente proporzionale al padre, sognatore della specie peggiore: quella che suscita i sogni negli altri e li lascia a sognare mentre si dimissiona dalla vita quotidiana, fatta anche di bollette, pulizie di casa, cibo, coperte, e recite di Natale, e dalla vita affettiva, fatta anche di ascolto, lucidità, presenza, e recite di Natale. C’è chi se ne accorge e ne approfitta (il padrone del vivaio assume Melissa al posto del padre dimezzandole la paga); chi se ne accorge, ma ci ha i guai suoi a cui pensare (Tommy, il commesso del vivaio); chi se ne accorge e bussa alla porta, e minaccia di chiamare la polizia, e, quando Ronja gli urla di non farlo, le dice piano non chiamo nessuno, voglio solo che tuo padre capisca due o tre cose (p.29) e questi è il signor Aronsen, il vicino di casa, figura straordinaria, una sorta di babbo Natale burbero che non porta doni, non fa miracoli, non rende buoni i cattivi, ma stira l’abito di santa Lucia, assiste alla recita in vece del padre, si dice nonno di Ronja davanti agli altri bambini. E poi c’è il custode della scuola, un reduce di guerra, che insegna a Ronja e Melissa il rimedio estremo che in guerra ha imparato: «Chiudere gli occhi, perché certe cose è meglio non vederle» (p.108).
Perché proporne la lettura
Gli ingredienti ci sarebbero tutti per fare di questo racconto una zuppa sentimentale in cui bagnare il pane del buonismo giudicante: c’è la povertà, c’è l’infanzia derelitta, c’è l’indifferenza di un prossimo molto poco capace di approssimarsi agli altri. Ma niente induce al sentimentalismo, semmai al riposizionamento assennato dei sentimenti; che sarebbe già motivo sufficiente per leggerlo.
Qui infatti la povertà non è uno status oleografico, ma è figlia di responsabilità individuali e collettive e pertanto è difficile metterla a tacere con i regali di Scrooge, spaventato dall’apparizione dei Natali. È una povertà moderna e attualissima e per di più chi la abita non parla una lingua mescidata con quella di esotici e distanti paesi-altri, quella dei lavavetri ai semafori, degli improvvisati venditori di accendini e fazzoletti di carta agli angoli delle strade, dei raccoglitori sottopagati di pomidoro nelle campagne. No. Melissa e Ronja hanno nomi norvegesi (e in norvegese esplicitamente allusivi: a un temperamento forte Melissa, a un cielo stellato Ronja), padre norvegese, casa norvegese, vicini norvegesi, frequentano scuole norvegesi e parlano in norvegese. Ma sono povere. E questo genere di povertà, povertà “indigena” e non “d’importazione”, ai ricchi suscita ancora più imbarazzo di quella dei lavavetri e raccoglitori di pomidoro, perché generata dallo stesso ventre che ha prodotto la loro ricchezza. Girano le spalle per non vederla. Ma la notte di Natale è la notte dei miracoli: «I miracoli capitano», diceva sempre il custode. «A volte non c’è altra via d’uscita, e allora capita un miracolo» (p.146). E forse quella notte qualcuno si accorgerà di Ronja, di Melissa, della loro storia.
Informazioni editoriali
Scritto da Ingvild Rishøi (autrice già molto affermata nel suo Paese e ora sempre più apprezzata anche fuori dai confini della Norvegia), La porta delle stelle è stato pubblicato nella sua lingua originale nel 2021 e in Italia da Iperborea nel 2024 (centocinquantasei pagine), con la traduzione di Maria Valeria D’Avino.
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