Inchiesta sulle scuole di scrittura /4 – Nadia Terranova
A cura di Morena Marsilio e Emanuele Zinato
Il blog “Laletteraturaenoi”, dopo inchieste sugli editor, sui traduttori, sulle copertine, sulla scrittura per giovani-adulti e sui narratori d’oggi, continua il suo sondaggio sulle forme del lavoro culturale odierno con un questionario rivolto a chi insegna nelle scuole di scrittura: l’appuntamento ha cadenza quindicinale.
Nella sua Introduzione al volume Convergenze del 2010, Remo Ceserani rilevava il persistere di una “straordinaria vitalità della narrazione in tutte le sue forme”: da una parte il genere romanzo, “un gatto sornione dalle sette vite”, dall’altra il diffondersi di un “vero e proprio bisogno di narrazione (…) in pratiche conoscitive che programmaticamente si distinguono dai romanzi”, lo storytelling.
A oltre dieci anni da quel saggio si assiste alla continua espansione delle scuole di scrittura, alcune delle quali includono la pratica dello storytelling nei loro intenti programmatici. Il blog “Laletteraturaenoi”, dopo le precedenti inchieste (editor, traduttori, copertine, librerie indipendenti, scrittura per giovani-adulti e narratori d’oggi) continua il suo sondaggio sulle forme del lavoro culturale odierno con un questionario rivolto a chi insegna nelle scuole di scrittura.
1. Come è approdato/a alla docenza in una scuola di scrittura? Da quanto tempo insegna? Ha frequentato a sua volta una scuola di scrittura?
Ho frequentato una scuola di lettura, quella di Domenico Starnone. Insegno da 10 anni.
2. In base alla sua esperienza quali sono le aspettative di chi si iscrive a un corso di scrittura e quali gli obiettivi a cui un docente può ragionevolmente mirare? Insomma quanta possibilità di incontro esiste tra la molla che muove la “domanda” e le possibilità oggettive con cui l’”offerta” risponde?
Le persone che decidono di iscriversi a un corso di scrittura sono molto motivate, hanno fame e voglia di scrivere. A volte sono timide e hanno bisogno di essere spronate. Il mio ruolo è quello di far venire fuori tutto quello che vorrebbero dire e che spesso tengono dentro. Nel momento in cui un corsista riesce a liberare il proprio estro creativo ha raggiunto già un ottimo risultato.
3. Come i suoi studenti si approcciano al desiderio di esordire e, più in generale, come guardano al mondo editoriale?
I corsisti hanno ambizioni molto grandi. A volte un corso serve anche a misurare le proprie capacità e a rendersi conto di cosa è possibile fare e cosa non è possibile fare. Questo dipende anche dal grado di maturità e consapevolezza.
4. Quale peso ha, nell’attività didattica, il momento della lettura? Quali opere si leggono?
Non si può scrivere senza voler leggere. La lettura è pane quotidiano, è concime, è la spinta e la motivazione a scrivere. Probabilmente attraverso la lettura si acquisisce anche la sicurezza per scrivere.
5. Le parole-chiave della critica e i metodi della teoria letteraria vengono percepiti da chi insegna come strumenti di mediazione e di accesso al testo o come astrazioni non pertinenti a questa forma di insegnamento-apprendimento?
I metodi della teoria letteraria sono la chiave d’accesso all’insegnamento. Per avvicinare un corsista alla scrittura e motivarlo c’è bisogno di una certa conoscenza della materia e una forte sicurezza che poi si trasmette facilmente.
6. La nuova, diffusa confidenza con la scrittura acquisita sui social ha contribuito a “desacralizzare” una pratica tradizionalmente riservata a fasce più ristrette. Quanto la “graforrea” (Antonelli) dei media alimenta l’espansione recente delle scuole di scrittura? Fra i bisogni intercettati, quanto è dovuto alla “cultura del narcisismo”?
I social ci hanno avvicinato. Hanno eliminato le barriere di ogni tipo, hanno accorciato le distanze fisiche e ci hanno permesso di soddisfare le nostre curiosità relative alle culture. Ogni avvenimento è come se fosse vissuto in prima persona, ecco perché è importante farne un utilizzo appropriato: per non creare un distacco netto con la realtà e un allontanamento dal desiderio di conquista.
7. Chi scrive oggi spesso si attiene al livello standard dell’“italiano digitato”. In una scuola di scrittura quanto si lavora sulla lingua e sullo stile? Nei corsi che tiene lavora sui testi dei suoi studenti e come? Come cambia la cognizione di chi frequenta i corsi rispetto al fatto che la scrittura “non può insomma avere nulla di ingenuo o spontaneo ma deve essere il frutto di una consapevole ricerca stilistica” (Luigi Matt)?
Io cerco prima di individuare lo stile del mio corsista. Oppure mi adopero per farlo venire fuori. Dopodiché ho la necessità di avvicinarlo a un determinato genere, ma prima devo metterlo alla prova. La costruzione di un’identità letteraria è un procedimento lungo, a volte eterno ma è fondamentale. È la destinazione di uno scrittore.
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