ʃconnessioni precarie, Nella terza guerra mondiale. Un lessico politico per le lotte del presente
Da quando è scoppiato il conflitto in Ucraina nel 2022, la guerra è tornata ad essere diffusamente ciò che Karl Liebknecht, all’inizio del secolo scorso, chiamava un «regolatore politico». Oggi la guerra si presenta come una soluzione concreta già adottata da Russia, Israele e Stati Uniti, e come un’ipotesi a cui l’Unione Europea si prepara mediante il ReArmEurope Plan/Readiness 2030. Ecco perché parlare di “Terza guerra mondiale”, come fa l’area politica collettiva Connessioni Precarie nel suo libro (DeriveApprodi, 2025), non è retorica ma vuole essere un modo per orientarsi in uno scenario in cui le guerre stanno ridefinendo la società su scala globale.
Connessioni Precarie offre un lessico articolato in nove punti mediante cui tenta di fornire nuove categorie d’analisi e nuove ipotesi di prassi politica. Le domande sono molto semplici (come opporsi alla guerra? Come fare essere all’altezza delle trasformazioni che stiamo vivendo?) ma richiedono risposte complesse: si parte dal rifiuto di affrontare il problema dal tradizionale punto di vista della geopolitica e il fuoco viene spostato sul lavoro vivo. Questo concetto ripreso dal primo libro del Capitale fa da perno all’intera riflessione condotta nel libro perché la guerra, prima di venire guerreggiata, ha bisogno di un’economia che eserciti un dominio sul lavoro per costruire un mercato fatto di colonizzazione dell’accesso alle materie prime, di produzione ad alta intensità, di predazione di saperi scientifici ecc. Un regime produttivo del genere si dà solo quando a estrarre con violenza la forza-lavoro da coloro che, stando alla base della piramide sociale, pagano per primi i costi della guerra in termini di sfruttamento, oppressione e precarietà. Donne, precari, migranti, lgbtq+, lavoratori, in tutta la loro disomogeneità, sono sempre i soggetti più esposti a subire i danni di quell’economia bellica che li indebolisce bloccandone la mobilità – cosa che va di pari passo con lo sgretolamento di una governance sempre più debole in confronto a un capitale in grado di ridefinire da solo il campo della riproduzione sociale. In questo senso la guerra si dimostra anche strumento di ricompattamento interno in una fase di degenerazione democratica (lo hanno spiegato bene Levitsky eZiblatt qualche anno fa) e si rende processo di socializzazione in chiave patriottica (Crosetto e la sua promozione della “cultura della difesa” ne sono un esempio lampante). Ma si tratta di una socializzazione solo apparente: la ricompattazione interna delle nuove democrazie illiberali riproduce quella falsa dicotomia tra dentro e fuori che apre un’ulteriore faglia nel corpo sociale e che favorisce quel surplus di razzismo e di patriarcato che radica la guerra nella nostra logica mentre la impone come una soluzione inaggirabile. Lo scenario bellico genera così un nuovo allarmismo funzionale, tra le altre cose, all’attacco al diritto all’asilo e alla creazione di partenariati strategici che, oltre all’accordo sull’acquisto di materie prime, difendono i confini programmando le morti in mare e incoraggiando politiche criminali (Piano Mattei). Per Connessioni precarie questa frattura si può ricucire solo cessando di riprodurre processi di soggettivazione mediante quella logica del “campismo” che perpetua la creazione di opposizioni frontali e identitarie: tanto nei territori ‘neutri’ quanto in quelli in cui la guerra è guerreggiata, questa logica campista produce fazioni essenzializzanti che irrigidiscono quella «filiazione coloniale della guerra» che genera un binarismo inutile alla causa della pace. La stessa decolonialità, portata a critica da Connessioni Precarie nella sua versione comune, rafforza la logica bellica perché ne condivide l’epistemologia (trattare un popolo come una massa indifferenziata implica infatti di ragionare ancora in termini essenzializzanti). Viceversa, la sola cosa che può rompere la logica del frontismo sta nel cessare di guardare all’identità del soggetto subalterno per riconoscerne quella posizionalità che rende evidente il nesso tra sfruttamento e oppressione che può accomunare anche gruppi separati e unirli in senso proattivo, come sostenuto di recente da Houria Bouteldja. Ecco perché, una volta appurata la centralità strategica e politica del lavoro vivo, Nella terza guerra mondiale ragiona sostanzialmente su due ‘soluzioni’ per mobilitarsi contro la guerra: organizzarsi in classe per scioperare; inquadrare i problemi non più nell’ottica dell’internazionalismo ma in quella del “transazionale” (superando cioè le irrigidimentazioni statali e facendo delle differenze un punto di forza). Pensare in un’ottica transazionale vuol dire «combattere il capitale sul terreno su cui costruisce il suo dominio» in modo da confrontarsi con la realtà frammentata e disomogenea che abbiamo davanti. Oggi infatti la stessa guerra in corso è disomogenea e parcellizzata, suscettibile di aperture di nuovi fronti e di tregue instabili. Ecco perché l’unico modo per ribaltare questo schema è quello di assumere la guerra come realtà e cessare di affidarsi a soluzioni diplomatiche per risolverla: la “pax trumpiana” altro non è che una precaria «pace armata», come avrebbe detto Rosa Luxemburg, che continua a opprimere innocenti e generare morte, e una prospettiva di pace non si aprirà finché le motivazioni politiche e sociali della guerra non verranno cancellate alla radice. Una prospettiva di pace percorribile si aprirà solo quando inizieranno a unirsi in massa critica tutti coloro che la guerra la subiscono, perché per rifiutarla non basta resistere o disertare, ma occorre affermare il potere del lavoro vivo che la guerra stessa deve dominare per perpetuarsi. Dalla prospettiva di Connessioni Precarie un’insubordinazione in «sciopero sociale transnazionale» potrebbe riaprire la partita della pace; il problema però è che questa organizzazione è ancora tutta da creare, dato che sono venute meno le forme tradizionali di mediazione e, rimasti «senza riparo», sembra che non si sia ancora elaborata una grammatica politica condivisa per agire sul piano della prassi. Certo è che intendere l’opposizione nei termini di lotta di classe e di sciopero è l’unica strada per andare verso «una politica transnazionale di pace», dal momento che la sola cosa che lega chi subisce la guerra è la comune condizione di subalternità imposta dalle logiche di quell’“essere immenso del capitale”, come lo chiamava Jameson, che della guerra è il primo alleato.
Nell’Abicì della guerra, Brecht immaginava di rivolgersi a una donna tedesca tra le rovine di una casa bombardata dicendole di non dare la colpa al fato, perché quelle forze che sembrano oscure in realtà «hanno un nome, una faccia, un recapito»: noi oggi sappiamo che anche le forze che sterminano palestinesi da due anni in modo pianificato e che estendono i massacri in altre aree del mondo hanno un nome. Ora, però, oltre a fare i nomi di Trump, Netanyahu o Von Der Leyen si deve guardare al sistema come a un intero, e capire che farla finita con la guerra vuol dire spezzare il dominio del capitale sul lavoro, perché una vera pace non può essere tale se viene “subita” e se non si accompagna alla giustizia sociale («no justice, no peace»). La proposta di Connessioni Precarie è perciò quella di opporsi alla guerra mediante l’affermazione organizzata del lavoro vivo, perché solo rifiutando l’eterodirezione e le imposizioni del mercato si può rifiutare dalla base quell’insieme di violenza, oppressione, razzismo, patriarcato e devastazione ecologica che la Terza guerra mondiale ha imposto come un orizzonte inemendabile. E l’organizzazione in classe, poi, per certi specifici settori coinvolti nell’industria bellica come la MSC che agisce nei porti italiani1, è anche un modo per ostacolare concretamente lo sterminio di civili innocenti. Il blocco dell’invio di armi dirette a Israele da parte dei portuali di Genova nel giugno scorso2 è stato forse il primo dei tanti episodi che hanno poi condotto a ulteriori mobilitazioni che sono culminate nelle giornate di sciopero nazionale del 22 settembre e del 3 ottobre – a dimostrazione che si può iniziare a porre un’ipoteca sulla guerra a partire dall’azione e dall’organizzazione di quelle forze sociali che vogliono cessare di assistere inermi a un genocidio, che sanno che quanto avviene a Gaza riguarda tutti perché quella politica economica violenta che lo permette è in fondo la stessa che regge anche le nostre democrazie liberali.
1 https://www.globalproject.info/it/in_movimento/la-logistica-di-guerra-della-msc-a-porto-marghera/25425
2 https://ilmanifesto.it/i-portuali-di-genova-contro-le-navi-delle-armi
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Per quanto riguarda la concezione dell’Europa e il connesso europeismo, sono convinto che occorre sottolineare il carattere artificiale dell’attuale costruzione europea, che è il frutto dell’economia (e in particolare di quella dei paesi centro-europei più forti, a partire dalla Germania), ma non della storia e tanto meno della geopolitica. La costruzione europea è fatta, insomma, di materiali reciprocamente incompatibili, che per ora vengono tenuti assieme da un unico comun denominatore: l’americanizzazione. La Brexit ha infatti segnato cinque anni fa, se così ci si può esprimere, la schiacciante vittoria della storia sulla geografia: che è quanto dire la netta volontà di predominio mondiale dell’anglosfera. Del resto, non si deve dimenticare che, oltre ai legami storici con gli USA, l’Inghilterra non ha significato senza il Commonwealth. Parimenti, l’America latina è più vicina ai paesi latini europei di quello che non siano i paesi tedeschi e anglosassoni. Lasciando da parte allora il criterio geografico, resta da vedere se l’Europa si possa definire un’unità storica e culturale. Chi sostiene che il significato più profondo dell’ideale europeo consiste nella tradizione classica e umanistica non tiene conto del fatto che tale tradizione ha avuto il suo centro nel Mediterraneo e non nell’Europa, e che è entrata in crisi con la scoperta dell’America, quando il centro della civiltà ha cominciato a spostarsi dal Mediterraneo all’Atlantico, dando origine all’Europa nel senso attuale del termine. La civiltà mediterranea, peraltro, è stata sempre intercontinentale ed è vissuta dell’apporto di tutti i popoli che si sono affacciati nel Mar Mediterraneo. La nostra tradizione culturale e civile è stata fin dalle origini di carattere decisamente universale. Non ha quindi senso, dal punto di vista storico-culturale, parlare di una educazione europea. In realtà, è negli ultimi secoli che l’Europa ha assunto una fisionomia europea, ma in senso sempre meno latino e sempre più germanico e anglosassone, fino a rendere concreta l’equazione tra l’Europa e il Centro-Europa. L’attuale ideale europeo, pur così fortemente ridimensionato dalle recenti vicende internazionali, ha di fatto nell’origine tedesca, fra Ottocento e Novecento, la sua vera matrice storica e geopolitica.