
Quando Italo Calvino era un mollusco. Su Calvino fa la conchiglia di Domenico Scarpa
Costruire la conchiglia
Fra i tanti testi su Calvino, pubblicati in occasione del centenario, questo di Domenico Scarpa, uscito ad aprile per Hoepli, si guadagna senza dubbio la palma del più voluminoso: oltre ottocento pagine (quasi duecento delle quali occupate da note, fonti, bibliografie e indici), a cui se ne aggiungono una trentina fuori testo, che contengono materiale iconografico spesso inedito o di difficile reperimento: fotografie, disegni, copertine, articoli di giornale, fumetti, vignette, a testimoniare lo stretto legame dello scrittore con la dimensione visiva.
Calvino fa la conchiglia è il coronamento della pluridecennale ricerca che Scarpa ha dedicato allo scrittore sanremese, e che qui viene sussunta, rielaborata e ristrutturata in una nuova veste, con molte aggiunte originali.
Un materiale così ponderoso richiede un elemento unificante, che Scarpa trova nel racconto “La spirale”, l’ultimo delle Cosmicomiche: il protagonista, un mollusco primordiale che a poco a poco costruisce attorno a sé la propria conchiglia, viene letto come un autoritratto ideale dell’autore; da cui il sottotitolo, «la costruzione di uno scrittore». Idea per niente peregrina, anzi del tutto sensata se si pensa che il tema dell’autocostruzione, del rapporto fra Sé e Mondo, dell’attrito con la realtà è onnipresente nell’opera calviniana. Scarpa elegge questa immagine a cifra, emblema araldico, chiave di lettura, focalizzando di volta in volta l’attenzione sulla conchiglia (l’esoscheletro, la corazza interposta con fatica tra l’io e la realtà esterna) e il mollusco (l’interno molle, la psicologia, tutto ciò che Calvino ha sempre tentato con acribia di celare, ma che ogni tanto riemerge da spiragli e feritoie nascoste). Questa traccia gli consente di trattare «i suoi libri tutti diversi» e di «cogliere il loro nucleo unitario […] senza sacrificarne la forma irripetibile».
Calvino fa la conchiglia è dunque un tentativo di trovare l’unità nella molteplicità – anche quest’ultimo, ovviamente, termine calvinano – e di tracciare un ritratto dell’autore che renda giustizia a tutte le sue sfaccettature: lo scrittore sempre alla ricerca di nuovi traguardi, ma anche la vicenda umana, l’attività politica, il lavoro editoriale, le amicizie, le relazioni intellettuali, e via dicendo.
Tentativo riuscito, diciamolo subito, per l’indubbia competenza dell’autore, che alterna capitoli di cronistoria ad altri in cui cerca di fare il punto e tracciare linee di congiunzione. Un libro, quindi, che si presta a molte letture simultanee, da quella puramente lineare a quella ipertestuale, che salta continuamente a per cercare somiglianze e differenze tra punti differenti della sua parabola letteraria.
Le donne, gli amori, il padre
Inutile qui tentare di render conto di tutto: inutile e forse anche ingiusto verso l’autore e il lettore. Limitiamoci a dare qualche campionatura tra quelli più significativi. Uno, ad esempio, il tema dell’intercapedine, dello spazio interposto tra la psiche e la realtà, che Scarpa individua in germe nel Sentiero dei nidi di ragno e di cui poi segue le tracce lungo l’opera calviniana. O il tema del paesaggio, onnipresente nell’opera di Italo Calvino: autore all’apparenza cosmopolita come pochi, ma in realtà abbarbicato tenacemente al proprio luogo natìo, che riemerge spesso nei suoi scritti, dove meno lo si aspetta (si pensi ad esempio alla splendida prosa d’arte di “Dall’opaco”, o a certi scorci delle Città invisibili).
O ancora la donna e l’amore, additati come fili rossi non solo dove sono più evidenti (per dirne una: Cosimo e Violante nel Barone), ma anche in opere – una su tutte: le Cosmicomiche – dove invece ci si aspetterebbe di vedere emergere il Calvino più razionale e geometrizzante: a torto, perché chi ha letto con attenzione quel libro sa che proprio lì sboccia, spesso, la sua vena più surreale e capricciosa. Lo scrittore si rivela quindi costantemente attratto da una figura femminile opposta alla sua, un principium individuationis sempre inseguito e sempre perduto.
Ma ci sono anche percorsi di natura biografica, ad esempio i tanti omaggi nascosti alla figura del padre, Mario Calvino, che sono disseminati nell’opera calviniana: dal nome del visconte dimezzato, Medardo di Terralba (“Terralba” era la villa in cui Mario era nato, nel 1875), al bellissimo – e giustamente celebre – racconto La strada di San Giovanni, fino al resoconto del viaggio a Cuba, che un Calvino quarantenne compie insieme alla fresca sposa argentina Chichita, sulle tracce non solo del proprio luogo di nascita, ma anche dell’eredità paterna. O l’indagine accurata sugli anni giovanili, a Sanremo, ricca di nomi e personaggi che ogni tanto rifanno capolino, mascherati e cifrati, nei racconti di Ultimo viene il corvo, ma anche in testi più tardi L’entrata in guerra, Gli avanguardisti a Mentone o La speculazione edilizia.
Un libro plurale
Insomma, Calvino fa la conchiglia ha la capacità di creare relazioni inaspettate, percorsi a ostacoli, a partire dal primo capitolo, con l’incontro mancato – e ovviamente impossibile – tra un Calvino bambino e un Pirandello di passaggio per Sanremo.
Un libro, per ammissione dell’autore stesso, ibrido, difficile da ricondurre a una tipologia: biografia? saggio critico? opera di divulgazione? lettura per specialisti? Di certo, un’opera totale, un Gesamtkunstwerk critico; eppure, nonostante la voluminosità, non un lavoro destinato (solo) al lettore già agguerrito, anzi tutto il contrario: lo denuncia lo stile, che evita i tecnicismi e adotta un andamento affabile e comunicativo; anche le note sono tutte a fine volume, insieme alla bibliografia, per non appesantire la pagina.
Il volume, piuttosto, è pensato per consentire più percorsi di lettura: chi già conosce Calvino può apprezzarlo a un livello più complesso e metatestuale, scoprendo anche alcune chicche inedite – racconti, interviste – che Scarpa ci regala; mentre per il non addetto ai lavori può essere (ammesso che si accetti di affrontare lo scoglio della mole) un’utile e piacevole lettura guida introduttiva a uno scrittore che scelse di costruire la sua pluralità intornoa un nucleo solido e consistente di temi, mantenuti fermi anche attraverso le mille metamorfosi.
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