L’onnipotenza dei libri di testo (e degli insegnanti)
La cultura odierna pare sempre più fortemente caratterizzata dall’orizzontalità, una dimensione di per sé inversamente proporzionale alla profondità. L’ampliamento dei contenuti disciplinari, frutto di studi specialistici e di per sé non certo negativo, si coniuga infatti con l’accessibilità alle informazioni in internet creando un effetto moltiplicatorio, da cui non sono esenti i libri di testo. Il loro utilizzo da parte degli insegnanti non può prescindere dalle risposte a queste domande: che cosa scegliere all’interno dell’infinita vastità di proposte che presentano? Come garantire il possesso di conoscenze di base? Come trovare un equilibrio tra un procedere estensivo e il necessario approfondimento nel lavoro di classe? Come coniugare tradizione e innovazione? Due dimensioni a cui i libri di testo sono improntati : da un lato non possono non presentare ciò che gli insegnanti si aspettano di trovare in riferimento al loro bagaglio culturale, dall’altro si propongono lodevolmente di essere strumento del loro aggiornamento. Ma il destinatario, che di per sé determina i contenuti e la forma del testo, è chi insegna o chi deve apprendere? Non sarebbe più produttivo avere a disposizione un libro per gli insegnanti e uno per gli studenti?
A me sembra che questa ambigua sovrapposizione generi infatti difficoltà e problemi.
Di fronte al mare magnum di contenuti, di testi e di apparati didattici (sommari, riassunti, introduzioni, schede, questionari…) delle antologie per il biennio e dei libri di letteratura del triennio (ma anche in quelli di storia o di filosofia), nella consapevolezza dell’innegabile impoverimento culturale delle nuove generazioni, si evidenzia con chiarezza un pesante paradosso: più i libri sono vasti (pesanti e costosi) meno gli studenti li utilizzano; più i libri propongono di approfondire meno i ragazzi approfondiscono; più i libri corredano i testi con riassunti e parafrasi, meno li leggono direttamente.
Viene innanzitutto da chiedersi: gli insegnanti sono in grado di orizzontarsi e di scegliere in modo fondato e non estemporaneo che cosa realmente presentare agli studenti? La loro formazione universitaria garantisce la preparazione necessaria in tal senso? Quanto tempo e quanta fatica vengono consumati in tale scelta? E, soprattutto, questa corrisponde all’età e alla fase di apprendimento di quegli studenti? Pongo queste domande, su cui mi piacerebbe innescare un dibattito fra noi, perché a chi scrive libri per la scuola le case editrici chiedono che ci sia tutto e non si rinunci a nulla per quanto riguarda il materiale da offrire, indipendentemente da ciò che realisticamente si può fare o che ha senso fare in classe: storia della letteratura anche per le medie (davvero bisognerà spiegare un sonetto di Petrarca in una seconda media con molti stranieri?), tutti i tipi di percorsi possibili per il biennio (cronologici, tematici, di genere, interdisciplinari…), lo stesso insieme a una completa ricostruzione storico-letteraria e a grande ricchezza di autori per il triennio…. Insomma, che cosa fare quando, con un tempo scuola sempre più ridotto, resta un problema insoluto. Lo stesso vale per gli apparati didattici che presentano questionari di comprensione, analisi guidate o no, proposte interpretative, approfondimenti, esercizi di scrittura (quando non ci sono specifici libretti allegati in proposito). E in tale amplificazione del numero di pagine, naturalmente c’è in aggiunta l’obbligatorio materiale digitale (che ricerche statistiche in proposito dicono pochissimo utilizzato). Per quanto riguarda lo stile da adottare invece la richiesta delle case editrici è quella di usare prevalentemente la paratassi per rendere comprensibile agli studenti il linguaggio usato. Oltre a evidenziare una contraddizione tra forma e contenuto, viene da chiedersi se la paratassi garantisca automaticamente semplicità e chiarezza del discorso e se la rinuncia a un’ipotassi moderata non implichi una perdita non solo della sintassi italiana, ma anche di tipo cognitivo: ad esempio, quella della gerarchia delle informazioni, oggi nell’orizzontalità di internet particolarmente da salvaguardare.
Non è il caso di soffermarsi sul fatto che i libri di testo, così congegnati, siano in contraddizione con i risultati globalmente non rassicuranti conseguiti dai nostri alunni: bambini che non sanno leggere, per cui la lettura coincide con il compilare una noiosissima scheda; adolescenti che non leggono e non sanno scrivere, privi delle competenze di base, studenti che arrivano in università con un limitato grado di comprensione dei testi ecc.
Da parte della scuola sembra allora necessaria una profonda riflessione e forse anche un’autocritica.
Le case editrici sostengono infatti che i libri di testo vengono progettati in questo modo per rispondere alle esigenze degli insegnanti: sono loro a chiedere molto materiale per poter fare le loro scelte all’interno di una vasta gamma di possibilità, a chiedere il maggior numero possibile di esercizi e un livello alto di discorso; si sentirebbero invece sminuiti se i libri presentassero al contrario riduzione di contenuti o usassero un registro troppo basso. Ma proprio in quanto intellettuali non dovrebbero essere consapevoli della differenza tra il loro sapere, sempre in fieri e sempre da approfondire attraverso lo studio, e quanto possono trasmettere, chiedendo perciò strumenti adatti ai loro alunni e non a sé stessi? Non è questo un atteggiamento di onnipotenza, poco funzionale alla qualità dell’insegnamento, su cui vale la pena di riflettere? Non sarebbe necessario piuttosto partire da un’attenta valutazione di quante pagine di quel libro o di quanti esercizi vengano davvero utilizzati o di quante ore ci vogliano per affrontare un determinato testo con l’apparato proposto?
Anche in questo caso sembrano perpetuarsi diverse assurdità nella pratica didattica: alla ricostruzione della rassicurante storia della letteratura corrisponde nella realtà la trasmissione di un tutto in pillole al posto di una ben più formativa lettura di qualche poesia; i riassunti dei canti di Dante o dei capitoli dei Promessi sposi, presenti in diverse edizioni scolastiche, di fatto ne sostituiscono la lettura; la parafrasi posta addirittura di fianco ai testi poetici fa in modo che gli studenti non facciano neppure lo sforzo di leggerla nelle note in fondo alla pagina. E’ questo quello che vogliamo e che riteniamo proficuo per la formazione culturale dei giovani?
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