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diretto da Romano Luperini

Concita De Gregorio e mio nonno

Anch’io sono indignato dalla frase di Concita De Gregorio su Draghi e l’alberghiero di Massa Lubrense, ma non sono sicuro di essere indignato proprio nello stesso modo e per le stesse ragioni di molti altri. Voglio dire che forse dovremmo concentrarci di più sul primo termine di paragone, Draghi leader tra i miserabili, non solo sul secondo, il professore di Harvard all’alberghiero.

Nei giorni delle dimissioni di Draghi, giornalisti, politici, semplici cittadini (sui social) hanno rivolto proni appelli al Presidente del consiglio perché restasse. Spesso sono trapelati retropensieri malcelati e opinioni taciute (scusate l’ossimoro) che a mio avviso dimostrano un’affinità profonda con il classismo di De Gregorio, affinità che però si può cogliere soltanto se ci si concentra, come dicevo, sul primo e non sul secondo termine di paragone. È perfettamente plausibile – e temo più che plausibile: concretissimo e diffuso – il caso di chi si stracci le vesti per l’offesa ai poveri studenti del professionale, salvo pensare che Draghi sia davvero grande leader che svetta sulla marmaglia dei politici: e senza sentire alcuna contraddizione ideologica.

Che cosa pensa chi pensa che solo Draghi possa essere gran nocchiero della nostra nave in tempesta? Grosso modo: l’attuale Presidente del consiglio ha esperienza internazionale d’altissimo livello, ha conoscenze nel vasto mondo globalizzato, è rispettato (e sa dio quanto il desiderio di essere presi sul serio e non come dei pulcinella sia radicato nel nostro provinciale inconscio collettivo di italiani), ha stile, garbo, competenza; in una parola, ha superiorità intellettuale e morale da leader di razza. Sono le virtù che nella maniera più emblematica tra tutte gli ha riconosciuto Scurati: Draghi e il suo compito solitario e oneroso di gestire il potere, nell’interessi dei molti, «da vette inarrivabili» (così, testualmente).

Per quanto mi riguarda posso pure, con buona dose di realismo politico, tenermi ai teorici dell’inevitabilità delle élite e riconoscere che il potere è sempre stato, è ancora, e sarà per lungo tempo effettivamente gestito da loro, che due secoli scarsi di democrazia dei moderni non intaccano il ruolo degli «uomini illustri» (ancora Scurati), che l’uomo al comando ha gravi responsabilità ed è effettivamente solo (molto efficace nel rappresentare questa solitudine la commedia amara di Robertò Andò, Viva la libertà, 2013). Guardate, ammetto anche senza problemi che Draghi sia un fuoriclasse alto spanne e spanne sopra molti dei nostri parlamentari e che il più bravo dei Cinque stelle non sia degno di slacciargli i sandali. Non è questo il punto. Per dirla con Rancière, la diseguaglianza delle circostanze materiali tra gli uomini esiste e nulla la cancellerà. Conosciamo tutti il mondo, non ci facciamo eccessive illusioni. Per cui sappiamo anche benissimo che il capitale simbolico di uno che abbia studiato ad Harvard lo fa navigare a distanza di sicurezza – sociale, economica e geografica – dalla fatica di un alberghiero campano.

Tuttavia, nel consegnarsi all’uomo illustre con questi peana e salamelecchi, dimostriamo (mi rifaccio ancora a Rancière) di non credere all’eguaglianza sostanziale tra gli esseri umani, che va ben oltre la diseguaglianza delle circostanze, dimostriamo di essere abitati in profondo da un vero e proprio «odio per la democrazia». E non è affatto un paradosso che a nutrire questi sentimenti siano persone specchiate, illuminate, di sinistra e responsabili, che confondono difesa di Draghi, difesa della “stabilità” (senza ulteriori specificazioni) e difesa della democrazia.

La nostra politica e i nostri partiti sono poca cosa, lo so. Tuttavia quanto più ci si infantilizza, tanto più si resta infantili. E molti nostri concittadini specchiati, illuminati, di sinistra e responsabili sono talmente convinti dell’infantilismo di tutti gli altri che chiedono che continui a pensarci papà. Osare far uso della propria intelligenza, questo significa diventare maggiorenni. E se non si comincia a usarla quella intelligenza, non la si svilupperà mai. Draghi, per quel che è e per quel che significa politicamente, ci impedisce di diventare maggiorenni. So che spiacerà a molti europeisti convinti, ma non è un’invenzione della propaganda populista il fatto che in Italia i vincoli europei siano stati imposti dalle nostre stesse élite nazionali per scarsa fiducia nelle capacità del nostro paese. Lo ha osservato, per il nostro ingresso nell’euro, un politologo serissimo come Carlo Galli (Sovranità); lo rivendicavano esplicitamente due governatori della Banca d’Italia della prima Repubblica, Donato Menichella e Guido Carli (traggo l’informazione da una lezione orale del prof. Daniele Pasquinucci dell’Università di Siena). E quando le élite agiscono per conto terzi e non più per conto dei propri cittadini, si produce quel distacco profondo tra masse popolari e leader di cui ha parlato Christopher Lasch (La ribellione delle élite), che è causa, non effetto, del populismo, anche se poi la controffensiva ideologica delle élite (e dei cittadini perbene che a questi competenti uomini illustri si affidano) lascia intendere che il rapporto sia rovesciato: c’è il populismo, dunque dovete affidarvi a noi.

Draghi non è arrivato casualmente a palazzo Chigi, come è noto. Lo svuotamento progressivo delle capacità di autodeterminazione popolare e del potere sostanziale dei parlamenti nazionali è davanti agli occhi di tutti ormai da decenni. Stiamo lentamente scivolando in un mondo tecnocraticamente amministrato. Il nostro ex Presidente del consiglio è un tassello di questo quadro. Basti pensare a come sia stata gestita la politica scolastica da questo governo: nel metodo, prima per decreto, poi con una votazione parlamentare blindata dal voto di fiducia; nel merito, imponendo una struttura verticistica come la Scuola di alta formazione per l’aggiornamento dei docenti.

Non ci sono soluzioni alternative, dite? Tanto i mercati, e le agenzie di rating, e i vincoli europei, e il rischio rappresentato dalla Russia, e la competizione cinese, ci condannano a fare l’unica cosa che deve essere fatta, e non possiamo più permetterci la libertà di scegliere democraticamente tra due alternative almeno? Può darsi. Ma allora si ammetta francamente che si crede nelle virtù della tecnocrazia e non la si spacci per difesa dei valori democratici.

Dunque, quando anche io mi indigno per quello che afferma Concita De Gregorio, lo faccio certamente per il classismo che manifesta, ma ancor di più per la forma mentale, i valori, la postura nel mondo dei quali tale manifestazione esplicita non è che semplice implicazione. Mi indigno per l’odio per la democrazia da posizione apparentemente progressista, con cui si liquidano come bambini capricciosi i nostri rappresentanti e con essi anche noi cittadini. Mi indigno con la presunzione di superiorità morale, intellettuale, politica di chi crede che siamo incapaci di autogovernarci.

Questo odio per la democrazia e questa passione per la diseguaglianza sono il problema politico della sinistra attuale. Per me è anche un problema personale.
Il mio nonno materno è morto quando avevo sette anni, a metà degli anni Ottanta. Era un operaio comunista duro e puro. (Era anche un patriarca ed era anche un po’ razzista, di quel razzismo fragoroso e verbale che poi si sfà come neve al sole davanti agli esseri umani in carne e ossa. Da marchigiano immigrato a Torino per lavorare – a sua volta vittima di razzismo: giacché sotto il Po son tutti ‘napuli’, dovette imparare il dialetto piemontese, perché i suoi colleghi solo in piemontese gli parlavano – vietò alle due figlie di portargli in casa come generi dei siciliani: va bene chiunque, ma non dei siciliani. Mia madre e mia zia sposarono un nisseno e un palermitano, uno dei quali naturalmente è mio padre).

Io sono più che convinto che se mio nonno fosse ancora vivo oggi, voterebbe Lega, essendo passato prima per i Cinque stelle. (Su questo smottamento della classe operaia dai partiti comunisti ai partiti xenofobi di destra c’è lo splendido memoir di Didier Eribon, Ritorno a Reims). Voterebbe questi partiti perché la sinistra oggi è liberal e nient’altro: è il partito dei competenti e delle élite, magari illuminate, ma pur sempre élite. La dico in termini politici desueti: oggi la sinistra ex socialdemocratica europea è ormai un partito borghese, che difende interessi borghesi e soprattutto si riconosce esclusivamente in valori morali e intellettuali borghesi. Quello che una volta si chiamava popolo non può più riconoscervisi. C’è la destra ad accoglierlo e a rassicurarlo.
Io sono molto finetto, sono scarso nei lavori manuali, leggo poesia, mi sforzo di non essere razzista e patriarcale. Se mio nonno fosse vissuto più a lungo e mi avesse accompagnato in specie in quella fase in cui noi laureati in Lettere abbiamo bisogno di sentirci i più intelligenti e colti di tutti, forse l’avrei disprezzato per quel che era. Forse l’avrei disprezzato anche per dimostrare al mondo che io mi ero emancipato, che io non avevo più niente a che fare con quella plebe lì.
I movimenti politici di sinistra una volta erano capaci di tenere insieme il nipote finetto e il nonno ruvido. Oggi il finetto la pensa come Concita De Gregorio intorno a Draghi (salvo ovviamente indignarsi per frasi che espongano alla luce del sole la struttura del classismo, nascosta di solito sotto il tappeto). Intanto il ruvido sta da un’altra parte. Sono tutti e due soli, ciascuno avviticchiato alla propria identità.

A partire da queste condizioni è impossibile fare una politica di sinistra.

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  • Non è la prima volta che riscontro negli articoli di Daniele Lo Vetere le stimmate dell’onestà intellettuale. Sennonché le cause di quello che egli definisce, sottolineandone l’imprevedibilità, “smottamento” (e che io preferisco definire con il termine di “corrosione”) hanno dei padri nobili, che occorre individuare e nominare con altrettanta onestà intellettuale. Così, anche per l’opportunismo e il revisionismo vi è sempre un inizio: come il virus infetta il corpo, così la ruggine logora il ferro. Parimenti, il medesimo processo di corrosione degenerativa delle basi del marxismo-leninismo porterà Togliatti, vent’anni dopo, a teorizzare la c.d. “via italiana al socialismo” e, a quel punto, come si può osservare ancor oggi tra i suoi attuali epigoni, la sigla PCI stingerà il suo significato in quello di “partito costituzionale italiano” (o, come accade al PD, in “partito di Draghi”). E però, quando si discute di Togliatti e della politica semi-opportunista da lui perseguita a partire dalla “svolta di Salerno”, è opportuno rammentare anche il suo atteggiamento nei confronti della deviazione rappresentata dal browderismo, richiamata esplicitamente negli interventi duramente critici verso il partito comunista italiano e quello francese, che furono pronunciati dalla maggioranza dei delegati alla conferenza di Szklarska Poreba, da cui nacque il Cominform. Nel 1943 Earl Browder, segretario del partito comunista degli Stati Uniti, identificò infatti il “New Deal” rooseveltiano, cioè una politica economica che era sostanzialmente funzionale alla fuoriuscita dalla “grande crisi” del 1929 e alla preparazione della guerra imperialista, con una sorta di nuovo “fronte popolare” e decise di sciogliere in esso il CPUSA, trasformandolo in una “Communist Political Association”, dalla cui denominazione era addirittura sparita ogni connotazione di partito. La trasformazione del partito in “associazione” significava che i comunisti americani sarebbero stati una delle forze presenti nel ‘melting pot’ dell’esperienza ‘radical’ del “New Deal” e nel fronte antifascista americano (donde si può notare quanta fortuna – ‘sit venia verbis’! – abbia avuto, e abbia anche ai nostri giorni, il browderismo nella storia antica e recente della ‘sinistra’ nostrana). Narra Italo De Feo, al tempo segretario di Togliatti (cfr. “Diario politico. 1943-1948”, Rusconi, Milano 1973, pp. 114-116), che, quando i giornalisti americani chiesero al leader italiano di commentare quella clamorosa decisione, egli rispose “che Browder era uno dei capi più autorevoli del comunismo internazionale” e che “gli sembrava che l’indirizzo adottato da Browder di piena collaborazione con l’amministrazione di Roosevelt corrispondesse agli interessi del suo paese e della causa della democrazia”. Dopodiché, così Togliatti precisò il suo pensiero parlando con De Feo che l’accompagnava: “Riprese il discorso su Earl Browder e il comunismo americano, per dire che quegli era andato forse un po’ oltre nel ritenere che il capitalismo avesse perduto i suoi artigli; ma che nel sostenere che il partito comunista dovesse diventare un partito democratico come gli altri avesse ragione [e qui vien fatto di pensare al PD come esito finale di un processo trasformistico, spacciato come innovativo, che ha compiuto, per gradi, un vero e proprio salto di qualità]… Le cellule e il resto, aggiunse, sono cose del passato… Ricordò che in questo spirito s’era sciolto il Komintern, che era stato l’organo più efficace del vecchio tipo di organizzazione”. In realtà, mentre Stalin aveva disegnato una strategia geniale di utilizzazione delle contraddizioni fra i diversi capitalismi sia sul versante interno (approfondendo il conflitto tra la democrazia progressiva e lo Stato borghese) sia sul versante esterno (impedendo la saldatura tra paesi fascisti e paesi democratico-borghesi, che sarebbe stata esiziale per l’intero schieramento comunista internazionale), Togliatti e il gruppo dirigente opportunista che si raccolse attorno al “Migliore” ridussero quella strategia ad una politica di inserimento subalterno della classe operaia nelle strutture dello Stato borghese spacciandola, grazie anche all’uso del pensiero gramsciano in chiave revisionista, per una “trasformazione democratica e socialista” della società. Ma, come solevano dire gli antichi Romani e come riconosce, sia pure tra le righe, anche l’ottimo Daniele Lo Vetere, “extrema de antefactis judicant”.

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