Marco Balzano, narratore della migrazione
Marco Balzano è un narratore della migrazione: non di quella contro cui l’Europa innalza ora i suoi nuovi muri ma di quella italiana del “miracolo” economico che dei flussi globali è stata, per certi aspetti, preannuncio e figura.
I suoi tre romanzi (Il figlio del figlio, 2010; Pronti a tutte le partenze, 2013 e L’ultimo arrivato, 2014) raccontano la grande mutazione antropologica nostrana attraverso diversi sguardi generazionali e diverse prospettive culturali comprendendo, tra di esse, costantemente, le voci di giovani intellettuali. Il serbatoio tematico di queste narrazioni è autobiografico: nato a Milano nel 1978 da una famiglia pugliese, Balzano è stato precario della ricerca (in I confini del sole, il suo studio su Leopardi e il Nuovo Mondo del 2005, il tema dell’alterità è già presente) e ora lavora come insegnante nei licei e nelle scuole medie.
Dopo la duplice vittoria, con L’ultimo arrivato, del Premio Volponi e del Premio Campiello, Sellerio ha deciso di ristampare il suo primo romanzo, Il figlio del figlio, uscito da Avagliano e ormai introvabile. E’ dei tre il libro più bello, come spesso capita quando un esordio è già robusto e maturo: è la storia «di scabra semplicità» (La Capria) di un viaggio di tre uomini da Milano a Barletta per vendere la vecchia casa di famiglia. Lo spazio (quello esterno, della dorsale adriatica e quello interno, della casa in rovina) diviene a ogni pagina una metafora psicosociale di dialogo e conflitto tra generazioni, come accade ne La strada di San Giovanni di Calvino citata in esergo. Un nonno, un figlio e un nipote, in tal modo, attraverso le solide risorse della finzione narrativa, sono «messi in riga per ricomporre il tempo».
Il nonno Leonardo è un contadino pugliese analfabeta, emigrato a Milano con moglie e quattro figli negli anni del boom: un ottantenne «grande e grosso come un guerriero», gigantesco e asmatico, legato alla terra e all’impegno politico, costitutivamente incapace di integrazione. Il figlio Riccardo, arrivato adolescente al Nord, diplomato perito alle serali, all’euforia per le opportunità dei consumi ha sostituito un mutismo spaesato. Il nipote Nicola, figlio del figlio, protagonista e voce narrante, è il primo della famiglia ad essersi laureato, il primo a non cercare altri lavori fuori della scuola, il primo ad amare lo studio: è in tal modo una delusione per i suoi genitori secondo i quali studiare significa «non diventare mai uomo».
Come nei grandi romanzi di Elsa Morante e di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, anche in Il figlio del figlio il vero protagonista della narrazione è il corpo della vecchia casa meridionale in rovina con le sue crepe, la sua cisterna sgocciolante e i suoi mobili ammuffiti. E’ un corpo in disfacimento, che nasconde animali clandestini, muffe, calcinacci, ma è anche, al contempo, un deposito di ricordi cristallizzati in oggetti: giocattoli, palette, secchielli, vecchie fotografie. Nicola bambino vi ha trascorso le vacanze al mare e con «Nonò» andava a fare «giri lontani» sulla bicicletta a due sellini, abbracciato a quella creatura grande che gli narrava le storie di guerra. Il nonno era al contempo il depositario di saggezza e di memoria ma anche un analfabeta: e grazie a ciò Nicola si sentiva importante nel leggergli le insegne dei negozi a voce alta. In questa duplice, reciproca acculturazione sul sellino della bici è possibile intravvedere il nucleo originario e profondo di resistenza e di senso dell’intero testo: il valore del lavoro pedagogico che accomuna Nicola ai personaggi de Pronti a tutte le partenze e de L’ultimo arrivato.
Se, come suggerisce un altro scrittore contemporaneo, i romanzi sono sempre, in qualche modo, «inventari di cose perdute, (…) di una speranza, un sentimento, una donna, un mestiere, perfino una fabbrica» (E. Rea, La dismissione, 2002), anche Il figlio del figlio racconta di una perdita: la casa al mare desueta, la sezione del partito dismessa, il compagno Ciccillo defunto, Nonò stesso, che «ansima come un rospo» ammalato di asma, se ne stanno per andare via per sempre. Non a caso, dopo il funerale dell’amico Ciccillo e la vendita dell’immobile, tra malinconia e rancore, Leonardo torna da solo a Milano. La migrazione e la mutazione sono in tal modo definitivamente compiute: «quando nonno Leonardo non ci sarà più e non ci sarà più la casa al mare, diventeremo tutti milanesi davvero, (…) con la mia nascita e con la morte dei nonni inizia una nuova storia e della prima si perderanno in fretta le tracce». Del resto, anche la terribile, ultima solitaria guerra del nonno per ripulire il terrazzo dai piccioni e dai loro escrementi è un canto del cigno della vitalità contadina e insieme un’allegoria di perdita e di autodistruzione: «poco a poco chiudiamo con tutto».
Venduta la casa, i tre non viaggeranno più assieme: il nonno torna a Milano in treno, Riccardo va con la macchina dal notaio a Potenza. Nicola incontra a S. Ferdinando la nonna Caterina, uno spirito libero che vive in una solitudine abbandonata e che cuce cantando. Andando da lei in pullman Nicola non avverte nostalgia: ed è nonna Caterina, la più radicata nel mondo ormai perduto, la sola capace di riconoscere il valore del lavoro intellettuale del nipote e di sfidarne pacatamente la precarietà: «Be’? È proprio vero che sei professore?» «Si, ma senza lavoro». «Arriverà».
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