La memoria familiare di Clara Sereni
LN si prende una pausa estiva. Fino alla fine di agosto ripubblicheremo alcuni articoli usciti quest’anno. Auguriamo a tutti i nostri lettori e lettrici buone vacanze. Ci rivediamo i primi di settembre.
Pubblichiamo la Premessa di Romano Luperini al volume Il tavolo della memoria familiare. Intervista a Clara Sereni, a cura di F. Silvestri e A. G. Stasi, ali&no editrice, 2024, ringraziando curatori ed editore.
Anni fa recensii di Clara Sereni Via Ripetta 155 colpito dal modo immediato e antiretorico della scrittura, capace di mettere in scena un ’68 visto dal basso, al di fuori di ogni griglia ideologica preconcetta. Decisivo è il contrasto con i genitori e il padre, membro dell’Ufficio politico del PCI e ministro dei Lavori Pubblici nell’immediato dopoguerra. Nel libro di Clara tutta l’attenzione era spostata sul conflitto fra genitore e figlia e sul bisogno di rottura della ragazza in cerca di valori più autentici e freschi di quelli paterni. Il padre è rispettato e temuto ma sentito ormai lontano dalle nuove aspirazioni delle masse giovanili degli anni Sessanta.
Questo Il gioco dei regni è un romanzo molto più complesso e stratificato e non c’è da stupirsi se nel 1995 venne assunto come testo di base di un seminario o laboratorio cui parteciparono insieme all’autrice studiosi giovani e altri già noti e affermati, fra cui De Mauro. Di questo incontro forniamo qui la documentazione, facendola precedere dalle poche note che seguono.
Dunque, un romanzo familiare (un po’ come Lessico famigliare di un’altra scrittrice di origine ebraica, Natalia Ginzburg): qui la famiglia è quella dei Sereni, impegnati dapprima in Russia nella lotta clandestina contro lo zar, poi in Europa contro fascisti e nazisti. La differenza sta nella tenacia accanita di questa lotta che offusca ogni altro ideale, anche nella infanzia e nella adolescenza: a un certo punto il giovinetto Mimmo (Emilio) salta sul cassone dell’acqua e da lì proclama la superiorità del marxismo sul crocianesimo e su qualunque forma di idealismo. Si può capire perché Clara parli di una famiglia «sostanzialmente plumbea»: scrive per un tentativo estremo di salvaguardia di un mondo ormai perduto ma da salvarsi attraverso la memoria e la scrittura. Anzi la parola cerca proprio nel territorio della memoria la propria legittimità, la propria stessa ragione di essere. Dice Clara che in questo universo familiare la sfumatura non trova diritto di cittadinanza. Contano solo tenacia, coerenza, disciplina.
Ciò non significa che l’autrice non ponga e non si ponga una serie di problemi propriamente estetici, anzitutto quello del romanzo storico e del rapporto fra storia e invenzione e poi quello del frammentismo e del suo superamento. La questione del romanzo storico è evidente nella fedeltà assoluta ai frammenti memoriali, alle lettere e alle testimonianze. Ma l’autrice è perfettamente consapevole che nel Novecento la grande macchina del romanzo è esplosa e non è più possibile contenerla in modo unitario e in una parabola rassicurante. In realtà solo la parola e il frammento possono in parte conservare un senso che gli anni hanno logorato o stanno comunque logorando. Di qui l’importanza della riflessione sul frammentismo e sull’uso di una parola semplice, elementare. Anzi a volte sembra che alcuni personaggi, venuto meno il senso della azione, affidino proprio alla parola una ipotesi di senso, un’ipotesi persino rivoluzionaria.
I due personaggi principali sono Emilio o Mimmo (marxista dirigente del PCI e prima ministro dei Lavori pubblici, poi dell’Assistenza post bellica) ed Enzo esponente del movimento sionista e fondatore del primo kibbutz. Del fratello maggiore, Enrico, si dice solo che muore in circostanze poco chiare nel dopoguerra, ma resta comunque estraneo alla trama di un romanzo dove donne e uomini vivono la vita clandestina, sono abituati a viaggiare con valigie piene di armi, a passare lunghi mesi in carcere, subendo torture di ogni tipo.
La vita può essere salvata solo a tratti, isolando i singoli momenti e strappandoli alla insignificanza, senza sovrapporvi significati simbolici. Mentre il frammentismo primonovecentesco tendeva all’espressionismo e all’estremismo psicologico, qui i momenti pure apparentemente isolati si ricompongono in una ordinata tessitura secondo una tecnica compositiva a mosaico. Per l’autrice come per il lettore che si immedesima nella lettura, dare senso alla storia significa anzitutto dare senso alla propria vita, che d‘altronde a esso tende con ininterrotta coerenza razionale e spinta spasmodica.
Un libro come questo può apparire oggi fuori tempo. Un libro senza sfumature. Sottoposto sempre a un imperativo etico. O prendere o lasciare. Non ci sono scappatoie. Vivere vuol dire impegnare senza riserve la propria vita.
Oggi la memoria non viene più protetta, e tanto meno i giovani cercano un senso intrecciandola con il tempo della storia. Eppure è cosi forte la spinta che pervade la scrittura del libro – spinta al recupero del passato e alla invenzione di un futuro – che chi legge non può sottrarsi a questa tensione.
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