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diretto da Romano Luperini

Su alcune pagine di Thomas Piketty: la Francia dopo la Rivoluzione, e Balzac

1 – La società moderna e la concentrazione delle ricchezze

Lo storico francese dell’economia Thomas Piketty è da qualche anno noto per un fortunato studio, Il capitale nel XXI secolo (in Italia dal 2014 per la Casa Editrice Bompiani); si tratta di un lavoro che mette assieme alla storia economica alcuni fra i temi e metodi prescelti dal filone che chiamiamo di «storia sociale», che risale agli anni trenta del Novecento e in particolare alla rivista «Les Annales». I “tempi lunghi” ne sono l’oggetto privilegiato, mentre fra i campi di studio si annoverano, fra gli altri, la storia dell’immaginario e delle ideologie, quella degli usi della vita quotidiana, delle aggregazioni sociali, e così via. Al volume citato sopra ne segue uno ancor più ponderoso, Capitale e ideologia, quasi 1.200 pagine fitte di esposizioni, notizie e grafici.[1] Un libro che ha un obbiettivo apparentemente ristretto (nelle dichiarate intenzioni dell’autore): quello di mostrare come le disuguaglianze sociali e la distribuzione iniqua delle risorse siano state giustificate nella modernità, soprattutto nel mondo occidentale, da parte delle élite che beneficiavano e beneficiano tuttora dei privilegi dello sviluppo economico (questa sarebbe, per l’appunto, la «ideologia» richiamata nel titolo). L’accentuazione della distribuzione della ricchezza, in luogo di categorie come produzione e rapporti di classe, non è propriamente nel canone marxista “ortodosso”. Ma possiamo lasciare ai teorici la definizione e gli eventuali aspetti da discutere del metodo e dei criteri di Piketty, e avvalerci dell’enorme ricchezza e degli stimoli che provengono dalle sue ricerche. Il libro non è di difficile lettura, per chi ha un po’ di conoscenza storica, e un minimo di familiarità, anche solo scolastica, con gli assi cartesiani e con gli istogrammi, ossia con le statistiche espresse graficamente, ma è indubbiamente ostico per le sue dimensioni e per la pluralità reticolare degli strumenti di analisi impiegati.  Io stesso, che ve ne scrivo senza essere né uno storico né un economista, ho saltato qualche paragrafo.

Qui non intendo affatto parlarne nella sua interezza, ma mettere a fuoco alcune pagine, quelle dedicate alla Francia nel secolo e mezzo, all’incirca, che segue la gloriosa Rivoluzione (altre potranno essere dedicate alla Gran Bretagna, agli Stati Uniti, allo schiavismo e così via). Per un sito dedicato alla letteratura, sebbene aperto a molteplici contributi che in essa si incrociano, quest’attenzione da porre su un libro di storia economica potrebbe generare qualche perplessità. Ma, a parte il fatto che i nostri docenti di letteratura insegnano spesso anche storia, e che il libro non manca di riferimenti alla letteratura (Balzac e Austen vi sono significativamente citati), mi pare importante ricordare che fatti storici e sociali di grande importanza influenzano direttamente la cultura e l’immaginario, il terreno di coltura della letteratura. E forse questa giustificazione non è nemmeno necessaria. Procedo dunque con l’esposizione di una parte che ritengo sia di interesse generale, anche perché fornisce informazioni analitiche e riflessioni che in parte sorprendono.

2 – Dopo la Rivoluzione francese: l’illusione egualitaria e l’“invenzione” di una classe media patrimoniale

Ecco quel che scrive l’autore quando affronta l’economia e la società successive alla Rivoluzione Francese (la Francia è ovviamente terreno privilegiato dallo storico), appena dopo aver esposto il metodo e i mezzi delle sua ricerca – lo ripeto, centrata sulle disuguaglianze sociali e sulle giustificazioni che le rendono compatibili con la retorica egualitaria della modernità capitalistico-borghese, – con un pathos poco frequente in chi fa ricerca sui dati economici di lungo periodo. Piketty, dopo la lunga introduzione metodologica, ha affrontato la transizione dalle società ancora fondate (detta «trifunzionale») su strutture, almeno simboliche, del regime feudale (come i privilegi nobiliari e per il clero), a quelle fondate sulla ricchezza e sul potere diretto della borghesia. Successivamente riassume i risultati della ricerca condotti sui registri delle successioni, lungo il periodo osservato, che parte dal 1789 e va esaurendosi fra il 1900 e il 1914. In questo quindicennio, che conclude la belle époque, la ricchezza privata mostra una straordinaria concentrazione: «più del 90% delle proprietà in possesso del decile superiore [ossia il 10% della popolazione] a Parigi, incluso il quasi 70% del centile superiore [dunque l’1%]» (p. 169); nella stessa pagina ci colpisce con questa breve digressione:

Il fatto che la concentrazione della proprietà possa raggiungere un livello così elevato e poi procedere con una progressione così forte nel periodo 1880-1914 – ovvero un secolo dopo l’abolizione dei “privilegi” del 1789 – è un aspetto che solleva interrogativi per il futuro e per l’analisi dei mutamenti in corso tra la fine del XX secolo e l’inizio del XXI. Si tratta di una scoperta che mi ha colpito in modo profondo – sia come ricercatore sia come cittadino – e che il mio gruppo di lavoro e io non ci aspettavamo (almeno, non in queste proporzioni), quando abbiamo avviato l’analisi degli archivi successori: soprattutto perché non è così che è stata narrata la società francese delle belle époque dalla maggior parte dei contemporanei. In particolare, le élite politiche ed economiche della Terza Repubblica amavano descrivere la Francia come un paese di “piccoli proprietari”, reso per sempre ugualitario dalla Rivoluzione francese.

L’abolizione dei privilegi fiscali e legali della nobiltà e del clero dopo la Rivoluzione, prosegue Piketty, non ha impedito tale stupefacente concentrazione della proprietà e del potere economico all’inizio del XX secolo, a livelli ancora più elevati rispetto all’Ancien Régime: «non proprio quanto auspicava un certo ottimismo di stampo illuminista», conclude l’autore. Del resto anche uno dei più importanti storici della rivoluzione, Albert Soboul, nutriva qualche dubbio sul reale peso che, nella tradizionale interpretazione apologetica e quasi mitologica del processo avviato dalla Rivoluzione, avevano e avrebbero avuto l’égalité e anche la fraternité. Insomma, i risultati della lunga ricerca, condotta per anni da lui e dal suo gruppo di lavoro, ha finito per sorprenderlo e per toccarlo anche «come cittadino».

Forse ancor più significativo dell’accorata conclusione che abbiamo letto sopra è il processo che porta ad essa, illustrato da grafici e tabelle. Dopo un breve periodo di rallentamento successivo alla grande Rivoluzione, la concentrazione della proprietà privata riprese a crescere lungo tutto il secolo XIX, fino alla prima guerra mondiale. A costo di essere un po’ pedante riporto i dati di Piketty da p.156:

«se consideriamo la Francia nel suo insieme, scopriamo che la quota [di proprietà privata] detenuta dal centile superiore (l’1% dei più ricchi) […] era pari al 47% nel periodo 1800-1810; e di circa il 55% nel 1900-1910. Il caso di Parigi è particolarmente eclatante: la quota detenuta dall’ 1% dei più ricchi era vicina al 50% fra il 1800 e il 1810, e superava il 65% alla vigilia del 1914».

3 – Una lunga «accumulazione originaria» del capitale

La concentrazione di ricchezza privata non è ancora definibile, a rigore, come «capitale», nonostante l’evidente connessione fra quest’ultimo da una parte, patrimoni e rendite dall’altro. Siamo infatti autorizzati, anzi obbligati, a pensare che la concentrazione di ricchezze, in particolare su Parigi, sia dovuta soprattutto al fatto che la capitale, nel corso del XIX secolo, concentra finanza e nuove imprese coloniali in Africa (non escluse naturalmente le grandi speculazioni come quella relativa al canale di Panama e a quello di Suez), oltre che fruire delle risorse dei territori d’oltremare (vedi soprattutto Haiti, che merita un discorso a parte), ancora a lungo dominati dall’economia schiavistica.

Ma, passando a un andamento più discorsivo, va ripreso qualche elemento interpretativo che Piketty riporta nelle pagine che seguono. Il primo è che la riduzione delle disuguaglianze, che la Rivoluzione si poneva come vessillo identitario, avrebbe comportato la creazione di una «classe media patrimoniale»: ma questa retorica sarebbe stata smentita dai fatti, ossia proprio dalla concentrazione delle ricchezze patrimoniali; il secondo, correlato al primo, è che la ricchezza non dipende dai redditi, tanto da capitale (ossia dagli investimenti finanziari) quanto da lavoro e attività professionali (questi ultimi più “democraticamente” distribuiti), ma, appunto, da grandi patrimoni: tanto il Direttorio quanto l’età di Bonaparte e l’Impero, e poi la Restaurazione e Monarchia di Luglio (1830-1848) di Luigi Filippo d’ Orléans, «Re dei Francesi», durante la quale, si ricordi, l’elettorato passivo era riservato a una ristrettissima cerchia di abbienti, non produssero altro risultato che alimentare la concentrazione dei patrimoni. E il processo sarebbe durato durante l’Impero e oltre. Le élite economiche e politiche della Terza Repubblica, dal 1871 al 1914 avrebbero resistito, ad esempio, all’istituzione di un’imposta progressiva propagandando l’immagine della Francia come regno dell’uguaglianza stabilita dalla Rivoluzione. «Il problema è che l’argomento dell’eccezionalità francese era del tutto priva di una solida base fattuale», osserva Piketty (p. 183); così come lo stesso sarebbe avvenuto a proposito delle analoghe pretese degli Stati Uniti (Piketty ne scrive due pagine dopo).

E in queste pagine lo storico francese fa riferimento ad un celebre passo del romanzo di Balzac, Le père Goriot, da lui ampiamente citato nel precedente lungo studio, Il capitale nel XXI secolo.[2] Si tratta del cosiddetto «discorso di Vautrin», nel quale il torbido e inquietante personaggio, vera «tipizzazione allegorica» della diabolicità e permutabilità del capitale, spiega a Rastignac, come ad un allievo, che non saranno i suoi studi in legge a portargli successo e ricchezza, ma solo la capacità i entrare in possesso di un patrimonio, con qualsiasi mezzo. E Piketty commenta che le osservazioni di Balzac sono perfettamente in linea con la verità storica che i suoi pazienti rilievi statistici hanno messo in luce.

Con altre caratteristiche, un analogo processo di concentrazione si sarebbe parallelamente realizzato nell’arcinemica Gran Bretagna. E Piketty nel capitolo che segue se ne occupa, richiamando, anche in questo caso, una nota scrittrice, Jane Austen. Ma questo è un altro argomento, degno di altre pagine. Frattanto quelle di cui ho fornito un ridotto resoconto, seppur ostico, possono fungere da strumento per stimolare gli studenti, anche in maniera semplificata, sul rapporto fra letteratura e storia sociale. E forse anche per valorizzare lo studio di questa storia – un po’ di rozzo e sano materialismo, che funga da contravveleno alla retorica “patriottarda”, come si diceva una volta – come strumento e motore della comprensione del mondo nel quale viviamo.


[1] Th Piketty, Capitale e ideologia, La Nave di Teseo, Milano 2020

[2] Th. Piketty, Il capitale del XXI secolo, cit., 364-371

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