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fondato da Romano Luperini

Nel coro di Antigone

La fotografia è di Tommaso Le Pera. Si ringrazia l’Ufficio Stampa dell’I.N.D.A. per la gentile concessione.

Dalla scena al testo

Quante volte abbiamo incontrato Antigone. Da allievi, da docenti, da lettrici e lettori, da spettatori. Quante volte la sua frase più celebre – Οὔτοι συνέχθειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν, Non sono nata per condividere l’odio, ma l’amore – è finita sui nostri diari di studenti, sui nostri taccuini, nelle nostre lezioni, nelle nostre conversazioni fra amici, nei dibattiti pubblici. Quante volte la vicenda sofoclea (ca. 440 a.C.) è stata ripresa, ripensata, riadattata – da Alfieri, da Anouilh, da Brecht, da Morante, da tanti altri ancora. Eppure, ogni volta che la ragazza di Tebe attraversa la nostra strada, è difficile restarle indifferenti, dire “la conosco, l’ho già vista”; e lasciarla andare. Anche quando si va Contro Antigone[1], Antigone rimane e ci interroga. E con lei Creonte, Emone, Ismene, Tiresia, Euridice, la guardia, il messaggero; il coro.

Così è accaduto a chi ha avuto la fortuna di assistere alla messa in scena della Antigone di Sofocle al teatro greco di Siracusa, tradotta da Francesco Morosi per la regia di Robert Carsen. Uno spettacolo di straordinario nitore, rigore, intensità, di cui altri – meglio di quanto forse si possa fare noi – su ogni testata che abbia voluto (a ragione) dedicargli spazio[2] – hanno messo in evidenza i pregi artistici non comuni: il disegno scultoreo delle luci, i movimenti incisivi, la scenografia scarna, il nero del lutto nei costumi; la profonda consapevolezza degli interpreti. Noi, qui, guidati da quella regia luminosa, ci prendiamo uno spazio per ripercorrere insieme la vicenda, non perché non sia nota, ma perché, proprio perché notissima, corre frequentemente il rischio di sintesi frettolose e frettolose polarizzazioni: Antigone, la legge degli dei; Creonte la legge della polis (quando non Antigone-buona, Creonte-cattivo). Ma nella Tebe raccontata da Sofocle – grigia, per Carsen, e crivellata dal piombo delle armi – non abitano solo Antigone e Creonte, né solo i familiari dello sventurato Edipo; in quella Tebe abitano prima di tutti i tebani, il coro, al quale il regista canadese ha voluto dare lo spessore di un corpo vivente con tante braccia, gambe, occhi, teste e una unica grande anima. Di quel coro – imponente per numero, compattezza, evidenza di parole, gesti e movenze – chi assisteva si è subito sentito fratello, sorella, concittadino, fin dalla scena d’apertura (un silenzio agghiacciante, scandito da un tamburo sordo, le salme di tutti i caduti – non solo di Eteocle o Polinice – disposte in file simmetriche, come troppe volte le abbiamo viste nei reportage di guerra): vicini nel compianto disperato sui morti in battaglia, nel timore stupefatto, nell’ascolto, nel bisogno profondo di trovare un senso alla legge, nelle leggi. Al netto di fuorvianti attualizzazioni estreme (tentazione in cui Carsen è troppo sottile e raffinato per cadere), Antigone ci rimanda necessariamente ai disobbedienti di ogni epoca (come non pensare, oggi, agli attivisti della Flotilla?), Creonte ai leader che il potere rende arroganti e prevaricatori (omettiamo gli esempi, solo perché l’elenco sarebbe tristemente esteso). Ma meno frequentemente la vita ci chiede di essere Antigone o Creonte, di vivere la tragedia delle scelte estreme; mentre sempre, sempre, sempre ci chiama in causa come popolo, come comunità: noi siamo quel coro degli abitanti di Tebe – e fra loro anche la guardia che scopre il misfatto, la neoregina Euridice, il giovane principe Emone, il profeta Tiresia.

Una città sconvolta

Presenza costante e dolente, coscienza pensosa, interlocutore indispensabile, il coro degli abitanti di Tebe è la ragione stessa per la quale tanto Antigone quanto Creonte sentono di dover compiere un gesto esemplare: emanare una legge o trasgredirla ha senso quando ci sia una comunità che reclami ordine o che lo soffra fino a sovvertirlo. Tebe è sconvolta dal succedersi di eventi tremendi, una catena ininterrotta di lutti e orrori che da Laio, il re che, per timore degli oracoli, ha scacciato il figlio bambino, passa per Edipo, assassino inconsapevole del padre, sposo della madre, padre a sua volta di figli che gli sono fratelli e sorelle, e giunge fino a Eteocle e Polinice, gli eredi di Edipo, che dovrebbero alternarsi nel governo della città e invece finiscono per contenderselo, Polinice marciando con gli argivi contro Eteocle a capo dell’esercito tebano, finché, nello scontro fatale, si danno morte vicendevole. Tebe, i suoi abitanti, mentre ancora piangono i loro morti (che non sono, lo ripetiamo, soltanto Eteocle o Polinice), anelano la pace:

CORO: Ma è arrivata la Vittoria, la dea gloriosa, ha risposto con gioia al richiamo di Tebe ricca di carri. Dimentichiamo l’orrore di questa guerra. Andiamo ai templi dei nostri dèi, danziamo per tutta la notte! (p.81)

Di questa città martoriata diviene re Creonte, che è «per parentela (…) il più vicino ai defunti»[3] (p.81). I suoi propositi iniziali sono quelli di un governante che aspira a riportare la polis al riparo da altri mali, nel rispetto della fedeltà che i suoi abitanti le hanno dimostrato:

CREONTE: Cittadini! Gli dei hanno squassato la nostra città con onde tremende, ma ora l’hanno messa al sicuro, hanno raddrizzato la rotta. Vi ho fatti venire qui – voi, fra tutti – perché so che siete sempre stati fedeli: prima al trono e al governo di Laio; poi a Edipo, quando regnò su questa terra; e quando lui è morto, siete rimasti con lealtà vicini ai suoi figli (…) Non è possibile conoscere l’anima, la mente, il pensiero di un uomo prima di averlo visto alla prova della legge e del potere: chi è alla guida di una città e non prende le decisioni perché la paura gli chiude la bocca io lo considero – l’ho sempre considerato – il più ignobile e chi preferisce un parente alla patria per me non vale nulla. Chiamo a testimone Zeus che vede ogni cosa: io non starei mai in silenzio se sui cittadini vedessi incombere il disastro anziché la salvezza; e non vorrei mai come amico uno che è nemico della mia terra. Perché lo so bene: è la città la nostra salvezza, e solo quando l’avremo messa sulla rotta giusta potremo pensare agli amici. Sono queste le leggi con cui farò grande la nostra città. (…) Questo è il mio pensiero: da me gli infami non riceveranno mai più onore dei giusti; chi è amico della città, invece, che sia vivo o sia morto, io lo onorerò sempre.  (pp.81-82)

In ossequio a questo pensiero, Creonte emana l’editto secondo il quale Eteocle, il difensore di Tebe, sia sepolto con onore e Polinice, il traditore, sia lasciato insepolto. Nessuna pietà, ancor meno per un parente, per chi ha osato mettere a repentaglio la polis, che faticosamente provava a riprendersi dopo tante sventure. Com’è noto, Antigone si rifiuta di obbedire a un decreto che, se tutela la ragione di stato, non tutela le ragioni dell’anima, degli affetti, degli dèi. Invano la sorella Ismene tenta di dissuaderla dal proposito, ricordandole la loro dolorosa storia familiare, che non merita altro disonore, e mettendole davanti, oltre alla loro fragile condizione di donne, i limiti vincolanti della legge comune:

ISMENE: Siamo sotto l’autorità dei più forti, dobbiamo obbedire a questi ordini, e anche a ordini peggiori di questo. Io pregherò quelli sotterra di perdonarmi, ma cedo alla forza: hanno vinto i potenti. Non ha senso agire oltre i limiti.

(…)

Non sono capace di agire contro la mia città. (p.80)

Ma Antigone non desiste. Taccia la sorella di esserle nemica, di «disprezzare l’onore che si deve agli dèi» (p.80), per due volte trasgredisce gli ordini e, catturata, difende con coraggio davanti al popolo e a Creonte le sue limpide ragioni:

ANTIGONE: (…) non sono queste le leggi che ha dato agli uomini la Giustizia che siede con gli dèi di sotterra. Non credevo che i tuoi editti fossero così potenti da consentire a un mortale di infrangere le leggi non scritte, immutabili, degli dèi. Non sono in vigore da oggi, o da ieri: ma sono in eterno, e nessuno sa quando apparvero la prima volta. Io non potevo violarle – e pagare davanti agli dèi – per paura del pensiero di un uomo. Sapevo che mi aspetta la morte, certo: ma lo sapevo anche senza i tuoi editti. E se morirò prima del tempo, per me sarà solo un guadagno: chi vive come me in tutti questi mali come può non avere un guadagno morendo? Andare incontro a questo destino, per me, non è un dolore. Lasciare insepolto il cadavere del figlio di mia madre: quello sì sarebbe stato un dolore. Ma in questo non c’è sofferenza. Ora quello che faccio ti sembra folle: ma forse il folle è chi mi accusa di follia. (p.86)

Vox populi

Ma il popolo non assiste in silenzio alla contesa fra Antigone e Creonte. Senza pregiudizi, ascolta le ragioni di ognuno e con quello che ascolta dà progressivamente forma alle sue opinioni e costantemente le esprime, interviene, commenta. È Emone (sposo promesso di Antigone) ad averlo compreso e a farsene portavoce presso il padre, in un confronto generazionale di disarmante lucidità:

CREONTE: (…) se io lascio che i miei parenti crescano nel disordine, dovrò tollerarlo anche negli altri. Chi è onesto in casa, sarà giusto anche in città (…). Invece, chi trasgredisce e fa violenza alle leggi, o crede di poter dare ordini a chi ha il potere, non avrà mai la mia approvazione. Quello che è stato scelto dalla città: a lui bisogna obbedire, nelle questioni piccole e in quelle grandi, nella giustizia e nel suo contrario. Non c’è male peggiore delľanarchia: devasta le città, abbatte le case, spezza nella fuga le lance alleate. È l’obbedienza che dà la vittoria, che salva la vita: per questo bisogna difendere ľordine! (…).

CORO: Se ľetà non ci inganna, ci sembra che quello che hai detto sia detto bene.

EMONE: Padre: gli dèi hanno dato agli uomini l’intelligenza, che è la ricchezza più grande di tutte. lo non potrei mai – non vorrei mai – dire che le tue parole sono sbagliate; però anche un altro pensiero potrebbe essere giusto. Io sorveglio per te quello che si fa e che si dice, le critiche che ti vengono mosse. Il popolo ha paura di te, del tuo sguardo, e non ti dice le parole che non vuoi ascoltare. Io invece, nelľombra, posso sentirle: la città piange per questa ragazza, dice che nessuna donna meritava questa fine meno di lei, che muore nel modo più infame per aver compiuto ľazione più nobile – dare una tomba al fratello morto in battaglia, il sangue del suo sangue, impedire che lo sbranassero gli uccelli o i cani feroci. Non meriterebbe invece ľonore più grande? (…) Padre: per me non c’è ricchezza più preziosa della tua felicità. Per un figlio non esiste un vanto più grande della gloria di suo padre; e per un padre, uno più grande della gloria di suo figlio. Perciò ascoltami: non portare dentro di te un solo pensiero, non credere che è giusto solo quello che dici tu, e nient’altro. Chi crede di essere impareggiabile nel discorso e nelľanimo, di essere il solo che sa pensare, se si guarda dentro si trova vuoto. Per un uomo, anche se è saggio, non è vergogna imparare molte cose, sapersi piegare. (…) è giusto anche imparare dagli altri, quando danno buoni consigli,

CORO: Signore, se ha parlato a proposito, dovresti ascoltarlo, e lui dovrebbe ascoltare te: avete parlato bene entrambi. (p.90)

Ma nessuno ascolta realmente il popolo, anche se tutti pensano di farsene interpreti (Antigone convinta, come Emone, che il popolo non parli per paura, Creonte convinto di operare per ristabilire l’ordine indispensabile alla città). Tanto Antigone quanto Creonte chiamano il popolo a testimoniare la loro grandezza o la rettitudine delle loro scelte, desiderosi del suo consenso: di Creonte abbiamo già ascoltato i discorsi a coloro che significativamente appella «cittadini», ma non diversamente li chiama a sé Antigone, in procinto di scendere nella caverna che le sarà tomba:

ANTIGONE: Guardatemi, cittadini della terra dei padri: guardatemi mentre percorro l’ultima strada. (p.92)

 ANTIGONE: Signori di Tebe, guardate l’ultima figlia dei vostri re: guardate il dolore che soffro, guardate chi mi fa del male – e tutto questo per un atto giusto di pietà. (p.94)

Ascoltatemi, guardatemi – chiedono il re e la principessa. Ma a fatica guardano e ascoltano il popolo che ascolta e guarda. Antigone fin da principio (è proprio la scena d’apertura) è determinata a morire: per scegliere, non ha bisogno di chiedere consiglio alla sorella né alla sua gente. Ma la sua gente così commenta a caldo l’azione che lei sente doverosa e gloriosa:

CORO: È davvero la figlia feroce di un padre feroce, ora si vede: non sa piegarsi davanti ai mali. (p.86)

E Antigone non si chiede perché il popolo la giudichi feroce; e se ne capta il timore (peraltro dichiarato senza remore dalla guardia), non coglie – se non in estremo e con sgomenta indignazione – l’attenzione con la quale ugualmente il popolo ascolta, e comprende, e prova a conciliare quel re che pure teme.

CORO: Ma tu ti sei spinta al limite estremo di ogni audacia! Figlia, ti sei scontrata col trono altissimo della Giustizia. Tu paghi una pena che è di tuo padre. (…) La pietà è sempre in qualche modo giusta. Ma chi possiede il potere non può permettere che il potere venga violato. (p.93)

A sua volta Creonte, chiuso in un crescendo soffocante di arroganza e misoginia, generate dalla paura di essere solo temuto e mai riconosciuto, si deciderà ad ascoltare il popolo soltanto dopo la terribile profezia di Tiresia: non Tiresia, dunque, ascolterà, ma il popolo che rivendica la veridicità dei suoi vaticini:

CORO: Signore, il profeta ha rivelato cose tremende. Noi lo sappiamo bene: da

quando il bianco colora i nostri capelli, non ha mai detto una parola falsa alla città.

CREONTE: Lo so anche io, mio cuore è sconvolto. È tremendo cedere, ma è tremendo anche resistere, e farsi scuotere dalla rovina.

CORO: Figlio di Meneceo, ora bisogna essere saggi.

CREONTE: Ma che cosa devo fare? Parlate: vi ascolterò.

CORO: Corri alla grotta scavata nella terra e libera la ragazza; poi da’ sepoltura al cadavere che giace esposto.

CREONTE: È questo il vostro consiglio? Bisogna cedere, dunque?

CORO: Sì, signore, al più presto. I disastri mandati dagli dèi corrono rapidi, e tagliano la strada agli stolti

CREONTE Ahimè. Mi costa fatica, ma arretro dai miei propositi: non si può combattere contro il destino.

CORO: Corri! Non incaricare altri, fallo tu stesso!

CREONTE: Vado, così come sono. Servi! Venite – venite tutti! Prendete delle scuri e correte al luogo che vedete lassù! Verrò anch’io, perché il mio pensiero è cambiato. Sono stato io a imprigionarla: sarò io a liberarla. Temo che la scelta migliore sia rispettare le leggi stabilite, fino alla fine dell’esistenza.

Troppo tardi corre Creonte: come sappiamo, Antigone si è impiccata ed Emone, dopo aver tentato di uccidere il padre, si uccide a sua volta, inducendo così anche Euridice, sua madre, al suicidio. Ma le parole di Creonte continuano a correre sottotraccia e a ritroso, facendo luce sul limite più grande (storico, ma anche umano) dei due titanici avversari: ritenere che quel popolo sia semplicemente il destinatario passivo e mai l’anima, mai lo spirito informatore di quelle leggi (non importa se divine o umane) che sono loro destinate.

Invece il popolo è lucido e vigile. Lucidità e attenzione vigile non salvano Emone, vittima sacrificale sull’altare dell’amore filiale e coniugale: il popolo sa che di quell’amore il giovane morirà, giacché – dice – Amore, «guerriero invincibile», «piega all’ingiustizia anche le menti dei giusti, e le trascina al disastro» (p.92). Antigone persegue con inflessibile determinazione la sua scelta di morte. Creonte si ostina nella sua cieca affermazione di tracotante potere, cecità in qualche modo simile a quella di Edipo di fronte ai suoi mali, come Edipo condannandosi ad essere personaggio tragico, tra «coloro che finirono sventuratissimi, mentre dapprima erano in grande reputazione» (Aristotele, Poetica, 13); o pretendevano d’esserlo. Ma a lui che implora la morte, il Coro del popolo risponde con disarmante senso del reale:

CORO: Questo è nel futuro: ma è del presente che bisogna curarsi, del resto si occuperà chi deve. (p.100)

Solo il popolo compie dunque un percorso di autentica consapevolezza; e continua a interrogarsi, fino alla fine, sul senso e la natura delle leggi degli uomini, necessarie ma necessariamente imperfette, guardando con terrore e ostinazione nel baratro spalancato nel mondo regolato da cattive leggi degli uomini, ma anche abbandonato dagli dèi.

CORO: È fortunato chi nella vita non ha mai sentito il sapore del male: perché quando un dio ti squassa la casa, allora il disastro non va più via (…). E nel passato, nel domani, nel futuro, varrà questa legge: nulla nella vita dell’uomo viene senza rovina. La speranza vaga dovunque: per alcuni è un conforto, ma per altri è un inganno, un desiderio privo di peso. (…) C’è un detto famoso che è pieno di antica saggezza: se l’uomo scambia il male col bene, è perché un dio lo trascina verso il disastro – gli resta un istante, ancora uno soltanto: poi, la sua vita è rovina. (p.89)


[1] Eva Cantarella, Contro Antigone o dell’egoismo sociale, Einaudi, 2024.

[2] Segnaliamo, tra le molte recensioni, quella di Alberto Mattioli su La Stampa e quella di Paolo Randazzo su Dramma.it, nonché la videointervista a Robert Carsen sul sito del Corriere della sera.

[3] Si cita da Sofocle, Antigone, traduzione di F. Morosi, Fondazione INDA, 2026.

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