Pubblichiamo un estratto inedito del nuovo romanzo di Romano Luperini, ancora in fase di stesura, che uscirà il prossimo anno per Mondadori.
Dall’altra stanza mi giunse nel sonno il rantolo della madre. Nello stesso istante avvertii un fastidio sul viso e sulle dita, come se qualcosa impiastricciasse le guance, le mani, il cuscino. Forse sognavo ancora.
Mi scossi, lottai per riprendere coscienza, vincere quella forza che preferiva l’inconsapevolezza.
Era sangue. Una poltiglia rossastra sul guanciale, sulle lenzuola, sul pigiama. Ne sentivo il naso ostruito, grommoso. Quel sangue era uscito da lì, un fiume di sangue zampillato mentre dormivo.
Mi misi a sedere sul letto. La luce del mattino era già dentro la stanza. Mi toccai il viso. Era incrostato, e i capelli sulla fronte impastati. Mi guardai le mani, le dita. Rosse di sangue, scuro, raggrumato. Tesi l’orecchio. Il rantolo continuava, invadeva tutta la camera, era un affanno che si ripeteva, un fiato angoscioso che erompeva a intervalli. Gli seguivano pause di silenzio, ogni volta improvvise e paurose, e, a tratti, un lamento, come di bambina disperata. A fiotti la vita le sgorgava fuori dal petto, come il sangue di notte dal mio corpo.
Mi alzai dal letto, dovevo lavarmi la faccia, cambiare la federa, le lenzuola. Ma prima entrai nella stanza della madre. Respirava a fatica, appoggiata ai cuscini, la bocca semiaperta, gli occhi chiusi. Aveva una camicia rosa, e una mano che si contraeva sul lenzuolo e ripeteva di continuo il gesto convulso di tirarlo in alto stirandolo proprio sopra l’addome. Mi avvicinai, mi sedetti sul letto, ascoltai da vicino quel rantolo.
Di colpo, lei spalancò gli occhi, fece un movimento come per tirarsi su dal letto, con una mano mi afferrò per un braccio. Gli occhi sbarrati, dilatati… «Scusami», disse, «scusami». Mi stringeva il braccio, lo stringeva con una forza imprevista, eccessiva. Poi ricadde giù, chiuse di nuovo gli occhi, la mano si sciolse, lasciò la presa.
Si scusava con me per quell’agonia che non finiva, per i fastidi che la sua morte mi provocava? Non voleva essere di peso. Da venti anni, dopo la morte del marito, pur essendo già molto anziana, abitava da sola per non essere di peso ai figli.
Restai immobile, seduto sul letto, invaso dal terrore che potesse morire in quel momento e di ritrovarmi lì, solo, senza sapere che fare. Poco dopo sentii girare la chiave nella serratura. Era mia sorella.
Entrò in camera, «Perché questo sangue sulla faccia?», chiese. «Devi misurarti la pressione», aggiunse. Non sembrava stupita. Come al solito sapeva cosa fare ed era piena di energia e di determinazione. Sistemò meglio le coperte intorno al corpo disteso. Poi «Faccio il caffè», disse, e andò in cucina, la sentii armeggiare intorno al fornello.
Tornai in camera, cambiai federa e lenzuola. Il letto era lo stesso dove avevo dormito per anni da ragazzo. In quella camera, d’inverno, la mattina alle sei la mamma mi svegliava, mi portava lo scaldino acceso da mettere fra piedi mentre finivo i compiti, prima di andare a scuola. Poi mi apriva la porta, mi guardava scendere la prima rampa di scale, richiudeva solo quando ero già scomparso in basso. Quello sguardo mi aveva protetto per tanti anni e ora stava per abbandonarmi. Era il cordone ombelicale con la vita che veniva tagliato una seconda volta, pensai, e definitivamente.
Ci ritrovammo in cucina, davanti al caffè, con le orecchie tese a quel rantolo. Anche lei ricordava, ma senza indulgere alla malinconia, con una sua propositiva durezza.
«A scuola mi chiedevano i nomi dei genitori, la firma del padre, e io non sapevo che dire. Io ero figlia di N.N….Figurati in una piccola città, negli anni della guerra e del fascismo… E la mamma, poi… Una ragazza-madre, si direbbe oggi…».
«L’hai mai conosciuto, tu, tuo padre?» le chiesi allora. M’accorsi che avevo abbassato la voce, senza rendermene conto. Chi sa perché non ne avevamo mai parlato prima.
«È andato in America prima che io nascessi, e non s’è fatto più vivo. Mai visto e conosciuto. Meglio così…La mamma diceva che era stata lei a rifiutare un matrimonio di convenienza. Quando era rimasta incinta, lui le aveva detto all’improvviso che amava un’altra ma che sarebbe stato anche disposto a sposarla…per dovere, diceva. Meglio sola con una bimba piccola che con un tipo simile. Uno stronzo». Già si era alzata, si era messa il grembiule della mamma, in piedi all’acquaio lavava le tazze, le asciugava, ripeteva gli stessi gesti che tante volte avevo visto fare alla madre per anni, ritta in quello stesso punto della cucina.
Quando stavo fra i boschi, nella casa di Lucerena, e lei veniva a trovarmi, usciva col paniere al braccio, in primavera cercava le violette, le more in agosto, i ciclamini e le castagne in autunno. Metteva i fiori in vasetti trasparenti di vetro colorato, il cumulo nero delle more in una grande scodella di coccio bianco, le castagne in una cesta di vimini sotto la cappa del focolare. Poi si sedeva a fianco della finestra, in un cono di luce, davanti alle grandi rame del cedro del Libano che si muovevano al vento, infilava l’ago, sferruzzava, d’inverno sbraciava lo scaldino con le forbici. Quando la luce si ritraeva, s’alzava, cominciava a preparare la cena. A un certo momento, senza far rumore, s’affacciava alla porta dello studio. «Scusa se ti do noia, ma non ti cavare gli occhi», diceva accendendomi la luce, un gesto che per pigrizia mi ostinavo a rimandare. Sempre quella cadenza dei movimenti, quella misura puntuale. Con lei penetrava in casa la sicurezza della ripetizione.
La mamma la ripetizione non la temeva, anzi la riconosceva come una dimensione naturale, la faceva propria. Mio padre invece mi aveva insegnato a ribellarvisi, cercava l’interruzione, l’intensità, l’obbiettivo, la direzione più spedita e rettilinea per raggiungerlo, e io l’avevo imitato. La vita per lei era molto diversa che per noi: non era fatta a salti, a vuoti di senso che occorreva riempire, a momenti di vita da strappare a durate di insensatezza, non era formata da mete a cui bisognava arrivare per trovare una ragione all’esistenza. La vita per noi era un alternarsi fra molti vuoti e pochi pieni, una altalena fra depressione ed eccitazione. Per lei era un tutto pieno, fatto di tanti piccoli tasselli, tutti necessari perché tutti collegati fra loro. Mi ricordai quanto avevo detto la sera prima a quella laureanda … Il senso non andava cercato, stava lì, in ogni cosa, nelle minuzie della quotidianità, nella lentezza, nella ripetizione, dove io avevo disimparato a cercarlo e dove ormai non potevo trovarlo più.
Fotografia: G. Biscardi, Madre e figlio, Palermo 2006.
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