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diretto da Romano Luperini

La guerra in classe: la voce possibile della letteratura

Antefatto: un laboratorio che ha cambiato pelle

Qualche mese fa mi è stato chiesto di ideare, in vista di un convegno, un laboratorio per docenti di lettere sul tema della periodizzazione letteraria. Ricordo di aver pensato, in quel momento, che fosse una buona occasione per imbastire una riflessione su una galassia di testi che ruotava intorno ad uno snodo che mi ha sempre interessato: la notevole concentrazione di scritti, fondamentali per la narrazione della Seconda Guerra Mondiale e della Resistenza, nei primi anni Sessanta, a vent’anni esatti dai fatti: fra 1963 e 1964, ad esempio, vengono pubblicati due libri decisivi come Una questione privata di Beppe Fenoglio e I piccoli maestri di Luigi Meneghello, nonché l’ambizioso tentativo di Calvino di costruire, con la Prefazione del 1964 al Sentiero dei nidi di ragno, un quadro interpretativo complessivo della stagione della letteratura. Mi interessava ragionare con i colleghi su cosa fosse successo in quei vent’anni: cosa era maturato e cosa, al contrario, era andato perduto nello scarto fra gli anni in cui dei ventenni erano partiti partigiani e quelli in cui loro stessi, ormai quarantenni, sentono l’esigenza di provare a raccontare quella stagione alle generazioni che non l’avevano vissuta («io spero che a narrarti riesca / la mia vita all’età che tu hai ora», scriveva già nel 1958, fra speranza e scetticismo, Italo Calvino rivolgendosi alla «ragazza della guance di pesca» della canzone Oltre il ponte). Ma quando, nel dicembre 2021, avevo immaginato i contorni di questo laboratorio e l’avevo intitolato Vent’anni e la guerra, non immaginavo che mi sarei trovato a realizzarlo a pochi giorni dall’invasione dell’Ucraina voluta da Putin. E la circostanza mi ha ricordato con violenza quello che ogni insegnante in realtà sa già, sa sempre, ovvero che il suo mestiere non si svolge nel chiuso di un’aula, ma dentro un mondo in continua trasformazione, in continua crisi, e che richiede una continua disponibilità a reinventarsi, a reagire al cambiamento. Era evidente che quel laboratorio, pensato per ragionare fra insegnanti su problemi di periodizzazione e storicizzazione, e sulla loro ricaduta didattica, doveva per forza di cose subire una metamorfosi. Le domande urgenti dietro a quella parola, guerra, erano diventate altre. E in definitiva una sola: come parlare di guerra, a scuola, nell’ora di letteratura o di educazione civica, mentre una guerra vera e terribile è in corso in Europa, una guerra che – anche se non sentiamo i rumori delle bombe e anche se non colpisce le nostre case – ci riguarda direttamente? Cosa resta da fare agli insegnanti di letteratura, insomma, quando fuori solo le armi sembrano avere voce?

Quel che resta da fare

Di fronte a questa domanda, la prima risposta – istintiva – potrebbe essere lo sgomento, a cui segue un inevitabile silenzio. Appendere le cetre (e con loro i nostri ben più umili strumenti scolastici) alle fronde dei salici. Di fronte al chiasso scomposto, al chiacchiericcio, alla propaganda, alle vuote certezze delle fazioni e di esperti veri o (più spesso) presunti, alla pornografia della violenza alla portata di ogni schermo, verrebbe voglia di appropriarsi delle parole pronunciate da Karl Kraus di fronte all’archetipo della guerra di massa moderna, la Prima Guerra Mondiale: «Chi ha qualcosa da dire, faccia un passo avanti. E taccia». Poi però noi insegnanti ci diciamo che non può essere così, che di fronte alla guerra all’insegnante di letteratura resta pure qualcosa da fare, e quel qualcosa è esattamente e semplicemente il suo mestiere: l’insegnamento, la letteratura. E rispondere così, con gli strumenti di sempre, alle esigenze di elaborazione, di contestualizzazione, di comprensione che arriva (esplicita o implicita) da ragazzi confusi, spaventati, in balia di una comunicazione ipertrofica e incontrollabile che li prende d’assedio e impone loro di prendere posizione prima ancora che abbiano capito cosa stia succedendo. Ma riprendersi questo ruolo implica in primo luogo, forse, la necessità per la scuola di porsi in un atteggiamento di studio e di comprensione dei fatti, e di farlo per evitare di replicare in classe una comunicazione mediatica fondata sull’emotività e sulla polemica. Il reporter di guerra Mario Dondero diceva, a proposito del suo lavoro negli scenari di conflitto: «Il colore distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale». Oggi che la guerra non solo è fotografata a colori, ma replicata e moltiplicata momento per momento su ogni schermo; forse la scuola può imparare da Mario Dondero la moralità di un filtro, di una forma di «bianco e nero» che permetta di controllare l’emozione e di favorire riflessione e comprensione. E se un assunto del genere ha senso, allora il contributo di letteratura e arte possono essere decisivi, perché la rielaborazione artistica è da sempre il più raffinato dei filtri; un filtro che, senza tradire la verità di un’esperienza, la universalizza, la riporta all’essenziale. Ecco allora che, se scendiamo al piano della concreta attività in classe, forse in presenza di una realtà esterna che si impone con la terribile forza di una guerra, può essere sensato un approccio che dal lontano della letteratura proceda al vicino dell’attualità, e non viceversa. Fare questo non sarà una fuga, ma il riconoscimento del proprio ruolo.

Un percorso didattico: dalla letteratura al presente

Dalla letteratura alla realtà. Ovvero: cercare nella letteratura epifanie della guerra più vere di quella parvenza di vero che ci arriva filtrata dagli schermi. Potrebbe essere questo l’obiettivo di un percorso di letture di testi letterari che raccontano le guerre del passato da fare in classe in questi giorni, in questi mesi. A questo fine, anche i testi degli autori da cui il laboratorio Vent’anni e la guerra era partito, e prima di tutti quei Fenoglio e Meneghello di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, possono non solo tornare utili, ma vivere di una vita ancora più vivida, far sentire ancora di più ai nuovi lettori la loro forza abrasiva e urticante. Ma quali pagine scegliere, quali snodi affrontare? Fra i tanti possibili, ne propongo qui alcuni, organizzati in tre tappe: il prima, il durante e il dopo di una guerra.

1. Quando la guerra arriva

La guerra è una frattura: quando entra in campo, cambia tutto, e la nuova legge diventa quella della violenza e della morte; la nuova lingua è quella delle armi, mentre le parole, che in tempo di pace apparivano così forti, improvvisamente sembrano perdere peso e svuotarsi di significato. Anche molti racconti della Seconda Guerra Mondiale rappresentano il trauma di chi, abituato a vivere nella pace, magari a vivere di studio e di parole, si è ritrovato di fronte alla violenza e deve fare, in fretta, scelte difficili: combattere o nascondersi? da che parte stare? e, dentro questa guerra, che me ne faccio del mio armamentario di idee, di valori, di parole? Sergio P., il giovane protagonista de Gli inizi del partigiano Raoul, viene descritto da Fenoglio, al momento di partire per andare ad arruolarsi coi partigiani badogliani, come un ragazzo di diciotto anni scarsi che, nonostante l’abbigliamento da uomo e la pistola nuova, «rimaneva quello che era sempre stato sino a un minuto dalla partenza: un ragazzo di paese che i suoi sono possidenti e l’hanno mandato in città a studiare», eppure «camminava a cuor leggero; a dispetto del fatto che al paese aveva lasciata sola sua madre vedova, si sentiva figlio di nessuno, e questa è la condizione ideale per fare le due cose veramente gravi e dure per un individuo: andare in guerra ed emigrare» (Fenoglio, p. 41). Fenoglio ci descrive la spensieratezza, un po’ eroica un po’ sventata, di un ragazzo di fronte alla guerra che sta arrivando nella sua vita, ma che al momento è solo ancora una possibilità, una specie di vagheggiamento di una maturità possibile. Meneghello, dal canto suo, all’inizio de I piccoli maestri, denuncia senza pudore la sua inadeguatezza di intellettuale che va alla guerra: «Facevate gli atti di valore, qui», dice la fidanzata al protagonista de I piccoli maestri, un giorno in cui tornano sui luoghi della loro Resistenza (l’altopiano di Asiago); e lui: «Macché, facevamo le fughe. […] Non eravamo mica buoni, a fare la guerra» (Meneghello, p. 344-45). Inadeguatezza e sventatezza: due facce dell’atteggiamento con cui l’uomo, da sempre, si avvicina alla guerra, ma che quasi mai ha il coraggio di confessare. Per farlo, spesso, serve il filtro della grande letteratura.

2. Cosa succede dentro una guerra?

Ma poi, dentro la guerra, le cose cambiano in fretta. La guerra è il regno della violenza e della vendetta; in guerra si muore e (cosa forse ancora più spaventosa) si uccide. Dove domina la violenza, non c’è solo la paura di morire, ma anche l’orrore di un mondo dove le leggi morali normalmente condivise non valgono più. E per chi è vissuto nella pace, e nella pace ha costruito il suo ethos, imparare le leggi della guerra, adeguarsi ad esse, è uno continuo apprendistato all’impensato. In questo senso, guardare la guerra con lo sguardo stranito del protagonista di Una questione privata, è particolarmente istruttivo. Si consideri ad esempio quella pagina in cui Milton, durante la sua folle ricerca di un prigioniero fascista da scambiare con il suo amico-rivale Giorgio, uscendo da un comando si imbatte in una scena che descrive perfettamente i meccanismi della guerra come spirale di violenza, vendetta e ancora violenza: Cobra, un altro partigiano, fa vedere ai compagni cosa farà ai fascisti se uccidono il suo amico Giorgio (Fenoglio, p. 1069):

– Guardate, – diceva, – guardate tutti quello farò se ammazzano Giorgio. Il mio amico, il mio compagno, il mio fratello Giorgio. Guardate. Il primo che beccherò… mi voglio lavar le mani nel suo sangue. Così –. E si curvava sull’immaginario catino e immergeva le mani e poi se le strofinava con una cura e una morbidità spaventevoli.

Ci vuole un grandissimo scrittore (e un vero partigiano) per descrivere la spaventosa «morbidità» della vendetta assaporata e pregustata, e per farcene sentire (con Milton, che passa e osserva muto) l’orrore. Un orrore ancora più nitido e doloroso perché riguarda chi sta combattendo, indubitabilmente, dalla parte giusta. Così come serve un grande scrittore per dire cosa significa dover uccidere un uomo a sangue freddo, come nella scena dell’esecuzione di una giovane spia tedesca in una pagina de I piccoli maestri che Meneghello, per una sorta di pudore, mette fra due parentesi tonde (Meneghello, pp. 565-66):

(Sparare addosso alle persone, se capita per incidens, non fa impressione; si cammina per un sentieruolo di monte a notte fatta, col Gios in Valstagna; a una svolta del sentieruolo il Gios salta, pare un gatto, in un lampo esplode qualcosa di multiplo, ti investe una ventata, un globo di baccano; sbatti per terra col petto e col viso, spari anche tu come un matto, da sotto in su. Queste due cose che vi rotolano addosso sono uomini ammazzati; questo non è niente.

Altra cosa col ragazzotto tedesco, sull’Altipiano; aveva detto di aver disertato per unirsi a noi, è stato qui qualche tempo, poi ha tentato di scappare, è stato preso, dopo un po’ ha confessato, è una spia. Non abbiamo scelta. Siamo tutti d’accordo, anche lui. Gli abbiamo legato le mani con lo spago in questa piccola dolina di roccia. Abbiamo scacciato il Finco che si disponeva a rosicchiargli un orecchio, senza alcuna autorizzazione.

Si domanda a questo biondino se vuol lasciar detto qualcosa, per qualcuno a casa sua in Germania, se saremo ancora al mondo alla fine della guerra. Esita, poi dice di no. Gli si domanda chi vuole che resti con lui, e lui sceglie. Gli altri vanno via.

Si sentono ronzare le api. Qui la stagione è tarda per loro. 

Si è in piedi, quasi ci si tocca. In una specie di scossa pare di morire insieme.)

Anche la scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, molti anni dopo, nelle prime pagine del suo La guerra non ha un volto di donna, racconta il tragico passaggio dall’entusiasmo di andare a combattere al trauma di uccidere un uomo attraverso la storia di Klavdija, una donna che da giovanissima era stata tiratrice scelta dell’esercito russo nella Seconda Guerra Mondiale:

C’eravamo appostate, ed era il mio turno. Non perdevo d’occhio la trincea e noto a un tratto un tedesco alzare la testa sopra il bordo. Faccio fuoco e lui cade. E, immagini, mi ha preso un tale tremito in tutte le membra che ho sentito le ossa scuotersi come in un sacco. Mi sono messa a piangere. Alle esercitazioni, sparavo a delle sagome. Ma qui avevo sparato e ucciso una persona. Io! Una persona che neanche conoscevo, della quale non sapevo nulla, ma l’avevo uccisa.

3. Cosa resta di una guerra?

A Meneghello e Fenoglio sono serviti vent’anni per arrivare alla nitidezza delle pagine dei Piccoli maestri e di Una questione privata. Venti anni passati, nel caso di Fenoglio, a scrivere ossessivamente di dell’esperienza resistenziale, e, nel caso di Meneghello, ad allontanarsene il più possibile per poi tornarci quando gli sembrava che il tempo avesse fatto il suo corso e messo il giusto diaframma. Aleksievič, dal canto suo, negli anni Ottanta del Novecento, raccoglie – quarant’anni dopo – le voci e le storie delle donne russe sopravvissute alla Seconda Guerra Mondiale. Il tempo, certo, in tutti questi casi ha aiutato a mettere in prospettiva le cose, e a capire cosa è restato, in senso personale e collettivo, di quella guerra. Ma la letteratura italiana ci ha offerto anche uno straordinario esempio di precoce comprensione di cosa lascia davvero una guerra, nelle persone e nei popoli; e questo è avvenuto ad opera del meno eroico, del più inquieto e lucidamente tragico fra gli scrittori di quella generazione. Mi riferisco a Cesare Pavese e alle pagine finali de La casa in collina (pp. 122-23), in cui il protagonista, Corrado, riflette dolorosamente sulle vicende che lo hanno coinvolto:

Del resto, chi sa. Questa guerra ci brucia le case. Ci semina di morti fucilati piazze e strade. Ci caccia come lepri di rifugio in rifugio. Finirà per costringerci a combattere anche noi, per strapparci un consenso attivo. E verrà il giorno che nessuno sarà fuori dalla guerra – né i vigliacchi, né i tristi, né i soli. Da quando vivo qui coi miei, ci penso spesso. Tutti avremo accettato di far la guerra. E allora forse avremo pace. […] Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso. Guardare certi molti è umiliante. Non sono più faccenda altrui; non ci si sente capitati sul posto per caso. Si ha l’impressione che lo stesso destino che ha messo a terra quei corpi, tenga noialtri inchiodati a vederli, a riempircene gli occhi. […] Io non credo che possa finire. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – E dei caduti che facciamo? perché sono morti? – Io non saprei cosa rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

Per chiudere: le persone e le parole

Cosa hanno in comune le pagine e le storie a cui si è fatto cenno finora? In primo luogo i loro protagonisti hanno sempre un nome, non sono figure anonime di un popolo o di un esercito indistinto, non sono un numero (il numero di morti, il numero di soldati, il numero di sfollati, il numero di bambini…); sono persone, individui a cui le parole, lo stile di chi ne ha scritto, ha dato spessore, dimensione umana, corpo e anima. E inoltre sono persone che si collocano un po’ dentro e un po’ fuori dalla guerra, sono insieme protagonisti e osservatori, a distanza di tempo, dei fatti. Fenoglio, Meneghello e Pavese hanno potuto dire parole di grande verità, superando le distorsioni della politica e anticipando una consapevolezza che anche la storiografia ha raggiunto solo molto più tardi (ad esempio questi autori hanno saputo usare l’espressione «guerra civile» molto prima degli storici), perché sono stati allo stesso tempo scrittori e protagonisti quelle vicende («scrittore e partigiano», voleva non a caso che fosse scritto sulla sua tomba Beppe Fenoglio: due parole che nel suo caso sono una sola); allo stesso modo le donne, spesso umili, non particolarmente colte, raccontate da Aleksievič si trasformano, quando viene loro chiesto di raccontare la loro guerra di quarant’anni prima, in superbe orditrici di storie: la scrittrice dichiara di essersi imbattuta «in narratrici di sconvolgente vigore; nelle loro vite ci sono pagine che reggono il confronto con le migliori pagine dei classici. […]» e di aver assistito a «un’autentica rinascita del passato, quando il tempo torna sui propri passi. Ed è un atto eminentemente creativo. Narrando, le persone creano, “scrivono” la propria vita”». Sia i racconti di Fenoglio, Meneghello, Pavese, sia le storie raccolte da Aleksievič, uniscono l’esperienza e il ricordo, la vita e l’arte del racconto; ed è grazie a questa unione che le vicende personali possono diventare storie universali.

È questo, in definitiva, il contributo possibile della letteratura, quel che in fondo fa da sempre: dare spessore, corpo e voce, alle paure e al coraggio, alle grandezze e alle miserie dei viventi. Lasciarglielo fare anche in questi tempi difficili, nelle aule, forse può aiutare a superare, in un colpo solo, sia la cinica freddezza con cui tante volte sentiamo parlare della guerra in corso (quasi fosse solo un gioco geopolitico ed economico, quasi che non ci fossero persone in carne ossa che uccidono e che muoiono), sia, sul fronte opposto, potrebbe permettere di passare dallo shock annichilente (e, alla lunga, anestetizzante) di una narrazione per immagini ossessiva e iperemotiva, ad una empatia che nasca dallo sforzo di entrare nelle storie degli altri facendo la fatica di interpretarne le parole e le storie.

Certo, non sarà leggendo buoni libri che metteremo fine alla guerra. Però, forse, avremo almeno occhi migliori per provare a capire quello che succede, e parole più giuste e più umane per elaborare il nostro punto di vista sulle cose. E dare così il nostro piccolo contributo a costruire il dopo.

***

Alcune delle idee, e alcuni dei testi citati, sono stati oggetto di studio e di elaborazione nel laboratorio Vent’anni e la guerra; mi piace pertanto ricordare i nomi delle colleghe e dei colleghi che vi hanno partecipato, con un ringraziamento: Vera Bondi, Francesca Cecchi, Sonia Coppa, Ilaria Galdieri, Gaetano Garofalo, Michele Moramarco, Roberta Luzi, Giuseppa Talluto, Gaetana Teri.

I numeri accanto alle citazioni rimandano alle pagine delle seguenti edizioni:

Svetlana Aleksievič, Opere. Guerre, a cura di S. Rapetti, Milano, Bompiani, 2022.

Beppe Fenoglio, Romanzi e racconti, a cura di D. Isella, Torino, Einaudi, 2001.

Luigi Meneghello, Opere scelte, a cura di F. Caputo, Milano, Mondadori, 2006.

Cesare Pavese, La casa in collina, Torino, Einaudi, 1990.

Comments (2)

  • Ho letteralmente avuto i brividi nel leggere gli stralci proposti, considerando il periodo che stiamo vivendo.
    Bellissima idea, autori che parlano sulla guerra con forza e sincerità.
    Aggiungo solo un dettaglio: mostrare la guerra significa anche mostrare la pace, perciò al termine del percorso inserirei un piccolo brano sulla necessità di quest’ultima (proporrei alcuni stralci di Zavattini oppure, nonostante non facciano parte del bagaglio letterario italiano, alcune lettere dal carcere di Mandela).
    Cordiali saluti
    Paolo

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