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diretto da Romano Luperini

I GIOVANI ALLA SBARRA

Piccolo esperimento di (de)costruzione dell’immaginario

Il popolo produceva una sua cultura, sue forme espressive, più o meno contaminate ma sue. Più in generale, a me pare che ci sia stato un periodo centrale della cultura del Novecento, che è quello in cui la tecnica cominciava a intervenire nella diffusione di un’opera, fosse essa «d’arte» nel modo come la intendono i critici oppure in altri più «rozzi» (…) Io sono convinto che ci sia stata un’età dell’oro della «cultura di massa», un periodo affascinante da ricordare e da studiare, in cui essa era innervata e vivificata dalla cultura popolare, e ne diventava parte in modi originali e nuovi.

(…)

Intanto, la cultura popolare semplicemente non c’è più, se non come parodia o come sottofondo ancora sfruttabile di modi e tecniche, e se non c’è più è perché non c’è più il popolo, sostituito da una massa di consumatori o di aspiranti tali, in una società in cui i ricchi sono sempre più ricchi e la loro cultura è sempre più bassa (…) e priva di qualsiasi verticalità e spiritualità, è imposta come modello unico e invero dittatoriale a tutti gli strati sociali, anche ai più miserabili, tramite i media vecchi e nuovi, un insieme in cui tutto fa brodo anche se alcuni media contano enormemente più di altri. Perché ricorrere oggi alle dittature quando basta il consumo, e così pieno è il controllo sul consumo mediatico?

                                            G. Fofi, “Zone grigie”, Roma Donzelli 2011, pagg. 104/ 108, passim

Il filo rosso della ricerca della verità

Il rapporto fra media, giudici e processi, reali o verosimili, è molto stretto sin dalle origini della “cultura pop”. Affonda infatti le sue radici in una radicata tradizione di fiction di diverso genere e natura; una tradizione che in un passato più o meno remoto si nutriva sin dall’infanzia (quella reale delle persone e quella metaforica dei moderni nuovi media, primo fra tutti la televisione) di figure spesso leggendarie di ricercatori e indagatori che avrebbero disegnato nel tempo i connotati ampi e precisi delle cosiddette “crime stories”: in Italia, il Tenente Sheridan, Nero Wolfe o il commissario Maigret, eredi audiovisivi di Miss Marple e Sherlock Homes. Non è una novità nemmeno l’interesse, oggi ossessivamente spinto fino al parossismo dalle corporazioni proprietarie dei media, per vicende reali o estremamente verosimili di cronaca nera e giudiziaria; esso accompagna infatti la nascita e i primordi del servizio pubblico italiano, a partire, almeno, da “Processi a porte aperte” (trasmesso nel lontano 1968). Lo stesso fenomeno, peraltro, investiva all’epoca anche altri medium particolarmente popolari, come i fumetti. Nella mia tenera infanzia di bimbo del 1962, ad esempio, una pietra miliare fu costituita dal “Corriere dei Ragazzi”, erede dei fasti del celebre “Corriere dei Piccoli”. Del settimanale, ricco di occasioni di dialogo fra i linguaggi e le generazioni, ricordo una rubrica in particolare: “La parola alla giuria”. Si trattava di un’esperienza interattiva che coinvolgeva in qualità di giurati i lettori e le lettrici del giornalino, impegnati a studiare gli atti, ascoltare le testimonianze e prendere una decisione di fronte a figure controverse e discutibili della storia e del mito: il generale Custer, Elena di Troia, Oppenheimer, per citare esempi che ho ancora ben fitti nella memoria.

Non c’è dubbio che sia questa la radice profonda del mio personale attaccamento alle trasmissioni e ai canali che, oggi più che mai, raccontano in diretta o mettono in scena storie di crimini, processi, giudizi e indagini. Tuttavia, non si tratta solo di un’inclinazione soggettiva. Su un piano antropologico e sociologico, infatti, penso sia importante cogliere la grande opportunità che lo studio di simili format e la visione di questi spettacoli offre: osservare la nascita e lo sviluppo sempre più pervasivo dei sentimenti profondi di sospetto, diffidenza reciproca e risentimento che nutrono la trionfante idea neocapitalistica della società e delle relazioni, segnate sempre dalla concezione dell’altro come rivale possibile e avversario, e della convivenza come competizione. Questa sensibilità, formatasi a poco a poco nel corso del tempo, corrisponde oggi a una precisa esigenza del mercato del dolore televisivo che ci circonda e anestetizza il pensiero e l’agire di tante persone.

Media (mis)education

In questa lunga traiettoria culturale, il passaggio dalla televisione pubblica a quella commerciale costituisce la svolta decisiva. Nel contesto del genere giudiziario/ nero, un testo fondamentale è sicuramente “Forum”, che ha compiuto quarant’anni nel 2025 e continua a godere di enorme popolarità sulle due reti ammiraglie dell’impero berlusconiano: Canale 5 e Rete 4. Sin dalle sue origini, la trasmissione mette in scena un giudizio arbitrale in una causa che vede contrapposti in modo radicale e insanabile interessi, scelte e sensibilità differenti e ha quasi sempre per oggetto situazioni comuni nella società civile (rapporti fra coniugi, genitori e figli, storie di abbandono e tradimenti, questioni di eredità e richieste di risarcimenti). Nei ruggenti anni Ottanta del secolo scorso, servì a plasmare attraverso la realtà patinata e fintamente ingenua delle TV commerciali la sensibilità e le aspettative di un mondo appena entrato nelle logiche del consumismo sfrenato e dell’arrivismo individualistico, Lo fece con competenza e cinismo e conseguì ottimi risultati, rendendo non solo accettabile ma calda e quotidiana la fredda profezia del salotto familiare di Bradbury, che in “Fahrenheit 451” descrive le pareti di ogni stanza trasformate in luoghi immersivi, in cui incontrare virtualmente persone che recitano la parte di amici e amiche. E lo fa tutt’oggi, in una forma particolarmente insinuante perché rivestita dei panni del tribunale e delle forme dell’equità, mentre ad altre espressioni della cultura popolare commerciale viene lasciato il compito di tradurre in immagini e azioni lo squallore e il degrado dell’esibizionismo contemporaneo.

Rispetto al nostro campo di interesse – di insegnanti e educatori, a un tempo personaggi e attori del dibattito pubblico – la visione di “Forum” mette a disposizione di uno sguardo critico materiale abbondante per vedere, nel vero senso della parola, come si costruisce una parte significativa dell’immaginario adulto sulla figura dei giovani, delle relazioni educative, delle dinamiche familiari e interpersonali. Destinatari della forma e della mentalità che la trasmissione veicola, infatti, sono i target commerciali, culturali e ideologici di riferimento delle due reti televisive: l’adulto “medio” (medio per età, impiego, reddito, competenze culturali e nell’uso dei media) spettatore di Canale 5; le persone più anziane e isolate dai flussi moderni di informazioni e dibattito pubblico, spettatrici di Rete 4. Soprattutto per queste ultime, la televisione continua a costituire la fonte principale, spesso unica, di informazione e di formazione delle aspettative, degli stereotipi, dei giudizi generali che ogni giorno possiamo ascoltare nei luoghi sociali: da quelli tradizionali (bar, mercati e supermercati) a quelli virtuali (social “dei vecchi”), nei quali sono spesso in azione dinamiche molto simili nella sostanza, per quanto diverse nelle manifestazioni.

Il brodo di coltura di tante trasmissioni televisive, e fra queste certamente di pietre miliari come “Forum”, è dunque il nuovo significato che termini come “uguaglianza” e “comunità” hanno via via assunto, accompagnando il trionfo del capitalismo consumistico e dei suoi mezzi privilegiati di comunicazione social(e): non l’aspirazione etica e politica a un orizzonte di rimozione delle disuguaglianze e degli ostacoli alla realizzazione individuale, ma al contrario il diritto acquisito di ciascuno, in quanto spettatore e attore del quotidiano reality show mediatico, di esprimere opinioni spesso saccenti sui più diversi argomenti, indipendentemente dalla propria preparazione e competenza.

Da un punto di vista quantitativo, dunque, le sintetiche osservazioni che seguono derivano da un campione di analisi piuttosto ampio (parecchie decine di puntate, talvolta sezionate alla ricerca dei momenti più significativi), per quanto ovviamente privo di valore statistico assoluto. Da un punto di vista qualitativo, hanno il loro focus fondamentale nello studio della rappresentazione sociale delle persone giovani, in particolare rispetto al loro grado di autonomia e equilibrio psicologico e alla capacità di comprendere gli altri e le loro ragioni.

I giovani alla sbarra: vittime, irresponsabili, arroganti

L’immagine delle persone giovani offerta al pubblico va collocata entro i suoi giusti termini, perché risente logicamente del contesto giuridico entro il quale è posta: un ambito in cui è del tutto naturale incontrare conflitti, risentimenti e velleitarismo. Tuttavia, conserva un suo spiccato interesse e significato

Nella messa in scena della trasmissione, i giovani sono prima di tutto i figli dei padroni, espressione del tipico nepotismo e familismo italiano, che popolano lo studio e intervengono in diversi momenti della trasmissione: una rassegna di volti e nomi noti per la notorietà dei genitori nei più diversi ambiti. Il loro ruolo è quello di hostess e accompagnatori, nel rituale misuratissimo dello svolgimento dell’udienza e nella gestione degli spazi pubblicitari e degli interventi dell’esperto di turno con libro appena pubblicato in mano. Il primo messaggio sui giovani è dunque diretto e chiaro, in palese contrasto con l’ambientazione in cui dominano i discorsi sull’uguaglianza, sulle pari opportunità e sul rispetto reciproco: essere figli di persone potenti paga, e paga bene; non solo non impegna a dimostrare due volte il proprio valore ma costituisce di per sé un merito e un privilegio naturale e indiscusso. Ѐ la versione salottiera della logica che sta alla base di molte nomine politiche e professionali di “figli di qualcuno che conta”, dettate da un nepotismo sempre più ostentato.

Poi ci sono i giovani protagonisti e protagoniste, o a volte soltanto comprimari, delle vicende di vita quotidiana messe in scena per il pubblico dello show. Si tratta naturalmente di una grande varietà di personaggi, che lasciano però intravedere alcuni atteggiamenti e tendenze comuni molto spiccate, soprattutto alla generazione degli studenti della scuola secondaria superiore (i più piccoli e le più piccole, per ragioni di rispetto della privacy, non compaiono mai nelle sequenze, nemmeno in forma protetta; e le loro testimonianze, quando sono essenziali, vengono riportate da una persona adulta)

La prima caratteristica è una clamorosa inclinazione al vittimismo: i racconti dei giovani e delle giovani sono accomunati da una spiccata tendenza a presentarsi come traumatizzati e feriti, indipendentemente dai fatti che sono al centro del dibattimento. L’immagine di sé che le ragazze e i ragazzi disegnano è segnata quasi sempre da squilibrio, senso di abbandono e marcato autocompatimento (un tratto, questo, che accomuna anche buona parte delle persone adulte).

Ne deriva una conseguenza paradossale, rispetto al perbenismo imperante su reti televisive che fanno del familismo una bandiera: le realtà familiari evocate nei dibattimenti, infatti, sembrano uscite da un saggio di antipsichiatria degli anni Settanta del Novecento. Complementare rispetto al vittimismo imperante è infatti la costante ricerca di un colpevole per le proprie sofferenze e i “traumi” (parola inflazionata anche in questo contesto). Lo spettatore ascolta dunque racconti di persone di sedici o diciassette anni che scaricano colpe e responsabilità sulle persone adulte (in genere su uno solo dei due genitori, ma spesso anche su entrambi), rappresentando sé stessi come innocenti torturati sin dalla più tenera infanzia. E questo, sia chiaro, non in processi penali per violenze sui minori (l’ambito del processo penale è infatti per definizione escluso dal giudizio arbitrale civile che è oggetto dei dibattimenti nella trasmissione), ma in discussioni e testimonianze su semplici cause di separazione e affidamento, come se ne celebrano a decine ogni giorno in ogni tribunale.

Da queste due facce della realtà adolescenziale – il profondo vittimismo e la ricerca di qualcuno da incolpare – deriva una rappresentazione delle persone giovani quasi sempre eccessiva e priva di senso della misura e di razionalità, in bilico fra arroganza saccente e dolente richiesta di compassione per i gravissimi traumi subiti, presentati come un destino di sofferenza perenne. Colpisce anche un altro tratto: la totale assenza di qualsiasi senso di responsabilità verso la famiglia e i genitori, dai quali tutto si attende come dovuto, ai quali nulla invece si ritiene di dovere, soprattutto in termini di condivisione e corresponsabilità per la ricerca di un dialogo costruttivo, anziché dell’adozione di una logica faziosa di schieramento e di conflitto (diretta conseguenza dell’atteggiamento di vittimismo e ricerca del capro espiatorio).

Vittime innocenti sacrificate sull’altare delle liti fra adulti, persone che gridano il loro dolore in modo clamoroso e eccessivo per essere finalmente ascoltate, del tutto ignare circa una loro possibile corresponsabilità nelle vicende che descrivono: questi sono i giovani che testimoniano a “Forum”.

Pur con tutte le cautele del caso, è possibile trarre da questo quadro indicazioni utili per comprendere alcuni aspetti dal dibattitto pubblico sui temi dell’istruzione, dell’educazione e dell’insegnamento. Anche da simili rappresentazioni deriva infatti l’immagine assolutamente schizofrenica delle giovani generazioni che permea la percezione di tanti adulti: in essa coesistono lo stereotipo della ferita e della vulnerabilità che caratterizza l’odierna condizione giovanile, oggetto di pietismo sentimentale e assoluzione preventiva, da una parte; e dall’altra, come in uno specchio deformante,  l’idea delle giovani generazioni individualiste e arroganti, occasione per una robusta razione di laudatio temporis acti, perché “non ci sono più i giovani di una volta”.

Soprattutto, è questo quadro che prepara il terreno al capro espiatorio ideale, sempre pronto e disponibile per ogni occasione: la scuola, ugualmente incapace di accogliere le emozioni dei fragili e di educare gli arroganti al senso del limite, come sapeva invece fare in passato.

Lo ha ricordato di recente Loredana Perla: “la mia mamma, maestra elementare particolarmente reputata: non riusciva a dir di no alle richieste di accoglienza di nuovi pargoletti e le sue classi conteggiavano – normalmente – trentotto, quaranta bambini. Sola in aula, lei come tanti suoi colleghi, governava quel gruppo vociante con cultura e infinito amore, ingredienti necessari per tacitare anche il più indisciplinato dei suoi scolaretti.”

Mica come queste insegnanti di oggi, che ne hanno appena 25 e ne vorrebbero meno.

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