Silone, Levi e Guareschi fra letteratura e economia
Anticipiamo, per gentile concessione della casa editrice Marietti1820, la prefazione al volume dell’economista Luigino Bruni L’Italia tra le righe. Tre scrittori per capire l’economia e la sua anima, in uscita il 15 maggio. Nel volume Bruni, analizzando l’opera di Ignazio Silone, Carlo Levi e Giovanni Guareschi, sviluppa una riflessione civile, sociale e antropologica sui cambiamenti profondi dell’Italia del Novecento.
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Insieme colla fanciullezza è finito il mondo e la vita per me e per tutti quelli che pensano e sentono; sicché non vivono fino alla morte se non quei molti che restano fanciulli tutta la vita.
Lettera di Giacomo Leopardi a Pietro Giordani, 17 dicembre 1819
Sono un figlio del mondo contadino e povero dell’Italia degli anni Sessanta. Il mondo di Silone, di Levi e di Guareschi è stato anche il mondo della mia infanzia e adolescenza. L’ho riconosciuto, l’ho sentito pulsare nelle mie vene, ho decifrato qualcosa dei suoi segni e udito in lontananza qualche suo suono. Ho riletto questi autori nella mia piena maturità, dopo tre decenni dedicati all’economia, alla storia e alla Bibbia. Dalla Bibbia ho riscoperto la letteratura, che da qualche anno è nutrimento quotidiano delle mie parole. La Bibbia e la letteratura, insieme, mi hanno fatto partire per un lungo viaggio, ancora in corso, verso le radici, mie e della mia gente. E così ho cercato e trovato gli antichi Monti frumentari nelle mie terre ascolane, ormai dimenticati da tutti, radici dell’economia e della civiltà della mia gente, che odoravano di grano. E lì, su quella stessa traccia, ho incontrato anche Silone, Levi e Guareschi, autori diversi eppure simili nella loro capacità, forse unica, di svelarci l’anima popolare dell’Italia del Novecento, quindi di un’Italia ancora premoderna e precapitalistica. Culture diverse e lontane che poi hanno generato, per ibridazione e attacchi di virus esterni, anche la civiltà dei consumi che ora domina tutto e tutti. Ma quelle culture bambine potevano generare altro, hanno generato anche altro – e tra questo “altro” ci sono il fascismo, le grandi ideologie di massa, ma anche le opere che incontreremo in questo libro, che è anche un esercizio di ucronia, cioè un’esplorazione tra storia e immaginazione di come sarebbe potuta diventare l’Italia e di come invece è.
Levi e Silone si somigliano molto. Guareschi sembra molto distante da entrambi, e non solo per sensibilità culturale e orientamento politico e ideologico. Anche soggettivamente Guareschi pensava che la sua opera avesse molto poco in comune con quella di quei due scrittori, che scrivono o pubblicano le opere che incontreremo (Fontamara e Cristo) in anni molto vicini a quel Natale del 1946, quando Peppone e don Camillo furono generati, quasi per caso, dalla penna di Guareschi[1]. Se però scaviamo più a fondo nelle loro opere, ci accorgiamo che sono più simili di quanto pensassero i tre – un socialista cristiano, un ebreo laico, un monarchico reazionario. Tutti hanno descritto il popolo italiano, ci hanno svelato l’anima della sua gente normale, i molti vizi e le piccole virtù ordinarie di tutti, quelli e quelle dei nostri vicini della nostra casa di ieri, di casa nostra, dei nostri nonni e dei nostri genitori – che sono in fondo ancora i nostri vizi e le nostre virtù. Levi, Silone e Guareschi ci parlano, ognuno a modo suo, delle passioni, degli amori e dei dolori delle persone comuni del secolo scorso, non parlano delle élite; tutti hanno scritto alcuni brani dei miti fondativi civili dell’Italia dopo le due guerre e durante il fascismo, dell’Italia dei grandi partiti popolari di massa, che da una parte hanno diviso l’Italia e dall’altra l’hanno unita attorno a un Bene comune più grande di quelli particolari; hanno scritto brani invisibili della Costituzione repubblicana, con inchiostro simpatico che si svela solo a contatto con il calore dell’anima di noi lettori. Nelle loro opere ci sono tutti i suoi primi undici articoli, incluso l’articolo 7.
L’albero di oggi ha davvero poco in comune con il seme dell’Italia di ieri, perché in molte cose lo ha tradito; lo ha tradito per Silone e Levi, ma anche per Guareschi. L’Italia di oggi ha infatti ripudiato il socialismo di Silone, il comunismo di Levi, ma anche il cattolicesimo di Guareschi – che si somigliano anche per questa comune sconfitta –, perché è stata occupata, con l’Europa, l’occidente e ormai buona parte del mondo, dalla nuova religione capitalista.
I loro simili e diversi “cicli dei vinti” non si riferiscono soltanto ai loro personaggi, includono anche gli autori, che sono stati sconfitti da una storia che ha imboccato un corso molto diverso, per molte cose opposto, da quelli da loro immaginati e auspicati. Questa loro comune e duplice sconfitta mi ha affascinato, a tratti incantato.
I libri di cui parleremo sono un discorso a più voci sul mondo contadino e sulla pietà popolare della nostra gente, su quell’intreccio di (molta) superstizione e (poco) cristianesimo che ha costituito la vera vita religiosa dell’Italia e di molti altri paesi cattolici. Una pietà popolare vista e guardata con rispetto, e persino con una certa ammirazione per la purezza e innocenza della gente. Uomini e molte donne che ignoravano i dogmi cristiani e le idee teologiche, ma che piangevano veramente abbracciando le statue dei santi e della Madonna; che non sapevano nulla della Trinità ma baciavano veramente il crocifisso, e, come la donna del vangelo, con i loro capelli asciugavano i suoi piedi bagnati dalle loro lacrime. Questa innocenza è ciò che ci chiama e ci attrae di quel mondo, per molti versi ancora bambino, e quindi candido e stupendo come i bambini. È quella innocenza che ritroviamo descritta in molte pagine dei nostri autori, che non la giudicano mai.
La sfida più difficile per chi oggi vuole provare a salvare l’anima della cultura occidentale ricevuta da un umanesimo pre-moderno, profondamente legata al cristianesimo e alla sua fede meticcia, sta nel riuscire in un unico-duplice esercizio: dialogare seriamente con la modernità (con il suo spirito, i suoi angeli, i suoi dèmoni) senza però perdere contatto con l’eredità pre-moderna della pietà popolare. Per poterlo fare dovremmo abitarne la contraddizione, perché la morte della pietà popolare, liquidata velocemente come superstizione, è stato il primo prezzo che il vecchio ha dovuto pagare al nuovo. I due spiriti, i due venti, si sono scontrati, e quello più giovane, razionale e maschile ha spazzato via l’altro fragile, affettivo, femminile – anche perché qualcosa dell’antico doveva essere eliminato affinché in quello spazio liberato potesse nascere una novità vera. Eppure quella nostalgia struggente di qualcosa di profondo e bellissimo non ci molla e non smette di chiamare per nome la nostra razionalità, come voce tenace di silenzio sottile. Il capitale spirituale di domani, quello più prezioso, nascerà da un incontro antico e nuovo tra voci diverse.
Se ci bastasse la realtà non ci sarebbe bisogno della letteratura. Siamo infinito, i romanzi accorciano la distanza tra noi e l’eternità; siamo desiderio, gli scrittori aumentano le cose desiderabili perché i sogni a occhi chiusi sono troppo poco. La gioia si nutre anche dei mondi creati dalla letteratura, la nostra giustizia cresce mentre ci indigniamo leggendo un romanzo o guardando un film, abbiamo imparato la pietas dai genitori e dagli amici ma anche dalle fiabe e dai racconti degli scrittori. Non saremmo stati capaci di immaginare la terra promessa della democrazia, della libertà e dei diritti se non l’avessimo intravista nei miti e nei romanzi, o brillare in una poesia. Abbiamo conosciuto Dio perché la Bibbia ce lo ha insegnato attraverso i suoi racconti, e le parole umane hanno custodito un’altra Parola. Tutte le fedi e tutta la letteratura finiranno nel triste giorno in cui smetteremo di scrivere storie, e di raccontarcele.
Gli autori al centro di questo libro sono sepolti nei luoghi dei loro romanzi più importanti: Silone a Pescina de’ Marsi, Levi ad Aliano, Guareschi a Busseto. Se si sceglie per l’eterno riposo il luogo dei propri racconti, allora quelle storie non sono state mero esercizio estetico: sono state carne e sangue, sono state forti e vere come la vita, vive e vere come la morte.
Loppiano, 25 dicembre 2025
[1] Non sappiamo se Guareschi avesse letto quelle due opere di Levi e Silone (molto difficile che lo avesse fatto già nel 1946), né se Silone e Levi conoscessero Mondo piccolo. E questo non è, comunque, un elemento rilevante per noi: i personaggi delle opere vivono tutti nello stesso mondo parallelo, sono amici, si conoscono, litigano, fanno pace, e ognuno impara qualcosa dall’altro, a dispetto dei loro autori.
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