Lettere dal mar delle sardine
Caro Romano,
ti mando qualche fotografia delle sardine catanesi; ci siamo anche Alberto ed io, poco stupiti di esserci incontrati, in mezzo a quella folla, molto stupiti che quella folla ci fosse. Viviamo in una città ingegnosa e maltrattata, bella e umiliata, e forse ci eravamo disabituati a vederla sorridente e guascona, attraversata dalla speranza come da una corrente d’energia antica. Viviamo in una città chiassosa e forse per questo ci eravamo fatti sordi, scossi appena, una volta all’anno, – e non tutti, non sempre, non sempre tutti con sincerità – soltanto dalle grida dei devoti della veneratissima e trasversale patrona, sant’Aituzza bedda e miraculusa. E invece ci siamo trovati immersi, sardine fra le sardine, in un banco inatteso, certamente non folto quanto il corteo dei devoti che accompagna la santa, ma quasi quanto quello trasversale per età e classe sociale. Questo mi ha impressionato. Catania, nonostante la sua storia principesca, mercantile e plebea, da tempo non riesce più compiutamente ad essere né signora né mercantessa né lazzaro felice, ma solo una caricatura triste. L’altra sera, invece, era un disegno pulito e si riconoscevano le fattezze di ognuno e le età e gli abiti; e nitide erano le scritte, anche quelle di ispirazione ittica, accattivanti sui cartelli degli adulti («Non ci farete a beccafico», «Sgombriamo il capitone»…), deliziose su quelli dei bambini («Sugnu beddu masculinu» – u masculinu in siciliano è l’alice). Nessuna ingiuria, niente calca, qualche slogan mite; che però chiaramente diceva quel che la gente radunata NON voleva (legarsi, resuscitare il nazifascismo, sentire anche soltanto l’eco delle leggi razziali…), affidando alla buona coscienza di ognuno di desumere cosa – nel suo complesso – quella folla volesse. E questo è probabilmente il primo passo indispensabile e necessario verso il recupero della coscienza collettiva, ma non il salto di qualità di cui la politica italiana (solo italiana?) avrebbe bisogno. E un’altra cosa m’è parso scarseggiasse in quella piazza: masculini diciottenni. I più giovani attorno a me avranno avuto tra venticinque e trent’anni. Mia figlia – che di anni ne ha quasi diciassette – è arrivata più tardi col suo ragazzo e si è unita a un gruppo sparuto di studenti del suo liceo, che pure è stato storico baluardo ideologico della città; molti, molti di più sono stati al primo Friday for future: evidentemente è quella la sfida che i giovanissimi sentono di dover lanciare. Qualcuno dovrà spiegargli che, se ci legheranno, ad inquinarsi non sarà soltanto il mare dove, inaspettatamente, oggi nuotano le sardine. Proverò a spiegarlo ai miei figli; agli studenti pare non si possa…
Aspetto di sapere che ne pensi. Ciao.
Luisa
***
Cara Luisa,
grazie delle foto che mi hai mandato da Catania, dove tu e Alberto apparite ridenti in mezzo ai manifestanti. In altre foto (purtroppo non ho potuto partecipare a nessuna manifestazione) ho visto la stessa allegria, che mi ha ricordato altri momenti ed altri anni. Nello stare insieme si avverte una gioia particolare, soprattutto se si viene da anni in cui ciascuno è stato separato dagli altri, solo col proprio malessere, e le uniche reazioni possibili sono imposte dal mercato e dall’egoismo individuale. Direi che questa allegria è la prima novità, nasce dalla gioia di aver riscoperto il significato del collettivo, di cercare insieme e di trovare insieme un senso, anche provvisorio, alla propria vita. In modo beffardo, in modo ironico, a partire dal simbolo della sardina. Dopo tante frustrazioni e delusioni questo minimo disincanto è però come una precauzione necessaria. E’ un’allegria trasversale, che passa attraverso generazioni diverse, mestieri e occupazioni diversi, ceti diversi. E finalmente coinvolge anche i giovani, protagonisti in prima persona dopo tanti anni. Questo è il movimento, con queste caratteristiche di assoluta spontaneità. Ne derivano una nuova tendenza ad aggregarsi, a lavorare insieme; e anche molta ingenuità e improvvisazione. D’altronde, a mio avviso, – e questa è la sua forza – questo non vuole né può essere un movimento direttamente politico e sbaglia chi tale lo considera. Piuttosto è un movimento coscientemente pre-politico, l’unico, però, che oggi possa ricostruire le basi di una futura azione politica. Anzi, direi che proprio in questo atteggiamento prepolitico sta oggi la sua forza politica. A questi giovani e meno giovani non interessano i rapporti coi partiti, la tattica e la strategia. Guai se si lasciassero impigliare nella rete della chiacchiera televisiva e istituzional-partitica. Piuttosto riempiono il vero e proprio deserto che i partiti di sinistra hanno fatto intorno a sé. Guai se si identificassero con loro. Invece, come appare chiaro anche dall’intervento di Alberto, si limitano (ma il verbo non mi suona appropriato) a contrapporre civiltà a inciviltà, educazione a volgarità, democrazia e mediazione culturale e ironica (l’ironia è sempre indiretta) a esibizione diretta delle viscere e degli istinti. Non vogliono le vecchie bandiere, d’altronde da tempo cadute nel fango. E di eventuali nuove diffidano. Si accontentano di essere democratici, antifascisti, antirazzisti. E scusate se, a questi lumi di luna, è troppo poco.
Molti criticano. Fanno l’analisi del sangue al movimento. La sinistra, soprattutto quella a forte vocazione minoritaria, è esperta nei distinguo, perdendo di vista l’essenziale. Così si trovano equivoche certe posizioni, la presa di distanza da tutti i partiti, anche minimi come Il potere al popolo, la mancata chiarezza su alcune discriminanti fondamentali (sì o no all’Europa, per esempio) che ha fatto parlare di qualunquismo. D’altronde la ingenuità di certe dichiarazioni è evidente. Eppure questa vaghezza e questa ingenuità (quanto finta? Quanto anch’essa ironica?) sono tutt’uno col carattere trasversale del movimento, con la sua esigenza di non compromissione con le squalificate istituzioni partitiche, e ne garantiscono la compattezza. E’ l’inevitabile scotto da pagare in un momento in cui tutte le parole della politica sono inquinate, impronunciabili, come marcate dall’insensatezza dilagante nel mondo politico attuale. Eppure se c’è una speranza che alle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna vinca il candidato della sinistra, se decine di migliaia di persone di sinistra che vivevano nell’oscurità, isolate e depresse, sono emerse alla luce, si sono riunite e hanno dato vita a un movimento pieno di allegria, se c’è stata una improvvisa svolta nel clima politico nazionale, se oggi si respira un’aria diversa rispetto a un mese fa, tutto questo è certamente dovuto al movimento delle sardine.
Ciao,
Romano
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