Inchiesta sulla letteratura Working class/2 – Giovanni Garancini
Continuiamo l’inchiesta sulla letteratura working class avviata con Ferruccio Brugnaro, dando voce ad altri poeti. Le domande che abbiamo rivolto loro sono le seguenti: ciascuno è stato libero di rispondere alle singole questioni o con un testo unico.
- Come ti rapporti alle categorie in questione? Ritieni che la tua scrittura possa rientrarvi?
- Come scrittore/ scrittrice svolgi due lavori: uno è il tuo lavoro “salariato/dipendente”, quello che ti dà da vivere; l’altro è invece quello della scrittura. Come vivi questa duplice identità e come riesci a conciliare i due mestieri?
- Con quali scelte formali metti a tema il lavoro e una condizione di classe? Più in particolare quali generi, strumenti espressivi e forme (memoria, autobiografia, romanzo, personal essay, poesia, graphic novel) ritieni più appropriati per rappresentare questa condizione?
- Quali letture hanno avuto maggiore importanza per la tua formazione e qual è il tuo rapporto con la tradizione letteraria? Ci sono autori e autrici che sono diventati per te dei punti di riferimento? Hanno contato o contano di più autori italiani o stranieri?
- L’accesso a pratiche culturali tipiche dei ceti medi per chi proviene da un contesto familiare subalterno può produrre un senso di perdita delle origini – quella “melanconia di classe” di cui parla Cynthia Cruz nell’omonimo saggio – e la percezione di essere un “transfuga di classe”. Come vivi questa situazione di ambivalenza?
- Perché scrivi? Per chi scrivi? Come sei arrivato a scrivere? Come rispondi alla tendenza dell’industria editoriale a cercare di adattare il racconto della classe a quel paradigma vittimario che Prunetti definisce “misery porn”?
Giovanni Garancini ha risposto con il testo che proponiamo. Le pubblicazioni dell’inchiesta continueranno con cadenza quindicinale.
È con viva gioia che accetto il vostro invito, soprattutto spronato dalla comunanza ideale e politica che ho avuto con il vostro mentore, Romano Luperini, proprio negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Anni contrassegnati (seppur per un breve periodo) da una cultura operaia quasi egemone – di certo non più subalterna – in vasti e diffusi ambiti sociali. In grado e con la forza ideale di influenzare, con l’aiuto dei movimenti di giovani intellettuali e delle donne, i gruppi di potere e la stessa classe politica a riformare concretamente il nostro paese. Conquiste ora rimesse in discussione in molte parti del mondo col ricatto, la violenza, il sopruso. Per non parlare degli orrori nelle aree di guerra.
Io appartengo a quella generazione, a lungo indomita, ora in via di estinzione, per età e forze residue. Non rientro quindi in quella casistica dei “nuovi lavori” che ora è giusto rappresentare ma piuttosto in quella dei “testimoni” di un’epoca, che spera di aver lasciato una traccia. Prima giovane operaio in una piccola fabbrica, poi attivista sindacale e politico in una grossa impresa automobilistica (dove è avvenuta la mia maturazione di classe), e nel frattempo lo studio “matto e disperatissimo” (in apnea fra vita e lavoro e famiglia) per la laurea in lettere e la mia passione per l’antropologia, l’oralità e la cultura operaia. Nel 1980 a Milano (Arcore, per la precisione) con Sandro Sardella ed altri operai di fabbrica (Brugnaro, Di Ruscio, Di Ciaula, Guerrazzi, Voller …) fondiamo la prima rivista di letteratura operaia, interamente scritta da lavoratori, diffusa in tutta Italia in forma militante, a partire dai grandi centri operai. Entriamo di prepotenza nell’annoso dibattito tra Letteratura e Industria (Il Politecnico, Il Menabò); recuperiamo autori operai del primo Novecento, il Neorealismo; antiche forme di alterità letteraria e soprattutto diamo voce a centinaia e centinaia di lavoratori che scrivono: poesie, brevi racconti, lettere, aforismi, invettive, resoconti di lotta, affanni di vita reale; ci ispiriamo a una lunga tradizione di scrittura “subalterna” e di classe (non solo italiana e, in seguito, non solo operaia, non solo maschile e attraversando tutte le arti). Antagonismo e conflitto sono i nostri punti di forza: crediamo in una società che debba necessariamente “costituirsi” di quello, pur nelle alterne fasi storiche, a garanzia stessa delle nostre democrazie. Resisteremo fino alla metà degli anni Novanta poi, massacrati dalle ristrutturazioni e dalle intemperie della vita, “abiti-lavoro” – quaderni di letteratura operaia, chiude le pubblicazioni. Qualche intellettuale e poeta (Giancarlo Majorino e Roberto Roversi, fra tutti) si accorge di noi, qualche professore universitario ci indirizza laureandi o ricercatori, fino a che riesplodono alcune lotte operaie, Alberto Prunetti ci invita al Festival working class di Campi Bisenzio (dove avviene una sorta di passaggio di consegne fra la nostra e una nuova generazione operaia) e Monica Dati (di Lucca!) ci dedica un’intera ricerca: “Si dovrebbe insomma pensare a dei poeti operai”, L’esperienza della rivista “abiti-lavoro” 1980-1993, Tab edizioni, Firenze, 2024.
Di mio ho pubblicato ben poco: un libretto giusto quaranta anni fa, qualche testo su varie e antiche testate, prefazioni per i libri di amici e compagni. Tuttavia dirigere una rivista (e voi lo sapete) non è cosa da poco, è un’esperienza esaltante ma dentro la vita che è fatta almeno di un altro lavoro, la passione civile e la responsabilità familiare, lascia ben poco tempo/spazio per vanità proprie. Ma ho sempre scritto e continuo a farlo, perché credo che anche questo sia “costitutivo” del nostro fare umano, come lasciare le impronte, mangiare la frutta, guardare le stelle.
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