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Levità multitonale e ariostofilia: Celati raccontato da Cavazzoni

É un libro pacato e lieve, quello che Ermanno Cavazzoni ha dedicato alla sua pluriennale amicizia con Gianni Celati: si tratta di una levità multitonale simile a quella usata dai compositori di musica, atta a indicare sulle pagine dello spartito la gamma di differenti andature affini allo spirito della melodia. Cavazzoni si affida a una varietà di gradazioni comprese tra l’adagio e l’allegretto, escludendo sostanzialmente i movimenti estremi. Infatti, per quanto il libro presupponga un esito tragico, meritevole del “grave” tipico della messa da requiem e per quanto, al contempo, ripercorra alcuni episodi piuttosto esilaranti vissuti con l’amico,  degni di un vivace “prestissimo” (si pensi al racconto del viaggio in Danimarca del 2009), Cavazzoni preferisce affidarsi a cadenze intermedie, evitando gli eccessi: l’effetto sortito è quello di stemperare tanto la perentorietà  irrimediabile del lutto quanto l’imprevedibilità comportamentale dell’amico che, per il suo modo di muoversi nel mondo, viene spesso assimilato,  nel corso del libro, al modello di comicità incarnato dai fratelli Marx, cui Celati era molto legato.

Fin dall’incipit, infatti, la «pulita esistenza» e il «mesto finale» che riguardano l’amico tracciano la direttrice dei modi e del tono del libro, sospeso tra ritratto individuale e rievocazione amicale:

Questo libro di memorie e di appunti è dedicato a Gianni Celati, scrittore che ci ha beneficato con i suoi libri e con la sua pulita esistenza, che qui cerco di recuperare e far brillare.

Non è una biografia né una bibliografia ragionata; è quel che mi resta di bello, col suo mesto finale, di un’amicizia. (E. Cavazzoni, Storia di un’amicizia, Quodlibet, p.7)

Uno dei pregi indiscussi di questo memoir ci pare quello di saper rappresentare sulla pagina un modello di coerenza e di fedeltà, l’una e l’altra esercitate sia nei confronti di un certo modo di intendere la letteratura (quella letta, studiata, divenuta un oggetto di culto mai ossificato, ma anche quella agíta come scrittore) quanto l’amicizia tra sodali.

Non è un caso che il rapporto tra Cavazzoni e Celati nasca all’ombra della comune “ariostofilia”, evidentissima già osservando l’immagine delle ampolle immortalate in copertina contenenti il senno di Orlando, la più grande e centrale, ma anche quello di Ermanno e di tante e tanti altri. Nel suo divagante ricordo di quel momento aurorale, avvenuto  in occasione di un convegno tenutosi nel 1985 proprio nella casa del poeta rinascimentale si possono già leggere, in negativo, le differenti idee di poetica che contraddistinguono gli scrittori partecipanti all’incontro: da una parte Celati, all’epoca autore di un libro – La banda dei sospiri – caratterizzato da una lingua “approssimativa e buffa che a scuola saresti stato bocciato” (p. 12) e, dall’altra Del Giudice, che Cavazzoni nomina per mezzo di una perifrasi riferita al libro di esordio Lo stadio di Wimbledon: “quello scrittore sovrastimato, poveretto anche lui, allora molto in auge perché aveva descritto nel suo romanzo una partita di tennis senza pallina, non so perché questo era tanto piaciuto ai critici…” (p.13).

Diversamente legati a Calvino, Celati e Del Giudice incarnano due modalità narrative assai diverse tra loro, per quanto ereditate dal comune modello: il primo – facendo sua soprattutto la lezione di Marcovaldo –  rende fiabesca la realtà quotidiana attraverso discorsi e personaggi stralunati e bizzarri, per i quali la vicinanza al parlato è «il frutto di una consapevole ricerca stilistica» (Matt); il secondo, percepito allora come il vero continuatore dello “scoiattolo della penna”, è riconoscibile per il modo squisitamente visivo e razionale di narrare, più caratteristico del Calvino postmoderno. Troppo cerebrale e astratto quest’ultimo, per Cavazzoni, che già sente vivida, viceversa, la congenialità che lo affratellerà a Celati. In quell’occasione, infatti, i due finiranno per parlare di Ariosto come due tifosi, con quella «foga calcistica» che è sinonimo al contempo di entusiasmo, conoscenza, desiderio, eccitazione, condivisione pieni e che fungerà da collante di un’amicizia pluridecennale. Se ne riporta una citazione lunga ma esemplare in questo senso:

Noi ci siamo messi a parlarne come altri parlano di calcio, cioè con la foga calcistica, citandoci questo o quell’altro episodio, e con sommo gusto, perché gli episodi, i personaggi, certi versi li sapevamo a memoria, ed è bellissimo trovare un altro che li sa quindi si può commentare, ricordare qualche particolare, come un tifoso nel bar dei tifosi racconta un gol dal suo punto di vista, gli altri dicono sì, però è stato più bello quell’altro gol, o quella parata, o quel passaggio con colpo di testa, ecc. ecc., e noi a parlare di Astolfo che sull’ippogrifo sale il Paradiso Terrestre e assaggia la mela di Adamo ed Eva, e la trova così buona che si capisce perché se la sono mangiata i nostri due progenitori, con tutte le conseguenze che si sanno. Astolfo ci piaceva moltissimo, come ai tifosi piace il tale o il talaltro di centrattacco. E poi Marfisa, sempre nevrastenica e incavolata, che non si è mai vista senza corazza, perché la tiene anche quando va a letto. E qui Celati aggiungeva qualche particolare, su Angelica incantatrice, motore di tutta la storia, e io qualche altro sulla sua verginità, non sicura, forse era vera, però non credibile, che ci vorrebbe un ginecologo per visitarla usando quel verso sdrucciolo come uno speculum. Celati ha riso di quest’idea, del verso sdrucciolo che si insinua a verificare, ed eravamo così infervorati e contenti l’uno dell’altro proprio come il tifoso che ne scopre un altro della stessa squadra, tanto che ci siamo visti già il giorno dopo […] Qui siamo nel 1985, un anno che ha cambiato le nostre vite. (Ivi, pp.14-16)

Attorno al comune amore per l’ottava eroico-cavalleresca di Boiardo e Ariosto e per la tradizione novellistica due-trecentesca, passioni generosamente nutrite nelle trattorie emiliane a suon di tagliatelle caserecce e di bevute di vodka, si agglutina, insomma, quella peculiare idea di letteratura che ha fatto di Celati il capostipite dei cosiddetti “scrittori della via Emilia”. Inclini al reciproco ascolto  (in conversazioni che, dagli assaggi narrati, dovevano essere gustosissime e aperte a tutti gli aspetti della vita) e disposti alla registrazione, datata in meticolosi quadernini, dei fortuiti incontri avvenuti nelle loro passeggiate lungo le zone umide della foce del Po (davvero stramba e mirabilante quella intorno a Portomaggiore, con un tipo dall’«aspetto un po’ storto e difforme», che sostiene che dal cielo cadano cose dal futuro) entrambi sono convinti che la cifra stilistica della loro narrativa non «industriale» stia proprio in quella patina di oralità e di incompiutezza uscita «fuori dalla sicurezza dell’estro» (p.166):

E diceva anche, come sua ferma convinzione, che i racconti sono qualcosa che circola e non sono mai definitivi, sono un sentito dire che viene sempre ripreso, e magari diventano appunti, e gli appunti un racconto, che può essere sempre riaggiustato, come Giacometti con le sue sculture, che non era mai contento e le rifaceva; e così i racconti, riraccontati da altri, modificati, poi tradotti, che è un rifare, o riassunti, che anche questo è un fatto normale e utile, ogni storia udita si sperde in un arcobaleno cangiante. (Ivi, p. 167)

Il memoir di Cavazzoni – che attinge agli appunti che Celati di volta in volta gli ingiungeva di prendere e che ne costituiscono, pertanto l’Ur-testo – permette di ricostruire il ricco e variegato percorso di scrittura e di lavoro dell’amico: dagli anni di insegnamento al DAMS di Bologna al repentino abbandono della carriera universitaria; dai numerosi lavori di traduzione (Joyce, Melville, Twain, Swift, London, Barthes, Céline, solo per citare gli autori prediletti) alle opere narrative (Le avventure di Guizzardi, Narratori delle pianure, Verso la foce, L’Orlando innamorato raccontato in prosa, Fata Morgana, Vite di pascolanti) e cinematografiche (basti pensare alla memorabile Strada provinciale delle anime del ’91). La multiforme produzione di Celati è tenuta insieme, come perle di una collana, dal fil rouge di cui si è parlato: un’idea di letteratura non imbrigliata in schemi preconfezionati, capace piuttosto di restituire un reale cangiante, imprevedibile e sempre amabile, all’insegna di una libertà di pensiero e di espressione nutrite di letteratura, filosofia, politica.

Coerenza e fedeltà a una certa idea di letteratura, si è detto, ma anche a un certo modo di intendere l’amicizia. La ricostruzione memoriale di Cavazzoni rende molto bene l’idea di un rapporto peculiare ma non esclusivo, che ha attirato negli anni nella sua orbita molte altre figure di intellettuali affini nell’estro alla coppia Celati-Cavazzoni: si pensi a Luigi Ghirri, a Federico Fellini, a Daniele Benati e Ugo Cornia, relazioni che hanno avuto importanti ricadute anche sul piano della produzione culturale di questa costellazione di sodali. E, naturalmente, uno spazio discreto e delicato Cavazzoni riserva alla compagna di una vita, Gillian Haley, la «sua fatina» come Celati amava chiamarla sentendosi nelle vesti di un inguaribile Pinocchio.

Strutturato in brevi capitoli non numerati e costruito nel sostanziale rispetto della cronologia bio-biografica dell’amico, Storia di un’amicizia  trova un punto di forza particolarmente efficace nella voce narrante che, secondo la cifra stilistica tipicamente cavazzoniana, “ha una percezione delle cose molto diversa da quella comune” (Matt) e la sa esprimere con quella cadenza un po’ cantilenante ed emiliana che si travasa direttamente dalla parola pensata a quella scritta: ne sono sintomi l’impiego del “che” polivalente, i salti dei tempi verbali, i trapassi dalla prima persona alla forma impersonale del verbo, le similitudini inusitate. Come ha avuto modo di dichiarare in un’intervista di qualche anno fa, Cavazzoni ha una chiara consapevolezza delle sue scelte espressive:

Direi che una frase intonata, in prosa, è una frase che si pronuncia bene; che esce come una cascatella d’acqua, che segue il suo accidentato percorso naturale fra i sassi, ubbidendo al principio della minor resistenza. Se la frase è faticosa vuol dire che l’acqua sta cercando di andare in salita. […] Ecco, la pronunciabilità secondo me è un discrimine, ogni scrittura in questo senso ha un suo ritmo interno e un suo grado di viscosità che si può distinguere, che possiamo anche chiamare tono.

La ricostruzione di questa relazione umana e intellettuale si nutre, insomma, di una lingua idiosincratica e ben riconoscibile, di ampie e gustose digressioni nelle quali non mancano perifrasi ideate per spiegare ragionamenti articolati su grandi questioni esistenziali (la vita dopo la morte, a partire dalla Divina Commedia), socio-politiche (il comunismo, la decadenza del mondo attuale), letterarie. Al contempo il ricordo dell’amico non manca di nostalgia per quel che è stato e di rimpianto per quel che non si è potuto realizzare. Basti qui rimandare al progetto, uno degli ultimi di Celati, di scrivere e girare un film sull’isola di plastica galleggiante nell’Atlantico:

Ma quello che piaceva a Celati era l’immagine di un’isola mobile, sospesa sull’acqua, come le isole magiche, come l’isola di san Brandano, solo che questa era moderna, cioè di pattume di plastiche, ma che comunque vagava per l’Atlantico e non si poteva mai dire dov’era, spinta dagli alisei e dall’effetto di Coriolis, che è un gorgo rotatorio come c’è anche nei lavandini e che nell’Atlantico è in senso antiorario. Un’isola magica. Ma anche un’isola che è una metafora, cioè, anzi, pensava Celati, è il riassunto e il concentrato della vita umana di oggi, dove non costruiamo le cose perché durino, ma fabbrichiamo pattume […]. Questo l’avremmo raccontato nel film, una voce fuori campo che descrive un futuro possibile, forse neppure brutto, una Polinesia alla deriva, ogni isola una popolazione a sorpresa fiorita sull’immondizia, che col tempo avrebbe fruttificato. E su questo sfondo si poteva pensare ad un personaggio che viaggia da un’isola all’altra.

Questo seguito però scrivilo tu, mi aveva detto Celati, che era il film che voleva fare, di fretta, sullo stato attuale della plastica in mare.

Va bene, gli ho detto. Non l’ho ancora scritto. (Ivi, pp. 203-204)

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