Laura Pariani – Lo sguardo dal basso della Bambina Senzapaura
Laura Pariani è una narratrice di razza. Non ha solo alle spalle una produzione letteraria molto ampia (una trentina di titoli tra romanzi, racconti, libri per bambini, testi teatrali e fumetti) ma ha soprattutto il dono dell’affabulazione: ha mondi da raccontare e parole per costruirli. I temi che ricorrono nella sua narrativa sono sostanzialmente due: da una parte l’attenzione agli ultimi della terra (che possono prendere i volti dei pitocchi del Seicento, degli emigranti italiani in Argentina, delle fasce deboli della società, in primis le donne) e, dall’altra, la rappresentazione dell’infanzia.
Nel romanzo “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara (2017) – in buona misura autobiografico – il titolo allude alla capacità che le narrazioni hanno avuto di incidere sull’immaginario della piccola protagonista e di “salvarla” da un futuro di subalternità e di piattezza. Sono le storie – quelle lette sui libri e quelle viste al cinema – che, da un certo momento in poi, indicano alla Bambina il suo futuro:
È forse in questo momento che la Bambina prende a decisione di divenire scrittrice, per scrivere libri che vorrebbe leggere. Certo, a prima vista potrebbe sembrare in contraddizione con la sua scelta precedente: quella di diventare astronauta esploratrice di altri mondi. Ma forse non è così. Come se intuisse che scrivere è la professione più simile all’essere in orbita fuori dal Mondo. (L. Pariani, “Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara, Torino, Einaudi, 2017, p. 145. – Lezione di Biblioteconomia)
Il romanzo è suddiviso in quattro parti che segnano il passaggio dall’infanzia innocente e creaturale della protagonista alla sua inesorabile perdita: alla Bambina Senzapaura succede la Bambina Quasiperduta; alla Bambina Attonita subentra quella Svaporata. Non è un caso che la IV parte – quella che di fatto segna in modo perentorio la fine dell’infanzia – si apra con una citazione in esergo tratta da L’isola di Arturo di Elsa Morante:
Ebbi un pensiero di rivolta contro l’assolutezza della vita, che mi condannava a percorrere una Siberia sterminata di giorni e di notti prima disciogliermi a questa amarezza: d’essere un ragazzino. (Ivi, p. 199.)
Il libro presenta una struttura molto particolare: il narratore in terza persona adotta il punto di vista dell’anonima Bambina che cerca di decifrare il senso del mondo e di restituirlo tramite una nutrita serie di “Lezioni” di vita (ad esempio: L. di cucito; L. di diritto privato; L. di filosofia; L. di fiuto; L. di regolamenti celesti ecc). Creaturalità e sguardo dal basso finiscono col demistificare, nella quotidianità, la logica apparentemente inflessibile del mondo degli adulti. Di pagina in pagina, proprio come accade ad Arturo nel romanzo morantiano, la Bambina smaschera le convenzioni, le falsità, il perbenismo del paese della Noia dove trascorre i suoi giorni.
È così che, nel corso della lettura, si passa dalla beatitudine della fanciullezza innocente e incantata, qui rappresentata dalle immaginarie galoppate sul dorso di Brigliadoro, alla sua perdita definitiva. La “Lezione di equitazione” con cui si apre il libro è esemplare:
A sei anni, la Bambina comincia a cavalcare sul suo cavallo Brigliadoro, innànz-indree da casa alla piazza del Paese della Noia, dove i Vecchiardi del Circolone passano il tempo a ciccare e giavanare. […]
La cavalcata avviene in genere a metà pomeriggio, quando Nonna immancabilmente si accorge che le manca qualcosa di indispensabile per il pasto serale. […] Allora, col biglietto della spesa in tasca, lei balza impetuosamente su Brigliadoro e, per contentare le voglie giratòrie della sua cavalcatura, allunga la strada fino a fare il giro completo del Paese della Noia. (Ivi, p. 5)
Fin dalle prime pagine spicca, oltre all’originalità della struttura, la qualità linguistica del romanzo: all’impiego di un italiano ricco nel lessico e suadente nella sintassi si unisce infatti una patina dialettale lombarda (ad esempio “barbelare” per gelare; “sguigno” per lamento; “giavanare” per chiacchierare); l’impasto è reso ancora più originale dalle innumerevoli invenzioni lessicali dell’autrice, particolarmente evidenti nell’onomastica dei personaggi (Zio-comunista-ma-bravo; la Serpenta; Zia Troppotardi; Cugina Tre-Sigarette).
L’opera si configura come un Bildungsroman che si dipana tra l’innocenza spensierata della Bambina Senzapaura e la consapevolezza ormai disincantata della Bambina Svaporata grazie al costante confronto con il mondo degli adulti. Tra tutti è la madre che condensa contemporaneamente ogni paura e ogni tentativo di ribellione della Bambina, mettendo in discussione gli stereotipi del senso comune sulla maternità tenera e soddisfatta:
«Non star lì a poltrire con quel libro in mano! Ti credi una principessa che può scansare i lavori di casa? – mugugna Madre -. Mettilo via subito e vieni qui ad aiutarmi a lucidare le pentole, ché almeno imparerai qualcosa di utile nella vita!» (Ivi, p. 145 – Lezione di Biblioeconomia)
Frugando tra i libri della Bambina, Madre ha trovato un quadernetto di versi; li ha letti e giudicati una bizzarria insana. […] Madre-Geova guarda il mondo e ciò che vede non è buono. «Hai voglia di una lezione? – domanda scandendo le parole con lentezza. – Ti accontento subito», grida, la testa cinta dal nembo che sempre accompagna gli dei quando terminano di parlare con quei meschinelli degli umani. L’esito del processo è immancabilmente la cantina. (Ivi, p. 213 – Lezione di diritto penale)
L’altro adulto da temere nel Paese della Noia è il Grande Infame, il “padre padrone” del compagno di scuola che, non a caso, la protagonista ribattezza Agnusdèi, a ribadire il carattere sacrificale dell’infanzia dell’amico vessato dall’uomo. L’episodio cruciale che segna la fine dell’innocenza – il suicidio di una ragazzina di soli tre anni più grande – è centrale nella parte del romanzo titolata la Bambina attonita. La vista del corpo della Ridaròla allestito nella camera ardente della chiesa parrocchiale e le chiacchiere che finiscono per circolare sul suo conto, unite al ricordo di una scena a cui la Bambina aveva involontariamente assistito alcuni mesi prima in aperta campagna, costituiscono il trapasso verso un mondo di violenza e di mistero che va ben oltre i castighi materni e di cui è causa il Grande Infame:
Qualche sera dopo, sente le Cugine della corte Dolinda sussurrare tra loro in un baobabào da megasibille: la Ridaròla aspettava – aspettava !? – un bambino, aveva già la vita un po’ sformata. Ne parlano come di un terribile peccato.
«Com’è possibile? – si chiede la Pèll-di-pecora. – Non era mica una tìcche-tàcche».
La Frigolité si domanda chi sia quel disgraziato che l’ha «adoperata». Adoperata?!… La parola annichilisce la Bambina.
La Levaèjus dice che qualcuno l’ha messa in compra e poi l’ha sbadilata: «Bisognerebbe castrarlo», sibila sputando di lato, chè la faccenda le dà il pillòtto.
Nel Paese della Noia – forse in tutti i paesi – per mantenere un segreto bisognerebbe essere dispari e meno di tre. Eccosì la voce circola. (Ivi, p. 188 – Lezione di realismo)
La protagonista, tuttavia, non è circondata solo da adulti gretti o violenti; tra le figure più importanti per la messa a fuoco del suo destino c’è la Zia Giovane, che «ha il dono di raccontare riuscendo a farle vedere i personaggi, appassionarla delle loro voci» (p. 84) e che spesso la porta con sé al cinema.
Allo stesso modo, il Paese della Noia è al contempo il paese premoderno della fatica del lavoro rurale e domestico e dell’ignoranza, ma è anche una sorta di luogo mitico da dove riemergono, rappresentati, modi di vita e figure paesane spariti dopo il Miracolo economico: le bambine possono giocare in strada a “Tocca-Ferro”, a “Fornaio-fornaio-è-pronto-il-pane”, a “Salto alla corda”; nel negozio di alimentari il salumaio è definito “con-la-matita-dietro-l’orecchio”; il Circolone, cuore pulsante della piazza, è l’osteria dove i Vecchiardi spendono il loro tempo, tra sigarette, chiacchiere e gioco di carte.
“Domani è un altro giorno” disse Rossella O’Hara, insomma, racconta la difficile arte del crescere fra modo fiabesco e modo drammatico, senza elegia sullo sfondo di un mondo che non c’è più: Pariani, prendendo a modello Elsa Morante, tematizza – con diverse soluzioni linguistiche – la creaturalità intatta e potente del mondo infantile nel perenne conflitto con la logica disincantata e in apparenza inappellabile del mondo adulto.
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