Plausi e botte, Saviano, Ciabatti, Hamid
Dieci anni fa, o poco più, Gomorra era stato una sorpresa, un esperimento audace, l’opera di un dilettante di genio. Un ibrido, fra autobiografia, documentario, saggismo. Il libro rappresentava l’autore, Saviano, che si aggirava in scooter in Campania sulla scena del crimine di camorra per documentare la verità in cui si imbatteva. Dopo anni di metaletteratura, di riscritture e di citazionismo la realtà tornava a fare irruzione in una opera letteraria. Era il segno di una svolta, della fine del postmodernismo. Dopo dieci anni Saviano fa uscire La paranza dei bambini (Feltrinelli). Un romanzo, questa volta, un vero romanzo. Un romanzo “ben fatto”, scritto con cura professionale, un romanzo “riuscito”. Se Gomorra era l’opera di un dilettante, questa invece nasce da un impegno professionale: quasi dal desidero di mostrare al mondo che l’autore è capace di essere un vero romanziere. E allora sparisce l’io autobiografico, la voce narrante è onnisciente e interviene di continuo a commentare e a spiegare le ragioni storiche, sociologiche, antropologiche di certi fatti e di certi comportamenti (persino l’uso del dialetto – avverte una nota finale ̶ nasce in laboratorio come prodotto dalla manipolazione della comune oralità e della “classicità” della lingua napoletana). Il lettore vi ritrova una serie di situazioni che già conosceva dalle serie televisive (a diverse delle quali ha collaborato lo stesso Saviano), oltre che dal diluvio di prove narrative successivo a Gomorra (il romanzo di camorra è diventato subito un genere come un altro). Viene meno quanto c’era, dieci anni fa, di ingenuo e di autentico, di risentito e di sorprendente. Il romanzo diventa prevedibile, con i personaggi invariabilmente “piatti” (direbbe Foster), coerenti con se stessi, rigidi. Del realismo qui c’è quello delle serie televisive americane: un realismo standard.
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Dicono che La più amata di Teresa Ciabatti vincerà lo Strega di quest’anno. Lo hanno vinto anche romanzi peggiori, non mi stupirei. La più amata è un romanzo di stereotipi e di luoghi comuni trattati con disinvoltura e una certa vena macchiettistica. Ovviamente anche qui il personaggio principale è “piatto”: è il padre “cattivo”, che ovviamente è autoritario, filofascista, forse complottista, massone e affiliato alla P2, proprietario di ville con piscina, attaccato ai soldi e chi più ne ha più ne metta. È un romanzo “cattivo”, si dice, per farne l’elogio. Certo. Ma in nome di cosa? Dietro tanta cattiveria, cosa c’è? C’è l’ostentato narcicinismo dell’io narrante. Cioè, il nulla.
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Mohsin Hamid è un pakistano che ha studiato nelle università americane. Autore dieci anni fa di un romanzo memorabile, Il fondamentalista riluttante, esce ora con Exit Westi (Einaudi), parabola lieve e terribile della condizione dell’umanità nell’epoca delle grandi migrazioni. In un futuro lasciato indeterminato ma abbastanza vicino all’oggi, una coppia di innamorati (un giovane mussulmano, timido, molto religioso, e una ragazza intraprendente e spregiudicata che si muove in motocicletta avvolta in una lunga tunica nera) fugge dall’orrore della guerra e da una città che sembra l’attuale Aleppo, si ritrova in un campo di rifugiati in una isola greca e poi finalmente a Londra dove abita abusivamente, con altri migranti, in un condominio da loro occupato, resistendo agli attacchi dei nativi e dei “sovranisti”, e infine trova rifugio negli USA, vicino a San Francisco. Qui la coppia si divide, ciascuno dei due si integra in modi diversi con altre popolazioni (sia locali che migranti), dando vita a una nuova comunità. Il romanzo è una allegoria leggera e tragica. Il realismo della situazione non ha niente della serialità televisiva o dell’impressionismo giornalistico e documentario, anzi viene sfumato in forme indirette e allusive, quasi di favola. Exit West non vuole semplicemente raccontare una storia (niente Storytelling), ma alludere a una condizione umana, indurre il lettore alla riflessione, farlo pensare. La odierna situazione dell’umanità viene stilizzata in forme leggere e delicate che seguono tanto l’evoluzione affettiva della coppia (dalla passione al distacco, ma sempre nel rispetto reciproco), quanto il destino delle popolazioni migranti, lasciando aperto, alla fine, uno spiraglio di speranza. Da leggere. (Ma ci sarebbe da chiedersi perché i narratori italiani non riescano a guadagnare la prospettiva planetaria che così spesso si incontra invece negli scrittori americani o in quelli del cosiddetto terzo mondo…).
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