Sparare a zero dalla torre d’avorio: La fabbrica dei voti di Corsini
Libri nella “bolla”
Un celebre aforisma, attribuito a Oscar Wilde, recita così: «nel bene o nel male, purché se ne parli»; nell’età della comunicazione, degli uffici stampa e dei social network, la fortuna di una pubblicazione dipende molto dalla risonanza che ha sul web e quindi, dopo aver letto decine di post sull’ultimo libro di Cristiano Corsini, La fabbrica dei voti, ho deciso anch’io di acquistarlo e di accostarmi a un tema per me molto sfidante: la valutazione a scuola. Di Corsini avevo già letto, nel 2023, La valutazione che educa. Liberare insegnamento e apprendimento dalla tirannia del voto, che avevo apprezzato per diversi elementi: la trattazione chiara e lineare, l’inserimento di numerose tabelle e rubriche valutative, i riferimenti alle distorsioni nel processo valutativo (presenti nel cap. 2.3.1, che riprende in realtà le tassonomie del saggio di Guido Benvenuto Mettere i voti a scuola), ma soprattutto le approfondite riflessioni sulla valutazione descrittiva, che io stesso sto provando ad applicare, nel corrente anno scolastico, nelle esercitazioni domestiche di scrittura. La fabbrica dei voti continua questo discorso e, con l’editore Laterza, sicuramente più mainstream di Franco Angeli, si rivolge a un pubblico più ampio, composto non solo da specialisti, ma anche da semplici curiosi che vogliano approcciarsi a uno dei temi più divisivi in ambito educativo: i voti a scuola e le loro conseguenze sul processo di apprendimento.
Una struttura circolare
La fabbrica dei voti si distende per 162 pagine, strutturate in 3 capitoli, intitolati Perché si assegnano i voti?, Apprendere e insegnare con i voti, Verso la valutazione educativa; seguono poi un capitoletto conclusivo, Per concludere: la valutazione educativa è una responsabilità condivisa e un’appendice contenente il Documento condiviso per la valutazione educativa, stilato dal gruppo di docenti gravitante intorno all’area-Corsini (i cui nomi e cognomi sono recuperabili alle pp. X-XI).
Come si potrà notare dai titoli, la disamina del Professore di Roma Tre si incentra tutta sull’onnipresenza del voto nella scuola italiana, sulla sua valenza diseducativa e contraria allo sviluppo di veri apprendimenti e sul condizionamento che opera anche nelle stesse pratiche didattiche. I primi capitoli permettono di capire già dove condurrà la trattazione, ovvero a definire i voti il vero male della scuola italiana, portatori di stati di ansia generalizzati e colpevoli di un apprendimento generato da paura e, quindi, poco produttivo; benché Corsini riconosca che «il voto è [solo] una particolare scelta comunicativa di un processo valutativo» (p. 6), nelle prime pagine entra subito “a gamba tesa” affermando che esso «non descrive né analizza, ma sintetizza e classifica. […] Il voto serve a legittimare lo status quo, non certo a trasformarlo. Questa peculiare scelta comunicativa della valutazione non ha mai avuto uno scopo educativo, ma una funzione rendicontativa e selettiva» (p. 7).
Incappare nello stesso vanverismo pedagogico contro cui ci si scaglia
Le scuole, quindi, secondo Corsini, perpetuerebbero lo status quo: considerandoli alla stregua di «pacchi» su cui attaccano le «etichette-voti (per usare le efficaci immagini di p. 42), spediscono ai licei i figli di imprenditori e borghesi facoltosi e indirizzano i figli di operai e immigrati verso gli istituti professionali, abdicando così alla loro funzione di ascensore sociale; questa disamina, in mancanza di dati (che ci sarebbero, basterebbe fare una ricerca in rete), ma anche di bibliografia scientifica, incappa però in una serie di luoghi comuni che caratterizzano quel vanverismo pedagogico contro cui lo stesso Corsini si scaglia più avanti e che definisce così: «Il vanverismo pedagogico è la tendenza a parlare a vanvera quando si discute di scuola e di università. Si tratta di discorsi che non fanno riferimento a sensate esperienze e a dimostrazioni più o meno rigorose, ma a triti stereotipi e sciatti luoghi comuni. Il più delle volte tali interventi si risolvono in indebite generalizzazioni paternalistiche e retrive» (p. 31).
Corsini si sofferma quindi su uno degli aspetti che caratterizzano il dibattito in Italia, ovvero la tendenza generalizzata a parlare di scuola senza avere consapevolezza delle reali dinamiche che la abitano; d’altra parte, tutti hanno frequentato, più o meno a lungo, le aule scolastiche, e quindi si sentono legittimati a sparare a zero sul corpo docenti, su metodi bollati come antiquati, proponendo soluzioni più o meno sensate e praticabili.
Nel capitoletto intitolato Il voto tra mito e realtà, però, la disamina di Corsini va a contrapporsi all’idea di scuola di due famosi esperti, che individua come suoi “avversari”: l’insegnante e scrittrice Paola Mastrocola e lo psichiatra Paolo Crepet.
I due sono gli esponenti di una fazione ben definita, ovvero i laudatores temporis acti; secondo Mastrocola, la scuola attuale sta andando verso un’inarrestabile corruzione e decadimento, perdendo il rigore del passato e, così facendo, abdicherebbe al ruolo di ascensore sociale che aveva avuto in passato. Corsini cita, in particolare, un articolo uscito l’8 ottobre del 2023 su «La Stampa», Ma in classe i voti sono importanti, in cui la docente e scrittrice si era lanciata in un elogio dei voti: «Ma non mi sembra così brutto studiare anche per i voti: in certi casi vuol dire studiare per qualcuno. Quando ci capita di incontrare un insegnante che stimiamo, è possibile che vogliamo studiare (anche) per lui, perché ci apprezzi, ci ammiri. Lo studio è prima di tutto relazione con l’altro, è scambio, restituzione reciproca. Quindi è anche desiderio dell’altrui approvazione. Se ci fosse solo l’interesse astratto per una materia, tanto varrebbe starcene a casa sui libri da soli, mirabilmente autodidatti. E poi, la pagella ci mette in relazione col tempo, regalandoci il dono dell’attesa».
Si tratta di quella che Corsini definirà motivazione estrinseca, che secondo lui non produce apprendimento, ma solo ansia e, alla lunga, quell’odio verso la scuola e il sapere a cui dedica il capitoletto alle pp. 78-82, intitolato, appunto, Odiare il sapere; d’altra parte, secondo il pedagogista, la voglia di apprendere scema gradualmente dalla scuola primaria alla secondaria di I e, poi, di II grado, come dimostrano i dati della dispersione scolastica.
Dal mio punto di vista, la verità sta nel mezzo e quindi non mi sento di condannare né Corsini né la visione che emerge dall’articolo della Mastrocola; da studente, anche io, come molti miei compagni, ho studiato per i voti, per i premi che ne derivavano e per la gratificazione personale di ricevere un 8, un 9 o un 10 (evento rarissimo). Però, a differenza di Corsini, non ho mai avuto la percezione (e neanche i miei docenti l’hanno favorita), di fare parte di una classifica e di identificare la mia persona come un voto, concetto ricorrente nelle narrazioni volte ad abolire la valutazione numerica a scuola. Questa corrispondenza fotografa una realtà della scuola italiana che non esiste più e lo posso dire con fermezza visti i continui scambi che ho con colleghi da tutta Italia, grazie anche alle Associazioni di cui faccio parte da anni.
Per Corsini, «quando il voto in campo educativo diviene un obiettivo di solito si verifica un impoverimento della qualità dell’apprendimento e dell’insegnamento», dato che, se gli studenti si impegnano solo per il voto, anche «l’attività didattica tende a trascinarsi in un’eterna ripetizione di pratiche finalizzate più a controllare studentesse e studenti attraverso la costante minaccia di un brutto voto che a stabilire con loro relazioni ricche e significative» (pp. 35-36). Di questo ragionamento, che fotografa una scuola da inizio Novecento, mi sembrano fallaci le corrispondenze voto > lezione frontale > scarsa innovazione didattica > paura negli studenti; tale disamina esclude infatti un ventaglio di valutazioni degli apprendimenti che non generano sicuramente paura e si contraddistinguono per innovazione didattica ed educativa, oltre che per inclusività. Attività di gamification gestite dagli studenti, realizzazione di podcast o video didattici, debate, creazione di chatbot per ripassare un argomento, sono tutte attività che predispongono a un clima in classe positivo, anche se si concludono con l’attribuzione di una valutazione numerica.
Contro il mito del merito
Se nelle pagine legate alla componente diseducativa del voto Corsini incappa in indebite approssimazioni, ben più interessanti (e forse, a mio avviso, la parte più proficua del volumetto) sono le riflessioni sul merito; secondo lo studioso, «la definizione di merito incentrata sul voto, presentandosi come chiara, immediata e oggettiva, consente di attribuire solo ai singoli individui le responsabilità di disuguaglianze che, in realtà, agiscono a livello generale. […] Il voto rappresenta dunque una misura del merito che però risulta manchevole di elementi fondamentali rispetto al concetto stesso di merito» (pp. 41-42).
Il merito è, anche a mio avviso, un mito da sfatare; concordo con Corsini che a scuola «il vantaggio diventa merito, il privilegio diritto, lo svantaggio colpa» (p. 44), ma mi sentirei di imputare la responsabilità di questo non alla scuola che, con gli scarsi mezzi a disposizione, fa quel che può, quanto alla società che perpetua disuguaglianze e non consente ai figli di chi parte svantaggiato di arrivare ai più alti gradi di istruzione, tradendo l’articolo 34 della Costituzione, secondo cui «I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». Faccio un esempio, nella consapevolezza che si tratta di rendere generale un’esperienza particolare; molti studenti stranieri di seconda generazione lavorano nei fine settimana e non possono permettersi viaggi d’istruzione e soggiorni linguistici all’estero: queste dinamiche pregiudicano quindi un apprendimento armonico e di successo. Il più delle volte tali studenti riescono quindi ad arrivare a valutazioni discrete, financo buone, ma ahimé, l’eccellenza è preclusa dal poco tempo a disposizione per studiare, dai mezzi ridotti (a volte non hanno un tablet o PC personale), così come dalle ridotte opportunità di esperienze culturali. Sono più meritevoli loro oppure i figli di borghesi facoltosi con maggiori possibilità a livello scolastico? A mio avviso loro, ma ahimè la valutazione (tanto descrittiva quanto espressa da voti) non riesce a fotografare queste realtà; il voto numerico risulta quindi una “foglia di fico” che copre queste realtà.
Statistiche senza dati
Il capitolo per me più debole de La fabbrica dei voti risulta quello intitolato Apprendere con i voti, in cui Corsini sostiene la tesi che l’apprendimento non viene facilitato dal voto, che si riduce, cito, ad avere una «funzione eminentemente rendicontativa» (p. 65); secondo il docente universitario, «rendicontare e classificare sono attività che hanno poco o nulla a che fare con obiettivi educativi come lo sviluppo delle conoscenze, delle abilità e delle competenze che consentono agli individui di partecipare attivamente alla vita culturale, sociale ed economica di una società democratica» (p. 66). Si tratta di opinioni perfettamente condivisibili, tuttavia è l’argomentazione a supporto di questa tesi che mi lascia assai perplesso: Corsini racconta di aver chiesto agli studenti dei suoi corsi «le scelte comunicative più diffuse della valutazione in itinere operata dai docenti delle scuole secondarie di secondo grado» (p. 68). Emerge, da parte di questo campione di studenti universitari, la quasi totale mancanza, da parte dei loro docenti delle superiori, di indicazioni sulle azioni da mettere in campo per migliorare, la penuria di giudizi descrittivi sulle prove, ma la questione si fa pesante quando vengono riportati i loro pensieri associati al voto, come questo che riporto: «Il voto mi provocava sempre una sensazione di ansia e di sfida. Questo perché a seconda del voto che si riceveva si andava inevitabilmente a generare, nel gruppo classe, una classifica. Purtroppo, per quanto riguarda la mia esperienza, diversi docenti facevano sì che questa classifica restasse in qualche modo sempre coerente nel corso dell’anno. Questo accadeva perché andavano spesso ad etichettare, quasi fin da subito e quasi senza possibilità di modifica, i più bravi e meno bravi» (p. 73).
Il voto, quindi, per Corsini, etichetta e classifica, ma la situazione sarebbe migliore se lo togliessimo in itinere per poi farlo comparire nei tabelloni intermedi e di fine anno come vuole la normativa vigente? A mio avviso uno studente potrebbe anche incorrere in stati di ansia peggiori, senza il conforto di valutazioni positive che possano anche “compensare” prestazioni negative.
Nel proseguo del capitolo, con una sorta di par condicio, Corsini passa la parola agli insegnanti, che sembrano vivere in un’altra scuola rispetto agli studenti interpellati nelle pagine precedenti; si riporta, quindi la distribuzione relativa alla frequenza del ricorso al voto nella valutazione in itinere:
- sempre o quasi sempre nel 23,9% delle risposte fornite da insegnanti (89,6% per studentesse e studenti);
- spesso nel 19,6% delle risposte fornite da insegnanti (6,0% per studentesse e studenti);
- qualche volta nel 23,9% delle risposte fornite da insegnanti (3,0% per studentesse e studenti);
- raramente nel 21,7% delle risposte fornite da insegnanti (1,5% per studentesse e studenti)
- mai o quasi mai nel 10,9% delle risposte fornite da insegnanti (nessuna indicazione da parte di studentesse e studenti che hanno indicato opzione) (p. 96).
Insomma, come giustificare tale discrepanza? Visto che stiamo assolutizzando esperienze particolari, provo a darne una spiegazione: se il voto viene dato congiuntamente a un giudizio descrittivo con l’indicazione dei punti di forza della prestazione e indicazioni di lavoro, quest’ultimo viene il più delle volte ignorato dagli studenti, felici (o scontenti) solo della valutazione numerica. Così un’operazione proficua è sicuramente quella di consegnare le verifiche (o di ascoltare le prove orali) senza assegnare un voto visibile, ma solo fornendo un feedback che guidi lo studente nell’apprendimento; in passato ho usato questa strategia, ma nelle conclusioni indicherò le sue criticità.
Tuttavia, poniamoci questo interrogativo: la valutazione formativa in forma descrittiva ha solo vantaggi? È la panacea di tutti i mali della scuola? Alcuni colleghi, che la stanno adottando, ne evidenziano anche le criticità: difficoltà nella comprensione da parte di famiglie scarsamente scolarizzate, uso a volte ambiguo del linguaggio, che sfocia in un lessico da Azzeccagarbugli, recriminazioni nel voto finale, che secondo alcuni non rispetterebbe il feedback formativo fornito nel periodo interessato. Insomma, la realtà è molto più sfumata di quella descritta da Corsini.
Un libro ripetitivo
La fabbrica dei voti martella, fino allo sfinimento, su concetti che si ritrovano all’inizio e alla fine del volume; nelle 60 pagine conclusive Corsini evidenzia che la tiritera del “congruo numero di voti” non ha ragione di esistere perché la normativa non parla di voti, bensì di valutazioni, che possono essere anche descrittive, per giungere poi alla valutazione sommativa numerica ed espressa da un voto. La valutazione numerica è, per l’autore, simbolo di oppressione, mancanza di autonomia e libertà nell’insegnamento, mentre quella descrittiva è educativa; la valutazione basata sui voti è diseducativa, mentre quella descrittiva predispone a una didattica flessibile, innovativa e rispettosa dell’individualità degli studenti e della libertà di insegnamento;
Sulle obiezioni, promosse da qualcuno, delle difficoltà di coniugare valutazione descrittiva con i registri elettronici pensati per calcolare medie, Corsini sottolinea poi che il registro elettronico incapace di calcolare la media con la valutazione descrittiva non deve essere un alibi, perché la tecnologia può e deve essere piegata alla didattica e alle convinzioni pedagogiche di un determinato gruppo docente.
Un ideale di scuola poco praticabile
Ore 13.45 di un sabato pomeriggio scolastico. Ho appena svolto il “tema” nella mia classe 4A da 27 studenti e mi ritrovo a dover leggere manoscritti che ammontano, in totale, a circa 150 pagine. La cura e la dedizione per il mio lavoro di insegnante mi porta a correggere errori, dare indicazioni a lato, predisporre griglie, fornire giudizi, indicazioni di lavoro, ma tutto questo mio lavoro (sommerso) di 15-18 ore, viene sempre inficiato dal voto numerico, unico parametro che interessa famiglie (in primis) e studenti.
Le riflessioni di Corsini non sono quindi peregrine, va detto: l’ansia caratterizza il vissuto degli studenti a scuola, il voto è richiesto da più parti (si vedano le pressioni di alcuni Dirigenti per il “congruo numero”) e condiziona i processi di apprendimento, ma non credo di insegnamento, dal momento che mi sento libero di proporre attività di vario tipo, collaborative e di classe rovesciata, anche con il feticcio del voto. La fabbrica dei voti non è un libro da condannare, ma, ahimé, tende a diffondere un’idea di docente che ormai esiste in parte residuale e a perpetuare nel largo pubblico stereotipi che andranno ancora a mettere più sotto accusa una classe docente che è sotto attacco da più fronti.
La scuola di Corsini, liberata dalla tirannia dei voti, può esistere, quindi, solo in un mondo ideale, in cui non vige la competizione al di fuori della scuola, il rapporto studente-docente è uno a uno, oppure uno a quindici, in cui la burocrazia scolastica è ridotta e il docente ha ampia libertà educativa, così come pomeriggi liberi da riunioni, da dedicare a scrivere giudizi descrittivi per ogni prova. Mi pare che queste condizioni, anche alla luce delle dichiarazioni del Ministro Valditara sui vantaggi delle classi-pollaio, non sussistano ora in Italia e che quindi alcuni guizzi interessanti rischino di essere inattuabili, oppure rimangano buoni propositi.
Non mi è piaciuto, in particolare, da insegnante che vive ogni giorno la scuola, però, l’emettere giudizi, senza alcuna sfumatura, dalla Torre d’Avorio dell’Università e quindi mi pare corretto chiudere con alcuni elementi più deboli di questo pamphlet che farà sicuramente polemica e avrà successo, ma poco gioverà alla discussione sulla scuola italiana.
Anzitutto la classe docente italiana è molto più inclusiva, aggiornata e attenta al benessere degli alunni di quella dipinta da Corsini (nelle scuole ci sono le Commissioni benessere, incredibili auditu) e il vanverismo pedagogico fa sicuramente danni, ma anche citare giudizi di studenti senza nomi e senza specificare la consistenza del campione, usando sondaggi anonimi per costruirci un libro (pratica d’altra parte abituale nei Dipartimenti di Scienze della Formazione, in cui vige l’abitudine di somministrare ai corsisti dei percorsi di formazione e aggiornamento questionari usati poi per pubblicazioni future).
Ritengo poi che in un saggio, seppur divulgativo, si dovrebbero fare citazioni e riferimenti a studi scientifici, senza obbligatoriamente autocitarsi, ma soprattutto che il problema scuola andrebbe inquadrato nel contesto più generale di una società che perpetua le disuguaglianze e non consente a chi è in posizione svantaggiata di competere alla pari. Ma d’altra parte sparare a zero sulla scuola e sugli insegnanti fa vendere più copie.
Articoli correlati
No related posts.
Commento
Lascia un commento Annulla risposta
-
L’interpretazione e noi
-
Canone del Novecento e manuali scolastici -
La controriforma di lunga durata della scuola e i venti di guerra -
ʃconnessioni precarie, Nella terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente -
A che serve la poesia? Parole da Gaza -
-
La scrittura e noi
-
Casalinghitudine. Un libro di Clara Sereni -
Inchiesta sulla letteratura Working class / 6 – Pia Valentinis -
Proposte per giovani lettori – La porta delle stelle. Un racconto di Natale di Ingvild Rishøi -
Inchiesta sulla letteratura Working class /5 – Matteo Rusconi -
-
La scuola e noi
-
Sparare a zero dalla torre d’avorio: La fabbrica dei voti di Corsini -
Per una didattica dell’utopia -
Scuola e Gnac -
Indagine sul Lonfo (con ripasso) -
-
Il presente e noi
-
Su “L’anno nuovo che non arriva”, di Bogdan Mureșanu -
“Disumanizzazione della vita e funzione delle umane lettere”. Il volume del primo convegno LN -
La zeppa delle elezioni regionali -
Non più di 20 per classe – Il nostro sostegno alla proposta di legge per un’istruzione di qualità -
Commenti recenti
- Rinaldo su Sparare a zero dalla torre d’avorio: La fabbrica dei voti di CorsiniGentile Collega, ha perfettamente inquadrato l’argomento. Noi insegnanti consentiamo a una ristrettissima cerchia di ricercatori…
- GABRIELLA DE ANGELIS su Casalinghitudine. Un libro di Clara SereniUn libro originalissimo quando usci’, poi molto imitato, non classificabile in nessun genere. Pur dichiarando…
- nellisand su Indagine sul Lonfo (con ripasso)Il Burchiello e i burchielleschi in seconda media? Con relativa storicizzazione? Personalmente preferisco il lonfo….
- Jacopo Zoppelli su Per una didattica dell’utopiaQuesto pezzo è davvero molto bello, voglio ringraziare di cuore il collega che l’ha scritto….
- Martina Bastianello su Per una didattica dell’utopiaRingrazio Isacco per la condivisione del suo percorso e, a mia volta, condivido il frutto…
Colophon
Direttore
Romano Luperini
Redazione
Antonella Amato, Emanuela Bandini, Alberto Bertino, Linda Cavadini, Gabriele Cingolani, Roberto Contu, Giulia Falistocco, Orsetta Innocenti, Daniele Lo Vetere, Morena Marsilio, Luisa Mirone, Stefano Rossetti, Katia Trombetta, Emanuele Zinato
Caporedattore
Roberto Contu
Editore
G.B. Palumbo Editore

Gentile Collega, ha perfettamente inquadrato l’argomento. Noi insegnanti consentiamo a una ristrettissima cerchia di ricercatori di vivere dei frutti (avvelenati o meno) del nostro lavoro. Grazie all’esistenza di noi insegnanti che ogni giorno lavoriamo, costoro producono articoli. Articoli non solo non suffragati da una concreta esperienza di scuola, ma anche (a parte lodevoli eccezioni) estranei ad ambienti diversi dalla scuola: i campi rom, le carceri, gli istituti di ricovero di bambini e ragazzi con gravi patologie cognitive – luoghi dove di pedagogisti (non solo di psicologi e assistenti sociali) ci sarebbe un gran bisogno. Cosa farebbero i ricercatori di Scienze della Formazione senza la disponibilità della scuola? Forse sarebbero costretti a immergersi nelle realtà che studiano, che certo non possono essere analizzate solo con i dati e lo sguardo distaccato dello scienziato. Manca la presa diretta e il quadro complesso che ne deriva. Purtroppo buona parte di noi insegnanti è inconsapevolmente complice di questo sistema. Una piccola parte cerca invece di cavalcarlo nella speranza di inserirsi all’ università. Poveri illusi. Gli insegnanti, specialmente se pensano con la propria testa, non hanno nessuna speranza di diventare ricercatori. Nei dipartimenti di Scienze della Formazione (e non solo) devi dimostrare fedeltà alle idee di qualcuno per molto tempo, e forse arriverà una stabilizzazione. Un insegnante che pubblica su riviste prestigiose ha però il difetto di essere indipendente economicamente, e di solito non si accoda strettamente a qualche barone. La ricerca libera non è apprezzata. Oggi la vera ricerca pedagogica si fa quasi sempre lontano dalle strutture di potere delle università e degli istituti di ricerca.