La scuola ai tempi del Covid-19 /2
In questi giorni così strani per il Paese e la scuola, la nostra redazione sta ricevendo alcune testimonianze da colleghi di diverse parti d’Italia su diversi temi, tutti però ugualmente sollecitati dall’epidemia in corso. Abbiamo perciò deciso di pubblicarne due. Se altri contributi dovessero arrivare dai nostri lettori e lettrici, continueremo la serie.
Frammenti del maestro inattivo
All’improvviso mi sono trasformato in un maestro inattivo. Così, inaspettatamente, senza nemmeno avere il tempo di salutare i bambini e le bambine, di aiutarli a capire – e capire io con loro – quello che stava succedendo. Adesso fermati, basta, a casa.
È per una ragione sensata, lo so, eppure.
Il primo giorno ho guardato i canali all news, sono uscito con il cane, ho chiamato i miei amici e le mie amiche. Ma era tutto dilatato, espanso, un film distopico dal montaggio lento in cui mi muovevo un poco smarrito. Adesso che ci faccio con questa inattività? Allora m’è tornato in mente Pier Vittorio Tondelli e un suo breve scritto dal titolo Frammenti dell’autore inattivo.
In quel testo Tondelli si chiede cosa fa uno scrittore quando non scrive e se, l’atto mancato della scrittura, annulli la natura stessa dell’essere scrittore.
Tondelli sostiene che questo rischio non c’è, perché uno scrittore scrive sempre, «tutto lo interessa e lo riguarda, perché ha la scrittura, ha uno strumento, ha gli occhi, una bocca, uno stomaco per mangiare e guardare la realtà. Le città e i paesaggi.»
Dopo aver riletto l’intero pezzo ho pensato che anche un insegnante rimane tale sempre, dentro e fuori dalla classe, prossimo o distante dagli alunni. Un insegnante lavora continuamente al proprio progetto educativo, anche quando non ne è del tutto conscio. Al di là di ogni retorica, la mia classe è sempre con me, perché fra me e i bambini e le bambine che seguo da due anni, s’è creata una relazione, uno spazio empatico e creativo che funziona anche fuori, anche da lontano: finisco i cereali e non butto la scatola, perché penso che potrei usarla in classe per costruirci una maschera; vedo un film e penso che potrei usarne delle sequenze per approfondire un tema che avevamo già affrontato in classe; taglio le zucchine e intanto penso al modo migliore per organizzare una nuova unità didattica. L’inattività forzata non mi toglierà tutto questo. È ancora Tondelli a darmene la certezza: «Come si risolve l’inattività? Lavorando su sé stessi, lavorando sull’interiorità.»
Studierò, userò questa pausa forzata per approfondire aspetti della didattica che mi stanno a cuore; mi sforzerò per trovare parole che, a tempo debito, possano spiegare – in modo onesto ma senza brutalità – le ragioni che ci hanno tenuto lontano dalla scuola così a lungo. Appena sarà possibile, appena potremo tornare fuori, chiamerò i genitori e chiederò la loro collaborazione per organizzare un pic-nic al parco, preparerò dei giochi da fare tutti insieme, anche stando lontani un metro, anche senza toccarci, l’importante è ritrovare quella giusta distanza che ci consentirà di guardarci e ricordarci che abbiamo tracciato un cerchio invisibile che ci accoglie e ci comprende, fuori e dentro la scuola, nel tempo consueto e nel tempo inaspettato di questi giorni strani.
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